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IL PREZZO DELLA MORALE

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

La vita e le opere di Osip‘emil Evič Mandel’štam, poeta russo

Per la maggior parte dei nostri lettori, ne siamo certi, la figura e la persona di Osip Mandel’štam, così come le sue opere, sono del tutto sconosciute. Niente di male, intendiamoci, essendo la nostra cultura renitente al considerare nei termini giusti tutto il mondo e tutta la grandiosa produzione letteraria slava. Questa naturale propensione del nostro mondo intellettuale, accademico e politico è anche supportata dalla stessa figura di Mandel’štam, semisconosciuto persino nella sua stessa patria. Noi di questo giornale abbiamo cercato di far filtrare un po’ di luce nel limbo dove fluttuano i letterati slavi per la stragrande maggioranza degli italiani, dando ampio spazio al padre della moderna letteratura russa, l’eclettico e gigantesco Aleksandr Sergevič Puškin, la cui epoca nella tradizione nazionale è complessivamente definita “l’età dell’oro” (zolotoj vek) della poesia russa.

Lo stesso Mandel’štam ha in comune con il grande Puškin la mitizzazione della figura di Ovidio, predecessore della poesia sarmato-slava secondo un mito leggendario formatosi attorno al XVIII secolo. Figlio di un commerciante e di una musicista, Mandel’štam nasce nel 1891 e si iscrive nel 1911 alla facoltà di Lettere di San Pietroburgo, l’antica capitale russa. Dopo un paio d’anni, esce la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Pietra” che risente del lessico simbolista proprio di quell’epoca, ma che allo stesso tempo è originale per la volontà di Mandel’štam di prendere ad esempio l’architettura quale arte perfetta.

Lo stile del poeta diviene quindi neoclassico, lontano dal pappagalleggiamento dei guazzabugli futuristi, allora imperanti in Russia e si caratterizza e si differenzia per il registro dei vocaboli e del lessico che non presenta né arcaismi, né volgarismi di sorta. Dopo la guerra e la rivoluzione, le poesie sono raccolte nel volume “Tristia” datato 1922, chiara sin dal titolo la natura elegiaca di ovidiana memoria. Nello stesso momento, Mandel’štam si pone come uno dei capi della poesia acmeista, che nasce dalla crisi del simbolismo. Il movimento dell’acmeismo o adamismo si batteva per un ritorno al reale e alla concretezza della poesia e un ritorno all’equilibrio compositivo e alla sobrietà espositiva dopo le visioni e gli indefiniti paesaggi dei poeti del decadentismo. Nel 1934, la tragedia si compie: dopo aver scritto l’antistaliniana “Viviamo senza più fiutare sotto di noi il Paese”, viene arrestato e confinato a Voronež, nella Russia meridionale, dove scrive quello che sarà il suo testamento poetico, “Il quaderno di Voronež”.

Liberato nel 1937, viene reincarcerato l’anno successivo e deportato in un lager dell’estremo oriente russo, ossia nella tristemente nota Siberia, dove, in poco tempo, il poeta si consuma e muore di stenti. Singolare sorte la sua che riecheggia molto da vicino quella del suo amato Ovidio, del quale appunto seguì il destino. Anch’egli infatti venne esiliato e morì lontano dalla sua patria, con una piccola differenza: che Ovidio morì nel clima temperato delle coste del Mar Nero, mentre il suo veneratore slavo venne seppellito dal freddo della Siberia; ma Ovidio aveva Augusto come carnefice, che non gli perdonò una sua probabile tresca con la figlia Giulia e lo mandò in un esilio dorato, mentre Mandel’štam doveva vedersela con Stalin, che non gli perdonò una poesia e, in virtù di questo, gli commissionò una morte da forzato in un clima tra i più orrendi della terra. Ovidio e Augusto, Mandel’štam e Stalin: chi l’ha detto che l’animo dell’uomo si è evoluto?

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

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