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LA SCONFITTA DEI MEDICI E DELLA MEDICINA NEI SECOLI XVi -XVII AD OPERA DI SAN ROCCO

Tratto da:Onda Lucana® by Santino G.Bonsera

Il 1656 per il Regno di Napoli si annuncia con il  quadro fosco della peste, come viene annunziato alle autorità napoletane da Genova: Il morbo. Infatti, da Algeri era penetrato in Spagna (Valenza giugno 1647)  e regione aragonese, da dove nel 1652 si era diffuso in Sardegna, da cui sarebbe trasmigrato a Roma, a Genova e a Napoli. che viene attaccata dalla peste nel mese di marzo 1656.

Il governo vicereale non è colto di sorpresa, perché era informato per tempo. Ma nessun provvedimento viene preso dal governo per organizzare e coordinare i vari interventi necessari: predisporre il servizio sanitario, prevedere i soccorsi alle popolazioni ed emanare disposizioni per limitare il diffondersi del contagio. Il viceré García de Avellaneda y Haro nel 1656 preferisce ignorare il contagio e quando il medico Giuseppe Bozzuto diagnostica la peste a un soldato spagnolo proveniente dalla Sardegna, dando l’allarme, il viceré fa imprigionare il povero medico per aver dato l’allarme del contagio, lasciando, con criminale ,determinazione, che il morbo avesse una rapida diffusione nella capitale del Regno. Nessun medico, infatti, osa più diagnosticare il morbo per tema di fare la fine del povero Bozzuto, lasciato morire in carcere per peste.  (Cfr. Nuovo Monitore Napoletano  02 Dicembre 2014).

Così, mentre gli altri Stati italiani ed europei in casi di calamità o di insorgenze di colera istituivano magistrature straordinarie, nel Regno di Napoli per i Viceré il colera è un problema di ordine pubblico. Ed infatti i provvedimenti emanati dal potere centrale riguardano la repressione di eventuali tumulti o di violazione di norme di polizia, oltre   il divieto di spostarsi dal luogo di residenza.

Le severe disposizioni intese a limitare il movimento di persona da e per Napoli risultano inefficaci: la gente fugge dalla metropoli per cercare scampo in paesi e città  non contagiate. In tal modo il morbo si diffonde rapidamente anche nella provincia; ed infatti, la prima ad essere contagiata è   Terra di Lavoro, per essere vicina alla capitale; da Terra di Lavoro il contagio  si diffonde in direzione Nord e in direzione Sud. Interviene ancora il viceré con una prammatica per vietare  ai provinciali di abbandonare la propria dimora, divieto che viene regolarmente disatteso per lo scarso controllo esercitato dalle autorità:  la gente in preda al panico  fugge dalle zone contagiate, cercando riparo in campagna o in altri centri abitati non ancora toccati dal morbo, ma così facendo diffonde la peste.

Dopo essersi diffuso in Molise e in Abruzzo,. in direzione Sud, il contagio si estende al Principato Citra. Nello stesso tempo, il morbo attacca la Lucania: ai primi di maggio 1656 si lamentano contagiati a Lagonegro; e a Lauria ai primi di luglio. Questi due paesi lucani sono  passaggio obbligato per chi si rechi in Calabria, dove il morbo  si diffonde  con straordinaria rapidità nei mesi tra marzo e maggio del 1657.

Diffusione e mortalità del contagio in Basilicata durante la peste del 1656-58 

Fonte:  I.M. Fusco, La peste nel Regno di Napoli. cit.. App. 3, p. 133

I dati sono stati ripresi dall’a. dalle “fedi” inviate dai sindaci a Napoli

 (Non riporto i dati relativi alla popolazione, in quanto per il Seicento il calcolo viene fatto in base ai fuochi, che non sono  un dato demografico ma fiscale. Il moltiplicatore per il numero dei fuochi cui ricorrono cui ricorrono alcuni  non è certo se sia 4, 5, 6. Ma v’è di più. I fuochi non comprendono gli ecclesiastici, i mendichi, gli incapienti: vengono diminuiti per cause diverse, terremoti, peste, per danni inferti da condizioni climatiche particolarmente avverse, per privilegio regio, etc.

