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UNA GRECIA DA CAPIRE

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

Descrivere una decadenza è sempre triste. Specie se a decadere non è una singola persona ma una nazione intera, anzi la madre di tutte le nazioni per cultura e civiltà: la Grecia. La sua storia moderna sembra essere più vicina a quella di un Paese centroamericano che a quella di un’antica e nobilissima nazione europea. Il fatto è che i popoli, così come gli individui, non sono immortali ma invecchiano e si consumano anch’essi nei secoli così come noi lo facciamo negli anni. Se si considera tutto quello che la Grecia ci ha dato, sin dagli albori della civiltà minoica sviluppatasi nell’isola di Creta intorno al 2000 a.C., si può ben comprendere come essa abbia finito di esercitare la sua spinta propulsiva sul Vecchio Continente.

Comprendere è doveroso, anche se è difficilmente spiegabile l’ondata di colpi di stato, di violenze efferate e di cronica instabilità in cui questa nazione, dove è nata la civiltà europea, si è lasciata schiacciare dacché, nel 1830, riconquistò la libertà strappandola all’agonizzante Impero Ottomano. Il malato d’Europa, come lo si chiamava nelle cancellerie degli stati occidentali, fu costretto, dopo la sconfitta, a concedere la libertà al popolo greco avvelenandola, però, con il bacillo dello scisma tipicamente balcanico che di li a poco avrebbe provocato effetti esplosivi nella nascente entità nazionale. Questo bacillo scismatico è comune a tutte le genti balcaniche per via della loro secolare frammentazione e dell’altrettanto antica mescolanza etnica avvenuta nei lunghi secoli della dominazione turca.

Sicuramente, svelando quest’arcano, appare meno incomprensibile ciò che accadde alla nazione greca dal giorno dell’indipendenza in poi: un inarrestabile susseguirsi di regimi autoritari sostenuti dai militari che furono tutti accomunati dalla medesima incapacità nel gestire la vita civile di un Paese che fu travagliato dalle guerre balcaniche nel 1873, nel 1881 e nel 1913 per poi combattere, come se non bastasse, la Prima Guerra Mondiale, scoppiata nel 1914. A tutto questo bailamme bellico c’è, poi, da aggiungere che dalla sua nascita fino alla fine del secondo dopoguerra la Grecia risentì di una pesante influenza straniera, in particolar modo britannica, che non venne certamente a placare le già turbolente vicende elleniche. Quest’ultime, infatti, esplosero in tutta la loro gravità proprio durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazi-fascista del Paese, che portò allo scontro delle tre grandi anime della Resistenza greca.

La Resistenza nella patria di Alcibiade si era organizzata nell’EAM di matrice comunista, nell’EDES di tendenza conservatrice e nell’EKKA di tendenza democratica. Queste tre forze, dopo una breve tregua per far fronte al comune nemico tedesco, accettarono lo sbarco in Grecia di truppe inglesi che avvenne il 12 ottobre 1944 cui seguì l’insediamento di un nuovo governo presieduto da Papandreu che non riuscì a comporre le varie sfaccettature della società greca e che venne pesantemente limitato nella sua azione politica dalla pesante tutela inglese volta ad estromettere i comunisti da ogni incarico governativo.

Purtroppo, però, i comunisti, per quanto estromessi e ripudiati dai padrini inglesi, Churchill in testa, avevano combattuto per la libertà per il ripristino della democrazia come e più degli altri, per cui per loro era inammissibile esser tagliati fuori dalla vita politica, anche se la Grecia veniva a trovarsi nella sfera politica occidentale, per gli accordi presi a Jalta. La situazione si deteriorò in poco tempo, mentre la tensione e gli scoppi armati all’interno del Paese aumentavano.

Dopo le elezioni del primo settembre 1946, favorevoli a Giorgio II, che portarono a un ripristino della monarchia in Grecia, scoppiò la guerra civile che insanguinò il Paese per 4 anni fin alla fine del 1949, lasciando sul terreno mezzo milione di morti, vittime dello scontro tra comunisti dell’EAM e truppe regolari dell’esercito greco. La guerra civile si concluse con la vittoria delle forze conservatrici e governative, sostenute dapprima dall’Inghilterra e poi sempre più fortemente aiutate dagli USA. La Grecia pagò il primo saldo alla guerra fredda con una guerra calda, cioè vera, dove i fratelli si scannarono tra loro per la miopia delle superpotenze mondiali. Dopo la fine della guerra civile, la vita politica greca riprese le sue consuete marce militari con regimi sempre più incapaci e per questo sempre più bisognosi del puntello statunitense.

Con gli anni Sessanta, però, la Grecia che era oramai una monarchia costituzionale, cercava di avviare un processo di graduale democratizzazione sotto la guida di Ghiorghios Papandreu che riuniva sotto l’unione del partito del centro una coalizione politica raggruppante: moderati, liberali e socialisti. Questo timido accenno al cambiamento venne però interrotto bruscamente il 21 aprile 1967. Due giorni prima dell’apertura della campagna elettorale, un gruppo di ufficiali guidati dal colonnello Gheorghios Papadopulos mise in atto un colpo di stato che sospese, di fatto, la Costituzione. Il Re Costantino, dopo un primo appoggio ai golpisti, tentò un contro-colpo di stato il 13 dicembre che fallì miseramente e lo costrinse all’esilio.

La Grecia diventò una repubblica anche se dittatoriale, con un processo per molti versi analogo alla composizione sociale se non alla stessa storia della nascita della nostra Repubblica Sociale, meglio conosciuta con l’acronimo di RSI o Repubblica di Salò. L’ex colonnello Papadopulos ne fu il presidente, cioè il dittatore. La comunità internazionale condannò il regime e isolò formalmente la Grecia. Nel novembre del 1973, a causa di violentissimi scontri, Papadopulos lasciò il posto al generale Ghizikis che impose la legge marziale. Il 5 luglio 1974 l’esercito greco tentò l’invasione a Cipro, ma fu sconfitto e bloccato dai Turchi.

Travolti dalla crisi, i colonnelli greci si arresero alla democrazia di Konstantinos Karamanlis che in meno di sette anni porterà la Grecia nella CEE, facendola diventare parte integrante dell’Unione Europea. Papadopulos, dopo la caduta della dittatura, fu stato condannato a morte, ma la pena gli fu commutata nel carcere a vita. Socrate seppe morire meglio: campione di democrazia e onore. Forse è vero che la democrazia è meglio in tutto, persino nella morte.

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

 

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