Com’è noto si avvicinano le elezioni presidenziali russe, fissate per il 18 marzo e come è altrettanto noto  la stampa occidentale invece di analizzare le possibilità degli sfidanti di Putin, tra cui quelli con maggiori chances sono i comunisti, si dedica a fabbricare l’immagine di maggior oppositore per il proteiforme quanto opaco Aleksej Navalny, il nostro agente a Mosca, nonostante il fatto che non possa concorrere personalmente a causa di vicende finanziarie truffaldine per le quali è stato condannato e che il suo sedicente partito del progresso non sia mai pervenuto a risultati di minimo rilievo alle elezioni politiche. Anzi per la verità si tenta di spacciare il maneggione razzista e fascista come una vittima di Putin e non si fa fatica a comprenderne le ragioni:  questo “agitatore politico – finanziario” misteriosa e ambigua definizione data da Time, è venuto alla ribalta dal nulla nel 2005, appena tornato, guarda caso, dall’Università di Yale,  dove era membro selezionato del «Greenberg World Fellows Program», un programma creato nel 2002 con il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale 16 persone con caratteristiche tali da farne dei «leader globali» o in poche parole quinte colonne di Washington. Non appena tornato Navalny fonda il gruppo giovanile Democrazia Alternativa, che riceve ingenti finanziamenti dalla National Endowment for Democracy, una ONG con sede a Washington finanziata principalmente dal Congresso degli Stati Uniti, la quale consiglia al giovane il metodo Beppe Grillo, ovvero acquistare qualche azione di grandi compagnie, in modo da trasformarsi in paladino dei cittadini contro le malefatte del potere, in questo modo Navalnij si costruisce la fama di “attivista anticorruzione”.

Al contrario però del comico genovese Navalny approfitta in proprio della situazione, tenta di far soldi con il millantato credito presso molte aziende occidentali, ricatta gli oligarchi, sguazza nel torbido e dalle campagne anticorruzione  passa alla corruzione: nel 2013 viene arrestato per appropriazione indebita di mezzo milione di dollari finendo ai domiciliari, mentre l’anno successivo subisce una condanna per truffa e riciclaggio. assieme al fratello. Ma visto che è proprio questo il materiale umano che interessa all’occidente, si glissa su queste bagatelle e si dà spazio a quello che è ancora un semisconosciuto in Russia: anzi gli vengono suggerite delle mosse perché egli possa apparire come un una vittima del potere putiniano. L’anno scorso quando il governo autorizza una manifestazione del suo partito, lui la sposta in una piazza non autorizzata, così può essere arrestato insieme a un po’ di suoi militanti e presentarsi alle telecamere occidentali come martire della libertà, una tesi sposata in pieno da Amnesty International. Ed è davvero strano visto che il nostro ha più volte espresso tesi ultra razziste, otranziste xenofobe di fatto allineandosi all’estrema destra.

In realtà Navalny non naviga solo nel mare dell’ambiguo arancionismo a libro paga diretto degli Usa. ma gode anche di appoggi interni da parte di quei miracolati dell’era Eltsin, quando Washington sperava di papparsi l’intera Russia. Questi padri nobili del truffatore Navalny dimostrano che alla fine tutto si tiene e sono:

Vladimir Gusinskij, espulso da ragazzo dalla scuola petrolchimica, riesce poi a farsi accogliere nell’esercito, diventa dirigente del Komsomol, la gioventù comunista ed è responsabile delle manifestazioni artistiche del Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti di Mosca 1985. Con la perestrojka diventa presidente della cooperativa Metal, la fine del socialismo e gli anni di Eltsin lo trasformano in un oligarca miliardario, semplicemente occupandosi di informazione e controllando decine di radio, televisioni, giornali nazionali e locali, diventa presidente del Congresso Ebraico Russo, cittadino spagnolo e israeliano e con generosità diventa azionista di larga parte della stampa israeliana.

Alexandr Smolenskij nel 1981 a ventisette anni finisce in galera per furto di inchiostro e presse stampanti statali con le quali edita bibbie, non certo per devozione, ma per rivenderle. L’anno dopo già libero viene assunto come ingegnere nel settore sportivo, con la perestrojka prima e soprattutto con Eltsin diventa banchiere, fonda la Cassa di Risparmio di Mosca, che nel 1998 fallisce, rubandosi tutti i risparmi dei cittadini che le avevano dato fiducia. Protetto dal potere eltsiniano, fa in tempo a reinventarsi come editore, controllando i quotidiani Kommersant e Novaja Gazeta, entrambi ultra-liberisti e filo-occidentali. Smolenskij, ha un figlio, con passaporto inglese e greco, miliardario come il padre, compra e vende aziende ed è ovviamente un ultraliberista.

Michail Chodorkovskij, diventato ingegnere chimico nel 1986 e – all’epoca – fervente leninista, diventa dirigente del Komsomol, ma con la perestrojka prima si dedica all’importazione di computer, poi diventa banchiere e fonda la banca Menatep, un’altra di quelle che falliscono facendo sparire i soldi dei risparmiatori come ha fatto il suo amico Smolenskij. Riesce però, nel decennio eltsiniano a speculare sull’inflazione accumulando capitali,  a impadronirsi di svariate industrie estrattive nel settore minerario e della Yucos, società petrolifera. Tutto questo gli riesce con facilità, essendo consulente finanziario di Eltsin che lo nomina nel 1992 presidente del Fondo per la promozione degli investimenti nel settore dei combustibili e dell’energia: investimenti ce ne saranno pochi, furti e arricchimenti privati molti. Arrestato per reati ai danni dello Stato e per svariate attività corruttive, dopo dieci anni viene rilasciato e va a vivere a Berlino, dove tiene la prima conferenza stampa presso l’ex Checkpoint Charlie, simbolo, a suo dire, della libertà contro il comunismo, e annuncia che si impegnerà per rilascio di prigionieri politici in Russia, vittime ovviamente secondo lui del regime putiniano. Per farlo ovviamente utilizza i fondi speculativi e d’investimento di cui è titolare e di cui, con eccessivo rispetto, il governo russo gli ha lasciato la titolarità, quando avrebbe potuto benissimo sottrargliela a compensazione dei furti ai danni dello Stato e dei cittadini da lui commessi.

In questo contesto non può che apparire grottesco il fatto che il sedicente campione anticorruzione nasca dalla palude più corrotta del Paese, ovvero dal contesto affaristico criminale che si era impadronito della Russia ai tempi Eltsin, ma fin qui sarebbe la solita storia vista decine di volte dal dopoguerra ad oggi e in particolare dopo il crollo dell’Unione sovietica che ha demolito anche molte inibizioni di Washington. L’interrogativo di fondo è come mai l’occidente vada a cercare i propri paladini nei bassifondi etici esponendosi, nel caso di Paesi non facilmente controllabili a sicure sconfitte: forse perché ha ormai così poco da dire che può trovare alleati e fantocci solo in ambienti dove la politica in quanto tale  ha cessato di esistere? Forse perché cerca solo dei replicanti senza alcuna idea o coerenza che vivono dell’appoggio di speculatori senza scrupoli e gente disposta a qualsiasi mercimonio? Di sicuro che si parli solo del non candidato Nalvalny sfida ogni paradosso e dimostra ancora una volta la collusione dell’informazione col potere che la dirige. E’ proprio vero “Dimmi chi appoggi e ti dirò chi sei” Navalny fa la sua triste commedia in Russia, ma ha già vinto da un bel po’ in occidente.

via Putin e l’occidente dei criminali vittimisti — Il simplicissimus

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