Alcuni accenni su un popolo eroico (prima parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Immagine tratta da web

Per sapere di quale popolo eroico si parla nelle seguenti righe è necessario illustrare le origini di un processo politico che, tra l’altro in breve tempo, non solo consoliderà una coscienza nazionale unitaria tra quelle che erano le steppe della Scizia ma che, in seguito a potenti forze “ideologiche”, porterà alla nascita della terza Roma (credo che ora si sia capito a quale popolo mi riferisco). La gestazione giuridica del nuovo impero romano, ma etnicamente di stampo slavo, ebbe luogo nel sangue di Costantinopoli, il 29 maggio del 1453, quando moriva l’ultimo imperatore della seconda Roma. Era appena franata, sotto i colpi delle bombarde turche, la torre sulla quale stava combattendo, assieme alla sua guardia palatina, Costantino XI Paleologo, ultimo erede di Romolo. Una lunga storia pareva, a quel punto, terminata per sempre, una età  che era iniziata 2.206 rivoluzioni della Terra intorno al Sole prima di questa fatidica data 1453. E pareva che il nome stesso di Romano stesse per scomparire e con esso l’unità cristiana occidentale, già minata dai secolarismi del pensiero, di borgo e di corte e che sarebbero sfociati, a breve, nell’eresia luterana. Poco anteriore a questa data la pars orientis s’era a tal punto ridotta male che, allo stremo delle forze, aveva chiesto al Papa di chiudere lo scisma che risaliva al 1055, arrivando addirittura a riconoscere la supremazia della Cattedra di Pietro su quella costantinopolitana, purché si concretizzasse l’appoggio militare dei principi occidentali, soprattutto quelli italiani. Al proposito l’imperatore Giovanni VIII, il fratello maggiore dell’ultimo imperatore d’Oriente, era venuto a Firenze negli anni 1438-1439, per un concilio che avrebbe suggellato l’alleanza politico militare anti-turca e la riunificazione dei cristiani. A quel tempo i progetti di salvataggio dell’impero d’Oriente si mostravano davvero ambiziosi. I Medici, grandi sponsor e anche abilissimi diplomatici, erano riusciti nell’intento di formare un alleanza che alla lunga si sarebbe rivelata utile anche ai loro commerci. Questo, se la situazione la si vedeva dal versante occidentale, da Oriente invece, negli accampamenti dei Khan turchi, ma anche tra i greci, erano tutti coscienti come fosse ormai tardi per qualsiasi azione. Dello stesso parere erano anche le grandi monarchie nazionali dell’Europa nord-occidentale, che s’erano totalmente disinteressate alle avventure orientali e mediterranee. In Italia poi, Genova e Venezia (specie la prima) trattavano coi turchi per continuare a ricevere da questi le consuete patenti di commercio di cui già beneficiavano fin dall’epoca aurea di Costantinopoli. E presto anche la prestigiosa famiglia fiorentina, simbolo del Rinascimento italiano, avrebbe trovato un comodo modus vivendi coi turchi (cosa per altro fatta da tutti gli europei). Comunque, al tempo del concilio tutto pareva ancora recuperabile, gli abili diplomatici bizantini giunti a Firenze al seguito dell’Imperatore si prodigarono per raggiungere l’unità religiosa, cosa che in fine avvenne solo nella forma. Eccelsi intellettuali come Gemisto Pletone e l’Arcivescovo Giovanni Bessarione (già discepolo del primo) strinsero ancor di più, in un comune destino, le signorie italiane e i Paleologhi con l’allettante prospettiva, per i principi italiani, di poter entrare in potere di quel poco che restava dei territori imperiali, su tutti la Morea, l’antico Peloponneso. Se poi andiamo ancora a ritroso, a partire dal tempo del concilio, scorgiamo che le trattative di riavvicinamento Est-Ovest, diremmo oggi, (che poi culmineranno nel concilio) avevano avuto la loro genesi anni prima. Come era uso a quei tempi il talamo era l’inizio di ogni alleanza e fu così che ben quattro dei Principi fratelli Paleologhi contrassero matrimonio con altrettante figlie di Signori della penisola italiana: da Sofia del Monferrato sposa allo stesso imperatore Giovanni VIII, a Cleopa Malatesta sposa di Teodoro II, a Maddalena Tocci impalmata da Costantino XI ma soprattutto, fondamentale per la continuità dinastica della romanità, si dimostrò il matrimonio dell’altro principe bizantino, Tommaso, che sposò la genovese Caterina Zaccaria e dalla quale nacque la principessa porfirogenita Zoe. Solo il buon Dio sa quanto sia stato grande il fardello che gravò su questa fanciulla, e soprattutto sui suoi tutori, nella fattispecie l’Arcivescovo Bessarione. Perché, se in effetti negli anni del concilio le speranze di salvezza dell’Impero greco-romano si riponevano negli ambiziosi Malatesta, Medici o Montefeltro, ben presto lo stesso Bessarione comprese che per sfidare un impero non bastavano le pur volenterose forze delle signorie italiane. Erano poche, anche se bene armate, tanto che si fecero ben valere nella difesa del Peloponneso, nella quale furoreggiò Pandolfo Malatesta agli ordini dei veneziani, ma il mondo era definitivamente cambiato. E la stessa Italia era sul punto di entrare nell’oblio politico, eclissata dalle monarchie nazionali. Se un impero poteva essere sfidato ancora nei secoli XXII e XXIII, quando esso scendeva in Italia con potenti forze di cavalleria corazzata, il cui numero ridotto tuttavia poteva essere sempre bilanciato dal superiore numero di fanti che i comuni potevano schierare, ora, nell’età moderna, a supporto delle cavallerie feudali anche gli imperi, e le nazioni, riuscivano a mobilitare enormi schiere di fanteria, ed erano queste a scompaginare l’assetto tattico sui campi di battaglia: al cui cospetto i pochi fanti comunali non potevano resistere più. (continua)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

 

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