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Immagine tratta da repertorio Web.

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

Delle fatiche antiche e nuove.Discorsi sopra l’arte della guerra “all’italiana”

(parte prima)  Essendo le genti europee ridotte oggi a fantasmi, (ma pur sempre politicamente corretti, s’intende!), forse può essere un utile esercizio scolastico descrivere le peculiarità delle medesime genti, al tempo in cui erano vive e vegete, presentando e sviluppando i tradizionali caratteri di questi popoli, ormai “passati di moda”, ridotti come gli indiani d’America dall’alta scienza economica dei mercati! Questo carattere etnico, o come meglio definirlo, anima dei popoli, era stata teorizzata già alla fine del XIX secolo da Gustave Le Bon, secondo il quale: << Ogni popolo possiede una costituzione mentale altrettanto fissa quanto i suoi caratteri anatomici >>.

Specificando tale concetto sosteneva che le nazioni erano guidate più dai propri avi, (dunque i morti) che i vivi, in pratica era la stratificazione culturale a costituire l’anima di un popolo. L’esatto contrario dell’attuale situazione: finti vivi pretendono di poter guidarsi senza gl’indottrinamenti degli avi.

Quale miglior collegamento tra un uomo dalla spiccata mentalità positivista ed il mondo romano, che aveva teorizzato religiosamente il Genius Publicus? Così, osservando più dettagliatamente il carattere, l’anima, il Genius Publicus del popolo di questa penisola che, piaccia o meno, ha storicamente conquistato cum manu militari, l’Impero multinazionale più duraturo di tutti i tempi, scopriamo un particolare interessante, che denota una caratteristica specifica e millenaria, un vero e proprio retaggio culturale del popolo italiano, e che ha visto il suo primo vagito durante la seconda guerra punica, in specie al suo epilogo di Zama.

Questa caratteristica, comune prima agli italici e successivamente agli italiani, evidenziata soprattutto in campo militare, è la capacità di resistenza fisica; la forza che più di tutte ha fatto grande l’Impero Romano risiedette infatti proprio nel riuscire a vincere le battaglie tramite una costante, lenta ed inesorabile progressione sul campo dei suoi eserciti, laddove gli avversari opponevano a quest’organizzazione tattico-strategica, tipicamente romana, il furor guerriero di cui tanto parlavano gli annalisti classici, (su tutti Tacito a proposito dei germani), ma che era una costante in battaglia anche dei celti e di tutti i popoli europei. Sempre la letteratura storiografica latina si vantava di descrivere, di contro a questo feroce disordine primitivo tutto barbarico, la patientia del legionario che vinceva le sue guerre con l’ordine, la disciplina, ottenuti dopo sfibranti lavori di fortificazione che portavano alla costruzione di valli, trincee, campi: diceva l’eccelso Corbulone, uno dei migliori generali del primo impero, che si vinceva più con la dolabra,(la zappa),  che con il gladio.

Ovviamente in questo lavoro di tempra del legionario rientrava anche la resistenza agli attacchi del nemico, quello che anche nelle manifestazioni sportive viene descritto, manco a dirlo proprio dalla stampa tedesca, a mo di spregio, catenaccio!

Eccola, è questa la caratteristica principe del popolo italiano, e che gli ha garantito le sue maggiori vittorie, in tutti i campi. E quello sportivo, che in pratica è una simulazione di guerra antica, ne è una dimostrazione lampante; quante volte infatti la nazionale di calcio italiana, grazie alla sua memorabile difesa, ha vinto eroici incontri nelle fasi finali di mondiali ed europei, trascinando gli avversari fino ai supplementari o ai calci di rigore, anche quando costoro si sono dimostrati tecnicamente superiori? Perché nell’atletica, ai pessimi risultati che provengono dalla velocità, gli atleti italiani rispondo vincendo nelle gare dove la resistenza fisica è portata agli estremi? Guardiamo ai trionfi nelle maratone olimpiche, da Dorando Pietri a Bordin e Baldini, senza dimenticare le vittorie pur prestigiose di Pizzolato e Poli, o nella marcia, altra disciplina massacrante, annovero gli atleti che hanno conquistato le vittorie più prestigiose: Frigerio, Da Milano, Sidoti, Brugnetti, e nel mezzo fondo i mitici: Mei, Cova, Antibo, Panetta. Vogliamo tralasciare, in questo excursus sportivo, l’eroico ciclismo della prima metà del novecento? Girardengo, Bindi, Guerra, Bartali, Coppi, ed ancora negli ultimi anni Moser, Pantani, Nibali ecc… tutti accomunati dalla tempra d’acciaio tipica degli scalatori. Cos’altro è questa forza “mistica” che trascina oltre l’ostacolo l’agonista, sia sportivo che guerriero, italiano, se non la superiore forza di volontà supportata dalla biologica, e su questo pianeta non comune, resistenza fisica? Certamente, al confronto con le genti degli altipiani africani, gli atleti italiani sono naturalmente inferiori in resistenza sugli allunghi nel mezzofondo; ma è proprio questa forza di volontà superiore, che spingendo oltre il limite una corporatura meno portata, rispetto a quella di un abissino, rende epiche le imprese di questi atleti azzurri, ed in definitiva tempra anima e corpo per il raggiungimento della vittoria finale. Non è un caso se Rommel, all’alba dell’eroica battaglia di El Alamein, dichiarò di preferire soldati italiani per i suoi eserciti, perché più votati al sacrificio rispetto all’impeto germanico, esaurientesi nel breve termine.

Nelle torride sabbie della depressione di Qattara, fermi al loro posto i fanti italiani non indietreggiarono di un solo passo, di fronte a quel mezzo mondo anglofilo scatenato contro di loro, e per giunta meccanizzato!

L’Italia vinse la Prima Guerra Mondiale combattendo sulla difensiva, resistendo fino all’ultimo sul Piave; a Zama la linea di fanteria romana, dopo che Annibale era riuscito a bloccare la manovra di aggiramento scipionico, resistette fino al ritorno delle cavallerie, eroicamente ferma a respingere un soverchiante nemico, in pratica vinse col catenaccio, difesa e contropiede! Fermo restando che Zama fu solo l’epilogo di una guerra che gli italici hanno vinto innanzitutto in casa loro, resistendo ad oltranza e per sedici anni all’invasione africana; nessun popolo ha saputo risollevarsi dopo ben quattro sonore sconfitte militari, contornate da una miriade di scontri minori e marce che hanno devastato l’Italia. Al confronto l’impero achemenide, pur contando su di un territorio smisuratamente più esteso rispetto a quello italico, è crollato nel giro di quattro anni e tre battaglie!

E sempre, soprattutto da allora in poi, le legioni combatteranno al passo, sfiancando gli attacchi nemici per poi avanzare progressivamente. Di questa resistenza fisica fanno parte, naturalmente, anche le marce di spostamento da e verso i campi di battaglia; al proposito non si esagera nel dire che le fanterie arruolate nella penisola italiana hanno fatto qualcosa di mai visto nella storia dell’uomo, nessun esercito infatti si è mosso a piedi con la celerità di quello romano. Cesare fece raggiungere record che nemmeno le fanterie moderne riusciranno a eguagliare, nonostante queste ultime si addossino la metà del peso rispetto agli antichi legionari, chiamati manco a dirlo i muli di Mario per via dell’enorme fardello di armi, utensili, pali di costruzione degli accampamenti che portavano a spalla. Marcia e trasporto, ennesima prova di resistenza fisica del popolo peninsulare… (continua…)

Tratto da :Onda Lucana by Ivan Larotonda

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