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Immagine tratta da web.

Alcuni accenni su un popolo eroico (quarta parte-II)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

A destare le preoccupazioni maggiori nello Czar Pietro erano sempre le relazioni con l’Europa occidentale, sul Baltico in particolare, dove s’erano focalizzate le ambizioni degli svedesi. Ed è in questo periodo che nasce (e si svilupperà in seguito, con crudeltà inaudita) la “sindrome della steppa”, la maniacale ricerca della vittoria contro la Russia da parte di piccole entità politiche europee che, a vario titolo, si sono sentite “minacciate” dalla vastità dell’impero degli Zar, questo per nascondere le vere intenzioni degli europei occidentali, consistenti nel desiderio, folle, di conquistare le immense risorse: cerealicole, forestali, pellame, di cui disponeva già all’epoca la Russia. E’ facile immaginare quali appetiti stimoli oggi il più grande giacimento di gas naturale, quello siberiano, in particolare dell’immensa repubblica russa della Yakuzia, ne parleremo in seguito. Per ora è necessario focalizzare la bramosia occidentale nell’invasione di Carlo XII re di Svezia. Costui si presentava alla sfida con lo Zar Pietro nella posizione, diremmo classica, del terzo erede, colui che, a tutti gli effetti, assume il ruolo del depositario dei soli vizi di chi l’ha preceduto. E’ una regola generale, nelle vicende umane, quella che vuole alla terza generazione la dissipazione di chi ha costruito le fortune. Andiamo con ordine: nel caso svedese abbiamo un prologo in Gustavo II Adolfo, vincitore della guerra dei trent’anni e vero costruttore dell’effimero impero del Nord, degli svedesi. Dalla pace di Westfalia del 1648, che portò la pace in tutto il continente, Cristina, la mite figliola del tremendo Gustavo Adolfo, il sovrano campione dei luterani, consolidò per la sua Svezia il dominio sulle terre tedesche per poi scegliere la conversione al cattolicesimo con conseguente fuga a Roma. Prima di questo passo, che sconvolse i protestanti, ebbe comunque il tempo di abdicare in favore del cugino, il principe Carlo X. Una volta salito al trono costui rinnovò l’offensiva svedese contro polacchi, russi, danesi e tedeschi del Brandeburgo, tutto per il possesso del fatale golfo che racchiude il mar Baltico. Successivamente passò la mano alla seconda generazione, a suo figlio Carlo XI che consolidò l’esercito facendone il primo moderno e nazionale, utile strumento che a sua volta trasmise al figlio Carlo XII che lo utilizzò per portare a termine il ciclo breve dell’egemonia svedese. Come dicevamo, la tracotanza scaturisce dal susseguirsi dei successi, cosicché dopo aver sconfitto i danesi e immediatamente dopo i russi, a Narwa, maturò in lui l’ambizioso progetto di invasione delle steppe della Russia, l’Earthland intorno al quale gravita il mondo intero. Da queste iniziali sconfitte Pietro seppe trarre gli utili insegnamenti. Dopo Narwa incrementò l’ammodernamento dell’esercito russo per poi spostare le sue truppe ancora verso il Baltico, nel tentativo di portare le frontiere dell’Impero sulle sponde di questo prezioso mare. Nel 1707 l’operazione si concluse con successo insediando un grosso forte, alla foce del fiume Neva, che sbocca poco a Sud della frontiera con l’attuale Finlandia, era solo l’inizio; lo Zar Pietro diede ordine di fondarvi la sua città, nonché futura residenza degli imperatori. Mentre si concludevano queste operazioni l’alleato dell’Impero Russo, la Polonia, in quel frangente ottimo baluardo anti-svedese, cedette dinanzi all’avanzata di Carlo XII concludendo con questi la pace; era il 1706. Rimasto solo a fronteggiare il poderoso esercito svedese, forte di 24000 cavalieri e 20.000 fanti, Pietro inaugurò la tattica della terra bruciata, ritirandosi verso Sud e rafforzando le difese di Mosca. L’avanzata svedese pareva incontenibile; dopo aver conquistato Grodno e Minsk l’esercito di Carlo XII passò il celebre fiume Beresina spazzando via un contingente di 16000 soldati dello Zar. Nel mese di luglio del 1708 gli scandinavi si accampavano sul Dnieper in attesa dei rinforzi che i russi avevano reso difficili da far giungere, per via della guerriglia e della devastazione lasciata dietro le colonne svedesi. Tuttavia l’impedimento nelle retrovie, a Nord, pareva essere bilanciato dall’alleanza trovata con i cosacchi di Ucraina, dei quali in realtà solo una minima parte aspirava all’indipendenza. Era questo il momento in cui la tracotanza si ripresentava, e lo fa sempre, come fata morgana nel deserto, ogni qual volta la vittoria balugina all’orizzonte. Fu proprio la smania di giungere nelle piane ucraine inondate di frumento, con la convinzione che i cavalieri cosacchi gli avrebbero apportato l’aiuto per la vittoria finale, a far perdere a Carlo il contatto con la realtà. Dimentico della sorte delle colonne rimaste addietro, alle quali si era limitato a diramare l’ordine di raggiungerlo in Ucraina, dando per scontato che l’esercito russo si fosse liquefatto del tutto, il sovrano svedese si ritrovò solo e circondato dallo sterminato territorio