Il corpo di Napoli si disfa, ci precipita addosso. Non è un incidente quello di ieri, non una fatalità: ma ovvia, annnuciatissima conseguenza di decenni di abbandono.Quando, nel pieno Seicento, Napoli era la più grande metropoli d’Italia e

una delle prime d’Europa, nel suo cuore antichissimo sorse una città nella città. Centinaia di chiese, conventi, monasteri confraternite: una immensa “Napoli sacra” che non conteneva solo luoghi di culto o dormitori, ma anche chiostri in cui il silenzio era rotto solo dalle acque abbondantissime delle fontane; incantati e profumatissimi giardini di agrumi; biblioteche; farmacie; opere d’arte d’ogni sorta. “Non è omo che non la brami, e che non desideri di morirvi…Napoli è tutto il mondo!” scriveva l’accademico Ozioso Giulio Cesare Capaccio nel suo Forestiero (1634). Il convento di San Paolo Maggiore era uno dei luoghi più illustri di questo ombelico del mondo: sorto sull’agorà della Napoli greca, ridette vita al tempio dei Dioscuri, usandone le colonne e conservandone l’aura. Ed è in uno dei suoi due chiostri che ieri sono venute giù due volte: senza provocare una strage solo per miracolo.
I lavori in corso erano quelli del Grande Progetto Unesco che, lentissimamente, sta finalmente provando a salvare ciò che rimane del centro di Napoli. Dove nel Seicento si visitavano 400 chiese, quelle accessibili e in discrete condizioni sono oggi una cinquantina. Almeno altre duecento esistono ancora: ma sono sprangate per tutti tranne che per i ladri che le spogliano inesorabilmente di marmi barocchi che finiscono nelle ville dei boss , o sul mercato internazionale.
Moltissime altre sono chiuse, spesso dal 1980: pericolosamente siringate di cemento dopo il terremoto, e poi riempite di ponteggi, disseminate di piccioni e topi in decomposizione, coperte da una infinita coltre di polvere. Negli ultimi decenni questa vertiginosa e perduta Napoli Sacra è stata la grande rimossa di ogni politica culturale. Lo Stato, Il Comune e la Curia (i principali proprietari di un patrimonio frammentassimo) si sono dedicati agli eventi, all’industria delle mostre, da ultimo ai musei: dimenticando, però, il corpo di Napoli. Che ora ci ricorda che esiste nell’unico modo possibile: sfarinandosi.
Sono mancati i soldi, certo. Ma prima ancora l’attenzione, l’amore, la conoscenza: e soprattutto, un progetto unitario. Una visione chiara di come ridare senso a questa enorme città nella città senza stravolgerne il carattere storico e artistico, anzi tutelandolo ed esaltandolo. Mentre la Curia affitta chiese mirabili a improbabili imprenditori, e il Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno organizza mostre con i pezzi pregiati, solo la giunta di de Magistris ha mostrato di avere un’idea: per esempio destinando l’ex Asilo Filangieri (che è una parte di una altra grande insula monastica, quella di San Gregorio Armeno) a un esemplare uso civico. E’ da qua che bisogna ripartire: perché la nostra generazione non salverà il corpo di Napoli se non saprà dargli un’anima nuova.

Repubblica, 17 marzo 2018

via Tomaso Montanari, Così il corpo di Napoli si disfa — Emergenza Cultura

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