 Melfi :  560

Lauria : 2.100

Lagonegro : 1.943

Rivello  : 1.500

Anzi : 2.000

Maratea Inferiore :  1.400

Pescopagano : 1.950

Albano di Lucania : 1.800

San Chirico Raparo :  1.505

Carbone : 1.551

Latronico :  1.650

San Martino d’Angri : 1.520

Francavilla in Sinni : 1.379

Maratea :  1.365

Basilicata morti: 12.948 

Nonostante le ricorrenti epidemie pestilenziali che si sono susseguite in Italia e in Europa dal Medioevo, la scienza medica è del tutto impotente a combattere la peste, perché non ne conosce l’origine e le cause. Le quali, peraltro, vengono indicate nelle influenze astrali. Ancora nel Cinquecento tra i testi fondamentali adottati nelle Università italiane è  il trecentesco  Conciliator differentiarum philosophorum medicorumque di Pietro d’Abano.  Questi, che è il più famoso medico del gran secolo di Dante e di Tommaso,. segue il Canone della medicina dell’enciclopedia di Avicenna e ritiene essenziale il rapporto tra medicina e astrologia, in quanto, secondo la sua concezione,  il mondo sublunare, e quindi il microcosmo del corpo umano  sono soggetti alle influenze degli astri.

Nessun progresso ha compiuto la ricerca scientifica applicata alla medicina dall’antichità ai secc.. XVII- XVIII sec. nella conoscenza delle cause della peste. Infatti,  nelle università si insegna la medicina basata sulla teoria galenica fondata sull’equilibrio dei quattro umori (il sangue, la bile nera, la bile gialla e il flemma). La malattia, secondo questo indirizzo, era causato dallo squilibrio  tra gli umori. Il principale metodo di cura consisteva nei salassi. Inoltre, il medico galenico si serviva di preparazioni a base di piante per purgare, provocare il vomito, rimettere in forze e dare ristoro.

Il medico ancora nel XVII sec. dà molta importanza agli influssi astrali sul corpo umano. Don Ferrante manzoniano nega il contagio della peste del 1628 in base alla distinzione aristotelica di sostanze ed accidenti; ma quando poi è costretto a riconoscerne l’esistenza, attribuisce la causa a “quella fatale congiunzione di Saturno con Giove”. Ma resta fermamente convinto che gli influssi astrali non trasmigrano da un corpo a un altro, quindi inutili sono le precauzioni per evitare il diffondersi del contagio: infatti poco dopo si ammala e, dando la colpa alle stelle, muore da appestato) .(I promessi sposi, cap. XXXVII).

Al popolo non resta che chiedere la protezione di San Rocco-

 

LA PESTE A TRAMITOLA.

dal XVI alla 1^ metà del XVII sec.

Brevi note scritte per rimediare alle sciocchezze, all’onanismo mentali, alle imprecisioni e alla storia “taglia e incolla” cui si abbandonano, in genere,  i piccoli cultori locali,       non tutti ovviamente, ma qualcuno anche ciarlatano, alla cui fonte, di preferenza, si abbeverano i paesani,  ignari della storia del proprio paese.

 

Posta al confine con il Principato Citra, luogo di transito tra la Val d’Agri e il Vallo di Diano,  Tramutola, feudo della Badia di Cava, nel corso del Cinquecento e della prima metà del Seicento, limite cui si riferiscono queste brevi note,  è stata minacciata diverse  volte da epidemie pestilenziali, anche se dal 1528 al 1656 non sembra che abbia subito gravi perdite, come risulterebbe da fonti storiche.

Le prime notizie dirette del contagio di peste sofferto dalla popolazione tramutolese risalgono  al 1498, quando il paese viene occupato da soldati spagnoli del Gran Capitano a causa della ribellione del Sanseverino, feudatario del paese,  contro il sovrano. Alla occupazione militare segue la peste, come si narra nel testamento di Roberto Troccolo, da me trascritto e pubblicato per la prima volta nel 2003, e da cui si ricavano notizie sulle condizioni in cui vengono a trovarsi i Tramutolesi. Molti cittadini abbandonano il paese per sfuggire alla peste ed anche  per sottrarsi alle prepotenze della soldataglia spagnola.

Un altro documento, coevo al Testamento. la “supplica” di Giovanni Pecci, gabelliere del mercato per l’anno indizionale 1499-1500,  in cui si chiede all’abate di Cava di essere esentato dal pagamento della somma prevista dal contratto d’affitto della gabella, ci informa  che a causa della guerra “e tanti Spagnoli esserno allogiati in detto Casale di Tramutola … non possette practicare né possette fare facenda alcuna” In pratica, da questo documento, incrociato con il Testamento, noi abbiamo  il quadro delle tragiche condizioni, della miseria e, possiamo immaginarle, le efferate violenze esercitate sui pochi cittadini rimasti.

