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M.Di Ciommo, Il paradosso dell’Italia: regina dei patrimoni Unesco, ma i lavoratori della cultura sono solo il 3,4% — Emergenza Cultura

I dati Eurostat mettono in luce una triste verità per il nostro Paese. Nonostante un patrimonio artistico, culturale e naturalistico sterminato i lavoratori impegnati nel settore della ‘cultura’ sono solo il 3,4% del totale. La percentuale ci colloca al 19esimo posto tra i 28 paesi Ue

Se esistesse una classifica della bellezza, l’Italia sarebbe probabilmente in vetta. Il giudizio non è soggettivo, ma è giustificato dal numero di siti Unesco presenti nel nostro paese: ben 53 patrimoni dell’umanità tutelati, dalle Alpi alla Sicilia. Non c’è nessun Paese al mondo che può vantare una collezione di meraviglie simile. Al secondo posto, per intenderci, si trova la Cina, 32 volte più grande dell’Italia e 22 volte più popolata, con 52 siti. Il risultato del Belpaese, il termine casca a pennello, è quindi straordinario e giustificato da una biodiversità diffusa e da una storia millenaria nel cuore del Mediterraneo, da sempre luogo di incontri (e scontri) tra civiltà.

PATRIMONIO NON SFRUTTATO – A cozzare con questa statistica positiva sono però i dati tutt’altro che lusinghieri che riguardano la percentuale degli occupati nel settore della cultura. Secondo le analisi di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, l’Italia guadagna solo un misero 19esimo posto (su 28, Regno Unito incluso) per la percentuale di persone impegnate in settori legati alla cultura. I lavoratori del comparto rappresentano solo il 3,4% del totale e tra il 2011 e il 2016 (il periodo preso in analisi) il numero si è addirittura assottigliato passando dal 3,5% al dato attuale. Per lavori ‘culturali’ l’Eurostat prende in cosiderazione anche gli impieghi economici. Il rapporto include nei ‘lavori culturali’ tutte le persone che lavorano in un settore economico definito come ‘culturale’. In più, tutte le occupazioni legate all’ambito sono incluse, anche se il singolo impiegato non svolge nello specifico un lavoro culturale. Si va quindi dallo specialista di design all’interprete, dall’archivista all’impiegato in un museo, fino al giornalista e al musicista. Inclusi nella graduatoria ci sono anche gli artisti che realizzano oggetti intagliati a mano o strumenti musicali.

Da Eurostat
GIOVANI E LAUREATI – Ma le statistiche peggiorano scendendo più nello specifico. Il nostro paese retrocede in terzultima posizione se a essere analizzato è il segmento di età dei lavoratori più giovani (dai 15 ai 29 anni) e addirittura in penultima analizzando il grado di istruzione degli impiegati. L’Italia è una dei quattro paesi UE la cui quota di laureati (ma nel conteggio sono incluse anche le persone che hanno concluso corsi di formazione professionale post-diploma, di alta formazione artistica e musicale) impegnati nel settore non supera il 50%. Gli altri sono Repubblica Ceca e Slovacchia, mentre peggio di noi fa solo Malta.

Italia, la cultura non è un lavoro per giovani: i dati Eurostat

IN EUROPA – Se l’Italia retrocede nonostante il patrimonio culturale sterminato, l’Europa avanza, anzi corre. Nel vecchio continente sono circa 8,4 milioni i lavoratori impegnati in attività culturali, in crescita del 7% tra il 2011 e il 2016. In testa alla graduatoria Estonia e Lussemburgo, che fanno segnare una quota rispetto agli occupati totali pari al 5,3 e al 5,1%. Fanalino di coda è invece la Romania, con una percentuale dell’1,6%.

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