Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

C’è qualcosa di immortale nel film diretto da uno Stone d’annata su quello che era è e, con ogni probabilità, rimarrà uno dei presidenti più odiati negli States ovverosia: Richard Milhous Nixon, per gli amici (pochissimi) e per i nemici (quasi tutti) Dick Nixon.

L’interpretazione di Hopkins è magistrale, questo è indubbio. Ma non c’è solo la superba arte cinematografica e artistica dell’immenso attore a rendere questo film un capolavoro assoluto.

La storia, indubbiamente, affascina, colpisce e stordisce. Il film dura 3 ore e tiene letteralmente incollati davanti al schermo. In quelle 3 ore vanno in scena, come recita l’occhiello del titolo: gli intrighi del potere. Tutto quello che di sporco e di illegale oltre che di immorale il potere deve fare per autotutelarsi e garantirsi continuità in quella che i suoi estimatori ancora ci dipingono essere come la Patria del coraggio e della libertà e che rimane, a tutt’oggi, faro e guida del nostro mondo occidentale.

Eppure non sono soltanto questi travagli politici, questi intrighi nauseabondi e le oscure, tetre e oscene trame che vengono tirate dal grande burattinaio della casa bianca a stregare lo spettatore. E’ l’amore immortale e, forse anche immorale, dell’uomo comune di fronte alla bestia del potere, è il fascino mistico che la bestia di hobbesiana memoria spande e propaga tutta attorno… e nel corso delle 3 ore di lungometraggio vengono fuori a sprazzi vere e proprie confessioni d’autore, come quando Stone fa dire a Kissinger “E’ il potere il più grande afrodisiaco di sempre”. Infine il travaglio umano dell’uomo imperatore Nixon fa apparire molto simile questo despota americano alle figure del nostro classicismo sublime che gli americani hanno cercato di copiare in tutto e per tutto.

Si scrive Nixon e si legge in lui Caligola e Nerone, Tiberio e Augusto. Follia, delitto, potere, politica e sangue. Con la guerra in Vietnam in sottofondo che fa pensare a quanto c’è di vero nella massima di Hegel che vuole la storia essere: “la più tremenda delle dee che con il suo carro solitario dove nessuno siede per sempre al suo fianco si fa innanzi su cumuli di milioni di morti”.

Così questo Nixon di Stone ci fa rivedere le antiche e sacre vestigia dell’impero dei Giulio Claudi, la casa dell’imperatore naturalmente non può che essere la Casa Bianca sempre più “tinta”, come si direbbe in Sicilia, per definire non già il suo colore ma la sua cattiveria. Così Nixon nel suo delirio di potenza impotente di fronte al mostro del potere che, dopo aver dato un orgasmo fugace al “droghiere di Whittier” come lo definiva, secondo Stone, il sempre odiato Kennedy, odiato da Nixon s’intende, si inizia a far distruggere dallo stesso mostro che aveva corteggiato e creduto di poter dominare.

Emblematiche le parole di una ragazza diciannovenne che mormora di fronte al presidente sceso al Lincon memorial, che è bene ricordarlo domina Washington da uno scranno dove siede circondato da un bel paio di fasci littori, tanto per rimanere in tema di romanità: “nemmeno lei può controllare il sistema”.

Ed è proprio sulla forza del sistema più forte ancora di tutte le congiure, le trame, gli intrighi, gli omicidi, le guerre e le bugie storiche che si staglia la figura di Dick Nixon sempre più solo e disperato in questa guerra che rende ogni uomo alla fine sconfitto. Si arriva ad avere pietà del mostro Nixon nel capolavoro di Stone perché lo si vede perdere, lo si vede umano, come un imperatore deposto dallo stesso meccanismo diabolico che lo aveva issato al potere e lo aveva illuso di essere un semidio.

Mentre sei solo polvere uomo e non bastano tutte le congiure del mondo per renderti migliore di quello che sei. Tanto che, alla fine, guardi con simpatia a Catilina, l’unica congiura che ti rimane vicino al cuore, fosse solo perché contro c’era quel protodemocristiano, come lo definisce Massimo Fini, presuntuoso fino all’eccesso di Cicerone.

Già, il Cicer… il cece… e Nixon alla fine precipita, quasi come un cece microscopico nell’abisso, come narra il poeta “come corpo morto cade”. Paradossalmente alla fine il sistema che aveva innalzato e distrutto l’imperatore Nixon gli rende l’onore delle armi. Nella data della sua morte, quando nel ’94 l’imperatore lascia questa sua sede terrena e vanno ad omaggiarlo ben 5 imperatori ancora vivi e vegeti, nell’ordine gli ex presidenti: Ford, Carter, Regan, Bush padre e Clinton che allora era in carica e che commemora Nixon come campione del sistema, perché si era tenuto i nastri che avrebbero svelato al popolo ingenuo e bambino degli yankee che cosa è in realtà e lo schifo che fa il potere quando lo si vede dal di dentro.

E ti viene voglia di metterti al fianco di Lucio Sergio Catilina che voleva distruggere quei nastri, quella sudicia segretezza del potere e marciare sull’Urbe eterna.

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

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