1952-1992: Dalla mafia non c’è alle stragi

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

Dopo gli anni Cinquanta e le dichiarazioni rese dinanzi al parlamento dall’ononervole Scelba sulla non esistenza della mafia in Sicilia e tutto il colpevole silenzio che venne regalato all’associazione criminale durante gli anni del cosiddetto miracolo economico, è giusto sottolineare i cambiamenti che intervennero nel meridione, tutti successivi all’età del centrismo degasperiano di cui lo stesso Scelba fu uno dei protagonisti massimi. Negli anni Sessanta, infatti, prese slancio una seconda fase della politica meridionale, collegata ai governi di centro-sinistra che portò alla creazione di alcuni poli industriali nelle nostre terre.

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Tuttavia, le potenzialità di questi interventi, che vennero amplificate nella felice parentesi dei governi di solidarietà nazionale degli anni Settanta, vennero rallentate nella loro efficacia dalla congiuntura internazionale, dalla mancanza di un tessuto industriale diffuso e dall’intreccio tra politica e criminalità organizzata. Furono anni formidabili e terribili insieme, gli anni superbamente descritti da Francesco Rosi ne “Le mani sulla città”: del sacco di Palermo, della grande abbuffata succeduta al terremoto dell’Irpinia. Infatti, la mafia si era infiltrata nel tessuto economico in tutte le maniere: dagli appalti delle opere pubbliche, alle speculazioni edilizie, e ai business su droga, armi e prostituzione.

E’ evidente che un sistema così pervasivo portò alla ricaduta degli anni Ottanta che, tuttavia, non fu scevra da una nuova resistenza di cui il pool antimafia di Palermo fu architrave principale. A questa resistenza venne a contrapporsi la strategia stragista dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina in primis, che ebbe il suo apogeo negli anni bui, nel neo biennio rosso (non di rivoluzione questa volta ma di sangue) datato 1992-1994. Tutto questo fa emergere le costanti del sistema meridionale, anzi sarebbe meglio dire dell’amministrazione coloniale italiana delle terre meridionali. Un sistema in cui la mafia e l’emigrazione costituiscono, appunto, due fattori che cercano e spesso riescono a bloccare l’evoluzione delle nostre terre.

In questi anni, tale sistema venne a toccare per la prima volta il Meridione tutto nella sua complessità, in quanto emersero e si affermarono fenomeni di criminalità organizzata anche in regioni che erano estranee a tali dinamiche. Si parla soprattutto della Calabria, con i moti di Ciccio Franco, il consolidamento del potere della ‘ndrangheta, il suo espandersi dalla natale terra reggina a tutta la regione, la stagione dei sequestri – chi non ricorda mamma Coraggio – ma anche della nostra Puglia, con la colonizzazione camorristica nella provincia di Foggia, la nascita della Sacra Corona Unita nel brindisino e poi nel Salento, e il gangsterismo criminale nel barese. La mafia, insomma, ha avuto un ruolo onnipresente nella società meridionale ed è doveroso ricordare che, quando lo Stato ha voluto reprimere, è parso ai più uscirne sconfitto.

Le stragi di Capaci e di Via d’Amelio, che stroncarono la vita ai giudici Falcone e Borsellino, sono il caso più eclatante ma non certo l’unico. Lo Stato sembrò uscire sconfitto dal confronto con la mafia perché in molti casi lo Stato fu complice di essa. Come non ricordare il fatto che ancora oggi si sta celebrando il processo che è stato ribattezzato della Trattativa, dove altissime cariche dello stato sono accusate di aver cercato un’intermidiazione con i vertici mafiosi, tramite i sempiterni servizi, che sembrano non dover mancare mai in ogni mistero, di questa misteriossisima nazione? A fronte di questa sconfitta, c’è da registrare un vasto movimento antimafia dovuto soprattutto al consenso generato intorno al pool di Palermo.

Giorgio Bocca scriveva che Borsellino era contento perché vedeva che per il popolo del sud essere un malvivente era divenuta una qualifica dispregiativa. E fu questo che si iniziò a negare da allora alla criminalità organizzata: il consenso, la tolleranza, l’omertà. Assieme alla sconfitta dello Stato, era nata e forse è germogliata proprio da essa una nuova resistenza che non dimenticava i martiri, come: Falcone, Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa, Impastato, Arena, Milani, Rizzotto, La Torre,….. i nostri martiri.

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

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