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Spirito civico e religiosità tra mondo arcaico e modernità. Parte seconda

Tratto da:Onda Lucana Ivan Larotonda

A conferma della inscindibilità antica dei concetti fede-ragione-anima civile, già nell’età delle guerre puniche a Roma era saldamente radicato il senso “stoico” di sacralità dello Stato, ossia l’operare fino al sacrificio del singolo in favore della comunità, preesistente dunque all’arrivo nell’urbe dei precetti della stoà importati da Panezio. La società romana, strutturata col patto tra comunità e singolo e tra questi e le divinità, destò meraviglia nei precettori ellenici giunti a Roma nel II secolo prima della nostra era. Sicuri di aver a che fare con una società inferiore culturalmente, orgogliosi e superbi contemplatori di sé stessi, ridondanti d’alterigia, (tipica di un barone universitario italiano dei nostri giorni), i primi socratici giunti in Italia, da subito mutarono il loro pregiudizio negativo, scoprendo in questi “barbaroi” latini una forza morale superiore alla sofisticata e per questo decadente civiltà greca. Oltre al già citato Panezio, Polibio, maestro nella famiglia scipionico-emiliana, fece giustizia dinanzi alla storia descrivendo il vero carattere dei maggiorenti di Roma. Come ad esempio, il loro sacrificarsi agli dei col rito della devotio, effettuato sui campi di battaglia e per la salvezza dello Stato! L’illustre storico di Megalopoli avrà pensato: “che portento il singolo che si annulla, pur di far conseguire la vittoria e la continuità di vita della Repubblica!” E quanta meraviglia nel notare, questi arcaici e rudi romani, come abbiano cinto di mura astratte e simboliche il cuore della loro città, perché entro il pomerium “vivono” i numi tutelari dello Stato, che non possono essere contaminati dalle armi e dal sangue! Persino le visioni ultraterrene di derivazione ellenica, e platonica in special modo, sono dai romani ridotte a continuazione dell’esperienza biologica, storica, del personaggio benefattore della Res Publica terrena. Guardiamo ad esempio a Cicerone, uomo di legge, il quale per bocca di Scipione immagina platonicamente un luogo paradisiaco, tra gli astri, destinato a coloro che giustamente hanno operato per la loro Patria. O ancora, quando nel “De finibus bonorum et malorum” asserisce che <<…la virtù del singolo è finalizzata alla salvezza pubblica…>>. Così, obbedendo ai dettami degli Dei, i romani fortificavano l’adesione alla Repubblica, potendo al contempo vantarsi di essere il popolo più pio della Terra; anzi dicevano che dipendeva da questa bigotteria, la loro superiorità civile e militare, sostanzialmente il favore degli dei, fondamentale in ogni impresa, soprattutto nell’autorizzazione al iustum bellum.

Ovviamente questa predisposizione, oseremmo dire noi moderni “razionalisti”, al fanatismo religioso, paragonabile al calvinismo ed all’islamismo wahabita, rendeva comunque il senso civico romano superiore rispetto al greco. Ed i grandi esponenti delle scuole filosofiche elleniche ne erano profondamente consapevoli, dato che nelle loro terre d’origine, il concetto di divino e civile era vissuto, soprattutto a partire dall’età classica, in modo sempre più distaccato; dotte riflessioni di una società laicizzata, (senza giungere tuttavia all’alienazione odierna). Diceva Indro Montanelli che i romani vinsero i greci perché questi ultimi non credevano più negli dei. Ed in effetti l’unità civica nel mondo greco fu minata letalmente dal dubbio filosofico sull’alleanza tra città e dei, già in età arcaica, grazie alla scuola ionica. E se Pisistrato ancora nel VI secolo poteva ingannare gli ateniesi che lo avevano cacciato, rientrando in Patria “scortato” da una prosperosa fanciulla agghindata e presentata come la Dea Atena, lo stesso divenne praticamente impossibile dopo Socrate. La cui vicenda personale, del processo e condanna a morte, è dovuta proprio alla spaccatura con la tradizione religiosa ateniese, operata dal grande filosofo, il quale ha poi dato l’esempio attraverso l’accettazione della sentenza, di come in ultima analisi l’uomo debba trovare la comunione con i suoi simili, al di fuori del dubbio che ognuno singolarmente può comunque coltivare. Dunque ancora una volta si ribadì la superiore importanza della comunità rispetto al singolo. Ma oramai un nuovo metodo indagatore era stato concepito, la divisione delle comunità era così iniziata, e ad opera della ricerca, anche di una nuova spiritualità, civile. Alcuni cercarono di non discostarsi dalla tradizione ma semplicemente di aggiungere “elementi razionali.” Lo stesso Socrate non professò ateismo, e la critica negli antichi dei era ritenuta migliorativa, ripeteva ai suoi discepoli “dal Dio non può scaturire che il bene”, non le umanissime storie di vizi di cui è costellata la teologia mitica ellenica. Questo sconvolse la sua cittadinanza, illuminando, (alcuni sostengono fino ad accecare), il pensiero occidentale fino ai nostri giorni.

