IL MITOSTORICO NELL’ARALDICA

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

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Distrattamente, perché introiettiamo sempre più pulsioni e meno logica, assaliti da una pletora di vacui desideri che affollano animi ora più che mai indeboliti, gironzoliamo nelle nostre vetuste città non facendo più caso alla gloria architettonica che ci hanno lasciato in eredità i nostri padri, figuriamoci quindi di andare a osservare i particolari di codeste meraviglie. Abituati allo schifo edilizio, democraticamente distribuito dal ’45 ad oggi, non destano particolare interesse né la guglia che sfida i venti e le tempeste né tanto meno la bifora dalla colonnina tortile. Ma, senza apparecchiare improbabili discussioni esoteriche sfocianti magari in teorie “rivoluzionarie” e conclusioni deliranti, come le figliolanze divine inventate a partire da una scultura magari troppo rozza perché risalente all’VIII secolo dopo Cristo, si potrebbe azzardare, si badi bene con tutte le precauzioni del caso, una suggestiva ipotesi riguardante uno dei più famosi miti della religione cristiana che, come in molti altri casi, possiede in nuce un’indiscussa origine pagana. Senza ulteriori preamboli possiamo ora entrare nel vivo della questione: quale sarebbe dunque il mito che, attraverso i secoli e le regioni più disparate, pur tuttavia conservando il carattere tipicamente apotropaico, è giunto fin nelle nostre chiese conservandovi il suo culto?

Si tratta del mito di S. Giorgio e il drago. Le vite dei santi, vere e straordinarie comunque, spesso sono accompagnate, direbbe purtroppo colui che vuol svolgere su di esse una rigorosa ricerca storica, da un filone narrativo che potremmo definire apocrifo, il quale spesso distorce la biografia dello stesso santo. D’altronde i vari episodi favolistici narrati destano tenerezza perché partorite in seno alla civiltà contadina, però rendono difficile cernere il grano dal loglio per cui ci dobbiamo sforzare di spiegare, purtroppo sì, con metodi razionalistico-illuministici la nascita di tali leggende.

Pur non essendo per niente un estimatore del mondo massonico che detronizzò il mondo antico, con tutti i suoi regnanti, per far posto all’ipocrisia libertaria che ci ha ridotto all’attuale stato larvale, giuoco, ob torto collo, con la lente di Sherlock Holmes per scoprire il perché sugli scudi, i bassorilievi, le stampe e le bandiere, campeggia S. Giorgio che trafigge un drago? Nelle rare occasioni in cui viene posta questa domanda, e di solito sono i bambini, i più sinceri della Terra, si liquida la faccenda dicendo che è semplicemente simbolica della sconfitta del male. Ma, per quanto ne sappia, il male è un essere puramente spirituale: Satana odia l’uomo perché fatto di carne, dunque non potrebbe incarnarsi in un qualcosa di fisico, per l’appunto un drago. Il serpente biblico era tale perché si era all’origine del mondo… l’Eden. Senza dilungarmi oltre, è materia puramente teologica, escludendo quindi la matrice metafisica di questa creatura mostruosa si ritornerebbe al punto di partenza: E’ una semplice immagine simbolica. Ma è proprio in questo caso che veniamo puntualmente spiazzati dall’episodio agiografico. Lo rifiutiamo in toto?

Oppure cerchiamo una spiegazione “storica”, “scientifica”, insomma cerchiamo di appigliarci a qualcosa di attendibile. Dunque la vicenda di S. Giorgio che trafigge un drago viene riportato nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. In essa viene descritto un mostro serpentiforme che abita nei pressi della libica città di Silene; gli abitanti, per placarlo, estraggono a sorte giovani vittime da dargli in pasto, ma quando il sacrificio tocca alla figlia del Re entra in scena S. Giorgio, un prode soldato a cavallo che neutralizza il mostro per poi invitare la principessa a legarlo con la sua cintola per condurlo in città. Dinanzi al miracolo la città intera si converte al cristianesimo e poi, come al termine di un trionfo consolare, il nemico sconfitto, il drago viene ucciso. Si badi bene il luogo e il tipo di bestia, ma andiamo avanti: Chi era “storicamente” S.Giorgio?

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Le fonti lo descrivono come un legionario romano, originario della Cappadocia, martirizzato durante il terribile principato di Diocleziano, il feroce e unico grande persecutore del cristianesimo. Vi è da dire che questa figura eroica in origine era associata ad altri due santi, Sergio e Teodoro; tutti e tre soldati cavalieri dalle caratteristiche ben precise: Giorgio trafigge un essere antropomorfo, Sergio un animale feroce, ma è Teodoro a trafiggere un drago. Questo si vede nella più antica rappresentazione di S. Giorgio, risalente alla prima metà del secolo X, in un bassorilievo della chiesa della Santa Croce dell’isola di Akdamar. Stesso schema nella chiesa di Nikortsminda in Georgia. Insomma, questo culto sorge ad oriente nella tarda antichità e soprattutto in ambito romano. I tre santi sono altrettanti legionari romani, ed effettivamente è facile scorgere in queste storie le molte vittime delle purghe che, sinistramente simili a quelle leniniste-staliniane, indebolirono un esercito imperiale che si faceva sempre più simile al resto della società grecolatina, si cattolicizzava. Nei primi tempi dunque il santo sauroctono per eccellenza è Teodoro, ma presto gli echi d’oriente, giunti nelle terre iperboree grazie alla comune appartenenza di Oriente e Occidente all’impero dei cesari, modificarono comunque tale leggenda e dei tre originari santi restò unico protagonista il solo Giorgio.