imperiale, mentre lo stillicidio delle sue forze continuava e si palesava al suo campo. I 7000 carri di rifornimento, viveri e munizioni, assieme ai cadaveri di 8000 soldati svedesi, giacevano nei pressi di Propoisk. A guidare l’annientamento della colonna di rinforzi era stato lo Zar Pietro in persona. Intanto, la stragrande maggioranza dei cosacchi operava per annientare tutti coloro che cercavano di recare aiuto agli svedesi, cosicché, degli aiuti promessi a Carlo, giunsero solo 2000 cavalieri guidati dall’”irredentista” cosacco ucraino Mazepa. In ultimo, i russi giunsero per primi nella preziosa città di Baturin, luogo dove erano concentrati i più grandi depositi di viveri della regione. Ormai, nella primavera del 1709, l’esercito svedese, o quel che ne restava dopo gli stremi patiti nell’inverno d’inedia, si accingeva alla dissoluzione senza incrociare le armi in uno scontro decisivo. Ma, più come beffa utile a prolungare l’agonia che come riscatto, a mio modo di vedere, venne individuata sul fiume Vorskla, affluente del Dnieper, la cittadina di Poltava, ultimo luogo dove poter trovare abbastanza rifornimenti per poter continuare la guerra, o magari trovare le forze necessarie per tornare a casa, portando a termine l’Anabasi dell’età moderna. Fatto sta che la guarnigione della cittadina resistette all’assedio degli svedesi lasciando stupefatto Carlo e soprattutto dando il tempo di farvi affluire lo Zar Pietro in persona e alla guida di 42000 uomini più 100 cannoni. Dall’altra parte gli svedesi potevano schierare nella pianura di Poltava solo 24000 soldati, la metà di quelli al principio dell’invasione. In più, i soldati dello Zar traevano motivazioni superiori a quelle degli svedesi non solo per via della accresciuta, quanto naturale, rabbia che sopraggiunge in chi è aggredito, invaso, ma anche a seguito della natura eretica dell’invasore; gli svedesi infatti erano luterani, (oggi non sono più nemmeno questo, anzi, non sono niente al pari di tutti gli altri europei occidentali) i russi erano e sono cristiani di rito grecobizantino, e trattavano con odio e disprezzo chi insultava le sacre icone. Non fu quindi difficile per lo Zar Pietro motivare i suoi uomini a costruire un campo trincerato nonché una serie di fortini che tagliavano in due il campo di battaglia, col preciso scopo di dividere gli attaccanti svedesi. Infatti l’ala sinistra, dov’era presente lo stesso Carlo, avanzò superando le fortificazioni, travolgendo le poche difese appiedate fino a giungere a ridosso del campo russo, mentre l’ala destra si incagliò nel tentativo, inspiegabile, di espugnare i piccoli fortilizi zaristi. L’esercito invasore, nonostante fosse diviso, continuava l’avanzata inculcando in Carlo l’ottimismo in un rapido ricongiungimento delle sue forze, che però non avvenne mai perché la destra svedese, attardata nell’attacco ai fortilizi, fu annientata dal sopraggiungere dell’ala sinistra russa guidata dal generale Rensel. Carlo, ridotto a mal partito, a questo punto decise di attaccare cercando almeno di colpire di sorpresa il resto dell’esercito di Pietro, che risultava ancora in fase di schieramento dinanzi al proprio campo. Tuttavia lo stesso Rensel, dopo aver “sistemato” gli svedesi dell’ala destra, fece in tempo a ricongiungersi allo Zar che intanto, per coprire il ricongiungimento e lo schieramento dell’intero esercito, fece aprire il fuoco ai cannoni, circa un centinaio di pezzi. Metà dei fanti svedesi vennero falciati in questa fase ma, nonostante la furia di questo bombardamento, i sopravvissuti riuscirono con sforzo immane a sfondare la prima linea russa per poi cadere eroicamente travolti, durante la feroce mischia fatta a suon di sciabole, dalla sopraggiungente seconda linea russa. Lo Zar Pietro guidava l’avanzata dei suoi ma data la sua possanza, era alto due metri, si mostrava come un facile bersaglio, infatti venne centrato da ben tre proiettili, uno conficcato nel suo tricorno, l’altro nella sella, ed il terzo, il più pericoloso, deviato dalla croce che portava sul collo, quando si dice un vero miracolo! A Carlo andò peggio poiché la lettiga, dall’alto della quale conduceva la battaglia, fu centrata da una cannonata russa. Tramortito fu trasportato fuori del campo di battaglia. Bilancio finale, gli svedesi rimasero sul campo 9.000 dei loro connazionali, dei russi 1.300. La nazione s’era cementata, come sempre accade, nel momento più duro, durante l’ennesima invasione; e questa volta ancor più pericolosa di quelle dei polacchi, dei tartari o dei lituani, succedutesi nei secoli precedenti. Tramontato così, e per sempre, il ricorso storico di un regno gotico come al tempo della dinastia Amala, l’Impero degli Zar s’accingeva ad affermarsi come potenza intercontinentale. Con Pietro il Grande raggiunse stabilmente il mar Baltico, mentre a oriente annetteva l’enorme penisola di Kamchatka e l’ultimo lembo di Siberia fino allo stretto di Bering, per finire poi con un ulteriore spinta verso meridione, operata nell’Asia centrale. (continua)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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