Dal socratismo scaturirono i precetti filosofico-teologici, dediti secondo la nuova etica del giudizio morale, alla salvaguardia dello Stato, visto come specchio in terra della volontà superiore, (di chi si pone fuori della vita, non più compenetrata in essa). Ma ormai “il dado era tratto”, le speculazioni d’Occidente riguardanti il rapporto ontologico tra gli uomini e tra costoro e gli dei, e che videro sempre nella cosa pubblica la loro applicazione pratica, ponevano nuove visioni, che aprivano la strada ad “eretiche divisioni” in seno alle polis. Infatti, se dal socratismo, la scuola epicurea propagandava la fuga dalle questioni pubbliche, di contro, e proveniente dalla stessa matrice forgiata dal satiro del demo di Alopece, abbiamo gli stoici, che per questa naturale concordanza, oserei dire ideologica, con la mentalità tradizionale romana, furono prima e meglio accolti, tra i discendenti d’Enea. D’altronde l’impegno politico, e l’aspirazione ecumenica della Repubblica romana, che la fece tramutare in Impero, erano veri e propri dogmi della scuola fondata da Zenone. Ma ci fu un altro aspetto, tipico dell’età romana, che lo rese ben visto alla stoà, e questo consistette soprattutto nel riconoscimento, per la prima volta nella storia, della libertà individuale al di là della comunità. Per questo motivo Hegel definì l’età romana come momento di rottura del percorso unitario dello spirito collettivo, che tra i greci all’opposto, risultava naturale. Dunque un analisi pessimistica dell’evoluzione politica romana, che sarebbe sfociata nella creazione del mondo liberista moderno. In definitiva i germi della disgregazione odierna, andrebbero ricercati nella società romana ed il suo immortale diritto. Il quale ha comunque dato l’opportunità ad ogni uomo, di aspirare ad avere una sua propria autonomia, una proprietà privata entro la quale esercitarla. E questa è senza dubbio una grande conquista di cui andar fieri, (diritto di proprietà riconosciuto tra l’altro dallo stesso Hegel), senza dimenticare che comunque nel romano, il sentimento comunitario è stato altrettanto forte da bilanciare le libertà individuali. Anzi, per tutto il tempo della Repubblica, non sono mancati scontri istituzionali sfociati anche in sanguinose rivolte, per finire alle guerre civili, pur di emanare, e far rispettare, leggi apposite contro l’arbitrio dei privati sulla comunità nazionale. Ovviamente si potrebbe facilmente desumere che proprio la nascita della coscienza individuale, relativa comunque al suo patrimonio, sia stata all’origine degli scontri civili. E se questo avveniva in società elementari, (intese come meno strutturate, socialmente ed economicamente), non meraviglia che, la divisione sia avvenuta in misura decisamente più devastante nel mondo moderno. Ove a nulla valsero il riproporre le antiche alleanze tra uomini e dei. Sempre il “Divino Hegel” (come amava definirlo Togliatti), vide come le religioni, col passare dei secoli, siano state progressivamente calate dall’alto e dunque sempre più separate dall’uomo, con principi universali e razionali da cui scaturiscono le leggi, in contraddizione con la morale, le passioni, le esigenze dei singoli cittadini, e dell’intera comunità; l’esatto opposto di ciò che avveniva nel mondo greco-romano, quando spontaneamente il popolo aderiva e creava il culto civico, tramite la mediazione delle divinità, coabitanti in mezzo ad esso. E qui ancora lo stoicismo ribadiva concetti fondamentali, come l’insussistenza delle leggi, allorquando deviano dal diritto naturale, forzando i comportamenti dell’uomo. In definitiva la crisi della comunità iniziò dal razionalismo, da cui ebbe inizio la separazione ed aumentò il distacco dal Dio. Il quale, in risposta al crescente bisogno di porsi domande dell’uomo, pretese sempre più incenso e sacrifici, tramutandosi in oppressore. Il nefasto luteranesimo creò la reazione dell’inquisizione, mentre oltre Europa dilagavano le leggi coraniche. Tutte insieme depositarie non più di un sapere cercato con la logica, la fede, il rito, ma apoditticamente dominatrici dell’uomo.

