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Immagine tratta da repertorio Web

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

L’unica grande eresia-(Prima parte)

Nel 215 dopo Cristo in una Ctesifonte, capitale dell’impero persiano-partico, dalle macerie ancora annerite dall’ultima devastazione, tremenda, subita ad opera delle legioni del potente Impero Romano, nasceva al mondo Manete, meglio conosciuto come Mani. Costui era un nobile persiano che potremmo definire sui generis, questo perché mostrò fin da subito vivo disinteresse alla partecipazione delle consuete congiure di palazzo ai danni del sovrano di turno, né tanto meno pareva animato dal tipico revanscismo persiano, quello che soprattutto con l’avvento della monarchia Sassanide prese a rivendicare i territori occidentali dell’antico Impero Achemenide. A dirla tutta queste ambizioni parevano più che un sogno in quell’epoca non avendo la Persia conquistato un solo centimetro di territorio romano ma addirittura perso la Mesopotamia settentrionale, uno dei territori centrali dell’Impero persiano, che venne annessa all’Impero dei Cesari da Settimio Severo. Ma, come sempre accade nei momenti di forte crisi, tali periodi sono anche la fucina per temprare forze nuove, emergenti, che preparano la vendetta per il proprio popolo. Mani però, come preannunciato sopra, prese tutt’altra strada; anche se non è escluso che a spingerlo per questa scelta un contributo essenziale sia stato dettato proprio dalle sconfitte militari che il suo popolo subiva dalle armi romane. Fatto sta che al contrario di quanto fece Ardashir, (il primo sovrano persiano che per l’appunto profittando dei disordini seguiti all’invasione romana rovesciò la dinastia Arsacide e instaurò quella Sassanide), il giovane Mani abbandonò una Mesopotamia in fiamme per dirigersi verso oriente, agli estremi confini dell’impero persiano ed oltre, fino a giungere sui monti del Tibet per dialogare con i monaci che già al tempo affollavano le creste di quelle insuperabili vette. Da essi trasse molto giovamento, (e chissà quanto questa figura ispirò Nietzsche e il suo Zarathustra letterario; è un dato certo che l’ambiente in cui il nobile Mani visse e si spostò, e il modo con cui si relazionò con gli altri, fu lo stesso). Tornato in Patria volle discutere con i sacerdoti nazionali del suo popolo, i magi, (coloro che erano andati in visita da Gesù Cristo), ma con questi ebbe difficoltà enormi, tanto da esserne più volte scacciato. Incurante di queste incomprensioni continuò la sua peregrinazione religiosa dialogando con i seguaci del Cristo, quegli eroici vescovi che nell’età paleocristiana percorrevano il mondo spargendo il loro sangue come martiri. Infine, come accade solitamente al il tizio che viaggia molto e finisce col perdere la sua bussola interiore, (perché forse sarà in grado di viaggiare per il mondo ma il suo ego finisce col diluirsi col tutto, perdendo la propria di identità), Mani, ormai uomo maturo, giunse a fare quello che più o meno tutti i profeti o presunti tali compiono; ossia mettere il famoso nero su bianco: Scrivere il suo Diario di vita, di esperienze interiori ed esteriori. Queste ultime, purtroppo, dato il disinteresse per quei tempi nei confronti del viaggio avventura non hanno spinto Mani a descriverle. Fosse stato un viaggiatore ottocentesco avremmo ricevuto documenti attestanti i profumi e gli orizzonti dei paesaggi, i volti e le costruzioni politiche ed architettoniche degli uomini abitanti tra Mediterraneo e Himalaya. Abbiamo invece ricevuto dalle esperienze di Mani il suo pensiero, ciò a cui era giunto dopo anni di viaggi e dialoghi; quel sincretismo che diede origine a tutte le eresie più importanti che si sono fatte strada lungo i secoli, anche in Europa: luogo in cui è innegabile abbia seminato i maggiori danni. Ecco dunque in sintesi cosa ha partorito la mente di Mani. Per spiegare l’insanabile ed eterna antitesi tra bene e male Mani era giunto alla conclusione che ab origine del tutto esistono due regni: uno della luce, regno di Dio e del bene; l’altro delle tenebre, regno di Satana e del male. In questo tipo di analisi crollava tutto il castello di speculazione e rivelazione giudeo-cristiana; laddove il dominio di un Dio unico, creatore del visibile e del non visibile, tremendo e Onnipotente, che punisce fino alla terza generazione ma che ne perdona mille e più mille, dunque fondamentalmente buono, nonché dominatore assoluto, anche sul male, viene superato dalle concezioni manichee, (di Mani), nelle quali bene e male risultano paritetici. In questo scontro tra luce e tenebre si alternano le vittorie e le sconfitte per entrambi gli schieramenti. Il mondo quindi non sarebbe altro che il luogo “partorito” a seguito di queste battaglie tra le due forze; una scoria venuta fuori dal mescolamento tra luce e tenebra, bene e male. Quale sarebbe allora il compito dell’uomo per discernere il bene dal male? La conoscenza, prese a rispondere Mani, la gnosi del mistero, raggiungibile attraverso l’ascesi. Il nobile persiano prese a considerare se stesso l’ultimo degli eoni, nient’altro che un inviato da Dio a liberare gli uomini dall’involucro del loro corpo. Ecco il vero scopo dell’eretico inventore di una religione nuova scaturita dalle esperienze mistiche e di viaggio, dalle frustrazioni personali e nazionali. Era l’anno 242 d. C. quando per le vie polverose della Mesopotamia l’eone predicava alle genti di essere stato inviato da Dio a salvare dal mondo materiale, creazione maligna, gli spiriti in esso alberganti ma provenienti dal regno di luce. Il manicheismo fu da subito ostacolato dall’autorità politica dominante, e si sa come essa si sia appoggiata da sempre alle religioni nazionali, e dobbiamo aggiungere che ciò fu un bene dato che oggi non si appoggiano a nient’altro che al portafogli. Barham I, scià di Persia, nel 275 d. C. decise quindi di porre fine a questa follia e fece condannare a morte Mani: Come sempre il seme era già stato sparso e la morte del fondatore era nulla ormai, la sua missione si era comunque compiuta. Aveva affermato di essere uno come Gesù, Noè, Abramo, Zarathustra, Budda: altri eoni inviati sulla terra dal Dio buono, quello della luce e dello spirito, tanto bastava a diffondere il nuovo verbo. Il fulcro della setta si spostò fuori dei confini persiani e fu Antiochia, la terza città dell’Impero Romano, ad ospitarne gli adepti in numero maggiore rispetto alle altre città; lo scontro interessò quindi le autorità romane che, forse memori dell’ascesa del cristianesimo, perseguitarono con violenza inaudita i seguaci della gnosi manichea…. continua

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

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