Nel paese in pratica, cessa ogni attività economica: (La “Supplica” del Pecci da me rinvenuta in Arch. Cavense carta. 1992, f° 18, da me rinvenuto in quel famoso Archivio, e trascritto   per la esposizione documentaria della Storia di Tramutola dal Medioevo al XVI sec. organizzata dal Circolo Ferroni e dal Circolo S. Spaventa Filippi nel palazzo Terzella; Cfr.anche Santino G. Bonsera, Note e ricerche per la storia religiosa di Tramutola, 2003, – I – pp.85 ss.

L’anno 1528, scrive Giannone, fu pur troppo infelice al regno di Napoli, perché combattuto da tre divini flagelli, di guerra, di fame e di peste…La peste, che fin dal mese di settembre del passato anno cominciò a farsi sentire in Napoli. vie più crescendo riempiva d’orrore il regno (In Opere di Pietro Giannone, vol. IX,  Istoria civile del Regno di Napoli, vol. nono, l. 31°, cap. IV, p. 219  Milano, Dalla Società Tipog. de’ Classici Italiani, MDCCCCCIII).

Di questa epidemia non trovo documentazione riguardante Tramutola; mentre per quella del 1530, quando  la provincia napoletana viene colpita da un’altra grave epidemia di peste, v’è una testimonianza indiretta, che proviene dalle manifestazioni di religiosità popolare. Il popolo, infatti, abbandonato a se stesso dal potere, sfiduciato nei rimedi medicali, chiede al Santo deputato di proteggere  dalle epidemie, San Rocco.

Stando alle notizie storiche ricavate dall’Archivio Cavense, Tramutola non soffrì  in quell’occasione il contagio.   Il popolo, per rendere grazie a  San Rocco per lo scampato pericolo,  decide di costruire la chiesetta “sub vocabulo S.ti Rochi”  alle Cesine, allora extra moenia, oggi all’entrata del paese, dove però è soltanto il toponimo a ricordare la chiesa, trasferita negli ultimi anni dell’800 in contrada Convento. (Cfr. “Cenni storici ricavati dall’Archivio Cavense”, Badia di Cava 1932, p. 46).

Quello di San  Rocco è stato un patronato molto efficace per i Tramutolesi: anche nel 1630 il paese non lamenta morti per peste, e per rendere grazie  a San Rocco per la sua evidente protezione, e “”per particolare divotione ed ad honorem del d. Glorioso Santo, vicino detta Sua Chiesa hanno eretto uno spedaletto per cura de poveri ammalati””, dic. 1633. (Arch. Cava, Cancell. 42). Sulla Chiesa di San Rocco e sull’annesso ospedale, cfr. Santino G. Bonsera, “Note e Ricerche per la storia religiosa di Tramutola”, I, 2003, pp. 58-60..

Nel luglio 1656 il popolo di Tramutola è in grave agitazione perché  ha “l’evidente sospectione di peste che corre per tutto il Regno ed in particolare per li luoghi convicini di detta Terra”, teme perciò   che la peste, che ha raggiunto paesi non lontani  dal feudo della Badia di Cava, possa diffondersi anche nel loro paese. Questa volta sono i reggimentari dell’Università, cioè sindaco  ed eletti   che informano l’abate di Cava, Ordinario di Tramutola , che “ hanno determinato caritativamente rinovare ed accrescere (?)  la Chiesa del Glorioso San Rocco esistente fuori di Tramutola nel luogo detto Le Cesine, acciò detto Glòrioso Santo si degni intercedere appresso nostro Signore Dio Benedetto ci liberi per sua infinita Misericordia da tale morbo pestilenziale, tanto più che detta Chiesa molti  anni sono fu costrutta ed edificata a detto fine in tempo che correano tali pestilenze (Arch. Cava, Cancelleria n. 41).

Nel 1667 il cappellano e il procuratore della chiesa di San Rocco l’8 settembre  decidono,  “”per comodità et utile  spirituale delli predetti infermi edificare un altare dentro la sala dove stanno i letti per ivi celebrarsi la S.ta Messa colla conferenza de S.mi Sacramenti 8 settembre 1657 (Arch. Cava, Cancell. n. 42).

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Nell’estate del 1658, nel mese di luglio. la peste attacca Tramutola, ma Il contagio  non si diffonde e interessa pochi casi isolati, che fortunatamente si risolvono in tempi relativamente brevi (In Ida Maria Fusco, “La peste del 1656-58”,  «Popolazione e Storia», 1/2009, pp. 115-138.

Bolla dell’Abate di Cava di erezione della

chiesa di San Rocco e di fondazione

della Confraternita  annessa alla  stessa.

Tratto da:Onda Lucana® by Santino G.Bonsera

 

 

 

 

 

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