Quanto siamo lontani dal popolo romano! Il loro sentimento unitario, collettivo, dove il singolo aveva raggiunto una grande conquista, obbligato contestualmente a sacrificarsi per la Patria, dunque a subordinare i suoi propositi personali alla causa pubblica, era inquadrato all’interno della sua centuria e tribù territoriale, sorvegliato dal Genius Publicus, felice personificazione dello Stato. Tutto nasceva e moriva all’interno di un eterno cerimoniale pubblico, dove il censore controllava la moralità del cittadino anche nel privato, e la famiglia era vista come primo nucleo della Repubblica, da salvaguardare e proteggere dagli eccessi corporativistici, privatistici, mercantilistici, pure utili ma comunque disgreganti se non subordinati all’ente sintetico per eccellenza, ossia lo Stato, che rappresenta anche nel mondo romano, il momento culminante dell’eticità, ossia la riaffermazione dell’unità della famiglia al di là della dispersione nella società civile. Laddove nella diarchia spartana e nella Repubblica ideale platonica lo Stato annulla, per dirla “hegelianamente”, completamente il singolo. Ne tanto meno, si può descrivere la società romana arcaica come somma di individui dediti all’arricchimento, (come se fossero stati antesignani nella realizzazione del famoso dettame economico di Reagan). Il disinteressamento dello Stato romano per le questioni economiche era evidente nell’appaltare ai privati la riscossione dei tributi, non ritenendo onorevole per la Repubblica, raccattare denaro alla stregua di un volgare mercante, ma limitandosi a controllare i tassi d’interesse sui debiti dei privati, e primo Stato nella storia, abolendo la schiavitù per debiti, altra grande conquista della giurisprudenza romana in difesa della persona. Non dimenticando nemmeno il severo divieto di commercio, imposto alla classe senatoria, per finire all’esempio crudele della distruzione di Cartagine, laddove una società mercantilistica si sarebbe arricchita sfruttando l’eredità dell’immenso mercato della defunta repubblica punica. Soltanto al tempo di Augusto, di famiglia borghese, si ricostruì Cartagine con il suo porto, ma a quel tempo era già in atto la decadenza etica della romanità. Che almeno fino ad allora, ebbe il merito di essere l’unica aspirante ad avere equilibrio tra le parti, mirabilmente descritto da Cicerone, nel “De re publica”. In quest’opera il grande arpinate, orgogliosamente vantava la costituzione mista romana, perché risultante dalla fusione delle tre forme classiche di governo: monarchia, aristocrazia, democrazia, che riponevano i principi della Potestas, dell’Auctoritas e della Libertas, rispettivamente nei Consoli, nel Senato e nel Popolo, acquisendo nel corso dei secoli quell’equilibrio di poteri che ha evitato di scadere nella tirannia, oligarchia, e oclocrazia. Ovviamente una volta raggiunto tale equilibrio è sempre stato difficile mantenerlo, perché nella natura umana la competizione fra singoli e classi si ripropone di continuo. Tutto sommato, in alcune fasi storiche, bisogna dare merito a chi è riuscito a raggiungere tale risultato. Che nella Roma antica, spetta ad una classe sociale che si potrebbe definire, “di mezzo”, dunque propensa alla sintesi delle varie istanze, anche diametralmente opposte, presentate dal popolo minuto, e dalla nobiltà regia. Questa classe sociale fondamentale, per la nascita e lo sviluppo del sistema repubblicano, (antenata della democrazia moderna), è l’antica aristocrazia militare e fondiaria, all’interno della quale nacquero i Principi, Consoli e magistrati vari, che spesso come detto sopra, furono divinizzati per i loro meriti civici, fondando o ingrandendo città, regni e imperi, in buona sostanza comunità! Non è un caso che sempre i romani abbiano conferito il termine patrizio al discendente dei fondatori, coinciso con colui che noi chiamiamo nobile. Come nobile e patrizio era l’Africano ed il suo nipote adottivo, Scipione Emiliano, distruttore di Cartagine. Il quale nel mentre la grande nemica giurata d’Italia bruciava, con il suo oltre mezzo milione di persone morte o schiavizzate, il suo volto, arrossato dal riverbero delle fiamme che si levavano dalla distrutta capitale nemica, cominciò ad essere rigato dalle lacrime. In quel momento immaginava che la stessa sorte sarebbe potuta capitare a Roma, chissà quando. Questo l’angosciava, nel giorno della sua completa vittoria! Lui, il Duce romano, immaginava pietosamente la Patria che avrebbe potuto subire la stessa sorte. Comprendiamo in questo modo, chi erano realmente i romani di un età arcaica, in procinto di  affacciarsi al sofisticato mondo dominato dal pensiero ellenistico. Una severa società, custode di principi religiosi naturali, comunitari, in grado di mantenere unita una popolazione di liberi e proprietari contadini soldati, spietati con i nemici e compassionevoli verso i propri concittadini. Questo era l’animo dell’uomo antico in rapporto alla sua Repubblica, popolata da ottimati e comuni cittadini, i quali di comune accordo strinsero il patto non scritto, dai latini chiamato Fides, prescrivente anche la lotta comune contro lo straniero invasore. Al termine della quale, agli aristocratici spettava la gloria e gli allori nei fasti consolari, ai soldati che li hanno serviti la terra, sacra ed inalienabile, sostentamento delle rustiche famiglie contadine di un Italia che purtroppo non vivremo mai più.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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