Per comprendere l’ipotesi che a breve andrò formulare non ci resta che tornare dunque all’autore della legenda aurea, laddove Jacopo da Varazze, il frate domenicano poi vescovo di Genova, descrisse, ma siamo ormai nella seconda metà del XIII secolo, la storia di S. Giorgio uccisore di draghi. L’ambiente conventuale, è risaputo, era l’unico luogo di sapienza nel mondo dell’età di mezzo, è logico supporre che tramite la fittissima rete di edifici religiosi disseminati per tutta Europa, (altro che progetto Erasmus, dannosissima fiera dell’apolidia) circolavano numerosi volumi contenenti tutto lo scibile sopravvissuto dal naufragio del mondo antico. (E per fortuna non c’erano ancora i bombardieri americani, altrimenti tutti i monasteri avrebbero fatto la fine di Cassino e a noi non sarebbe rimasto nulla, ma tant’è, ogni epoca possiede i suoi barbari). Dicevamo, mi si perdonino i lunghi intercalari ma qui è d’uopo tale esempio, Jacopo da Varazze sarà venuto indubbiamente in possesso delle opere di Tito Livio o della Storia Naturale di Plinio il Vecchio, la sua epoca è in effetti florida di riscoperte dei testi antichi che si trascrivevano dappertutto tramite l’eroico lavoro degli amanuensi.

Lo immagino il colto frate intento a sfogliare le pagine dei codici in cui venivano narrate le imprese degli antichi fra cui anche le storie che all’apparenza parevano assurde anche a quell’epoca, come la vicenda di cui mi accingo a parlare: Il serpente del Bagradas. Era in corso la prima guerra punica e il prode Attilio Regolo guidava con successo la prima invasione romana dell’Africa che, si badi bene, i latini e ancora in età medievale chiamavano Libia. Ora, giunto l’esercito romano ad accamparsi in un ansa del grande fiume Bagradas, il console inviato alcuni uomini a far rifornimento di acqua non ne vide rientrare due, temendo fossero caduti in un agguato del nemico o forse di bestie feroci, tipo il leone, molto diffuso in Africa settentrionale a quel tempo, a magari si fosse trattato di un comune animale, inviò un drappello; dopo poco tempo i legionari inviati colà rientrarono correndo come invasati tanto da non riconoscere neppure le porte del campo, cos’era questo terrore che colpiva uomini adusi a tutte le efferatezze? Da dietro i robusti canneti che cingono il grande fiume sbucò un serpente di dimensioni gigantesche, contro di esso iniziò il combattimento più strano, assurdo e mostruoso, mai affrontato da un esercito romano.

Nulla sortivano sulla sua corazza squamosa i giavellotti, le frecce e i vari dardi che gli scagliavano contro, né tanto meno i colpi di gladio; con le sue poderose spire stritolava i legionari, altri li afferrava con le sue potenti mascelle, inoltre era ancora vivo il ricordo, tramandato fino allo stilo dello scrittore augusteo, del fiato pestilenziale che ammorbava tutta l’area. Per aver ragione di quel prodigioso mostro, lungo ben 36 metri! Attilio Regolo fece intervenire le balliste, con le quali iniziò un vero e proprio tiro di artiglieria contro quel bestione; riusciti nell’intento di spezzare la schiena al serpente, i romani si avventarono su di esso e, colpito con le scuri, lo uccisero. Questa storia dovette impressionare a tal punto la popolazione romana, la pelle fu esposta nell’Urbe, che numerosi scrittori narrarono questa storia. Il buon Jacopo dovette subire la stessa meraviglia, e data la scolastica che cercava appigli e collegamenti vari, anche profetici, tra mondo antico pagano e la rivelazione cristiana, non sarà stato difficile individuare in mostri simili l’incarnazione del male che i romani e il loro impero, (visto all’epoca come Katechon, che vuol dire colui che tiene lontano il male).

Assimilazioni con le storie agiografiche provenienti da oriente, i tre cavalieri. Il Vescovo di Genova avrà collegato il fatto di trovarsi al cospetto di soldati uccisori di mostri nella Roma d’Oriente con i legionari di Regolo, di qui il cambio di ambientazione del mito con l’Africa, luogo dello storico scontro col micidiale mostro. Su cosa poi potrebbe essere stato questo enorme animale è materia per zoologi, ma non sono rari gli esempi di gigantismo, specie in luoghi poco antropizzati come lo era per vasta parte il mondo antico. La ricerca continua e rende vivi, liberandoci dallo squallore dei tempi senza santi né eroi, come si dice in una celebre canzone di Vasco.

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

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