Ai tempi del Canaletto (Giovanni Antonio Canal, 1697 – 1768) non c’era Internet e il “fenomeno Facebook” non era neppur lontanamente immaginabile.
Le persone si incontravano, parlavano, si scambiavano opinioni, litigavano per poi magari sfidarsi a duello. E tutto ciò avveniva in uno spazio e in un tempo preciso, ben circoscritto e a ciò dedicato: piazze e piazzette erano il palcoscenico sul quale andavano in scena quelle relazioni umane che – oggi – sempre più spesso si intrecciano e si sviluppano sul palcoscenico virtuale del Web.
E’ un bene ? E’ un male ? Ne discute Gianni Marocci che, con il proprio contributo, analizza il fenomeno Facebook proponendoci un punto di vista dialetticamente efficace e suggestivo. E’ un testo impegnativo, che pubblichiamo integralmente dato che l’essere on line non ci pone più quei vincoli di spazio che prima la stampa ci imponeva. E’ un testo che va assimilato senza fretta. Naturalmente da quei lettori e da quelle lettrici che nutrono un qualche interesse verso il fenomeno Facebook.
Nelle piazze dipinte dal Canaletto, le persone si vedevano in faccia, senza il filtro di Facebook.
Appunta il grande pittore: “Io, Zuane Antonio da Canal. Ho fatto il presente disegno delli musici che canta nella chiesa Ducal di S. Marco in Venezia in ettà de anni 68 senzza ochiali.”
“Senza occhiali”. E se avesse avuto gli occhiali di Facebook…?

DATA LA LUNGHEZZA DEL CONTRIBUTO, L’ARTICOLO VIENE PUBBLICATO IN TRE PARTI

PRIMA PARTE

Cominciammo con le email, poi sono arrivate le chat e la messaggeria e adesso i social network. Facebook primo fra tutti, è il numero uno al mondo per contatti. Più si diffondono questi sistemi digitali che permettono di comunicare sempre, con chi si vuole e in qualsiasi momento, più aumentano i casi di persone che ne rimangono coinvolte, se non addirittura irretite. Così si passa tanto tempo, spesso troppo, a controllare se sono arrivati messaggi o a scriverne; il multi-tasking ci sfinisce e ci distrae; per non parlare della perdita della propria intimità. E se molti non riescono più a lavorare o cercano una via d’uscita per tornare alla loro vita normale, sempre più sovente aziende, oltre alle amministrazioni pubbliche, valutano l’opportunità di oscurarne l’accesso.
Ma siamo nell’era postmoderna e la complessità, l’ambivalenza, il paradosso la fanno da padroni. Non si può più pensare che una cosa sia tutto il male o tutto il bene. Come spesso accade, è dall’uso che ne facciamo che ne possono derivare poi vantaggi o danni veri e propri.
E’ l’era in cui la vita ‘normale’ non c’è più e Facebook lo esprime molto chiaramente. Conosco persone che a volte decidono di uscirne, ci provano, ma poi, disperati alla sola idea, rinunciano e spiegano che non hanno capito come si fa.
In effetti, alcuni parlano di vera e propria dipendenza. E pensare che entrare è semplicissimo, ma spesso ne vieni catturato. Per entrare basta compilare un profilo con qualche dato ed una eventuale foto: ci si connette con conoscenti, amici o amici degli amici, persone con interessi vagamente in comune. Fioccano gli ex compagni di scuola, gli amici di lunga data, quelli più recenti… gli ex fidanzati, i fans, gli ex commilitoni, i tifosi, ma anche le comunità culturali o con interessi politici e religiosi. Si chiacchiera, li si mette al corrente di quello che si fa, volendo anche minuto per minuto: ci si può collegare persino col telefonino, per aggiornare la situazione. In qualsiasi momento si possono aggiungere altri elementi. Dipende dall’obiettivo che si vuole raggiungere. In effetti si può iniziare rispondendo alla domanda che suona più o meno così: a cosa stai pensando?
Da qui nasce tutto. Da una dichiarazione che, anche nel passato, corrispondeva ad un modo diffuso di iniziare una comunicazione fra ragazzi. Comunicazione particolare e giocosa, ma che cominciava a toccare un sfera intima della vita. Quando qualcuno poneva la fatidica frase ‘a cosa stai pensando?’, spesso ci si sentiva come ‘scoperti’, in un certo senso minacciati, certamente indecisi sul dire, non dire, dire altro. A volte si raccontavano cose non vere per evitare di esprimere qualcosa che non si voleva dire per pudore, per paura del giudizio e degli effetti. Ma anche per reazione alla sensazione di essere, in un certo senso, ‘violati’, toccati nella propria sfera intima che era necessario proteggere. Ai nostri giorni, epoca del ‘Grande Fratello’, la sfera intima ha subito una profonda revisione nel nostro modo di intenderla, come vedremo più avanti.

Facebook è utile ?
Ma tornando a Facebook, qual’è la sua utilità? Può essere prezioso per farsi conoscere e per trovare lavoro, per avere assistenza o contatti utili. Per ritrovarsi fra amici, per ‘vivere di relazioni’, come si dice attualmente, sottintendendo tutta una serie di contatti, i più disparati, che a volte alludono ad una visione sempre più commerciale delle nostre transazioni, anche quelle più libere e non direttamente finalizzate. Avere molti amici e molti sostenitori corrisponde ad una sorta di ‘status’ che aumenta la percezione di potere, di contare, di sicurezza, appartenenza, allontanandoci dalla solitudine, più di quanto possano fare altri simboli sociali. Non a caso, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha puntato anche su questo sistema di relazioni per farsi eleggere alla Casa Bianca.
Ormai è gara di adesioni anche tra i politici di tutto il mondo. Ma anche il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, tanto per fare un esempio, per diffondere il Vangelo fra i nuovi adepti, ha aperto il suo ‘profilo’ e ha già migliaia di ‘amici’.
Qualcuno ne fa una sorta di “Piazzetta” di paese, dove ci si incontra e come in tutte le piazze, si riescono a intessere svariate combinazioni relazionali, volte alle più disparate finalità. E’ un modo per non sentirsi mai soli, per trovare compagnia. Se un tempo si andava in piazza per incontrare amici e conoscenti e scambiarsi due parole bevendo un caffè, oggi, che il tempo e gli spostamenti diventano spesso un problema, ci si può affacciare alla ‘finestra’ del computer e cominciare in questo modo: ‘Ma non c’è nessuno qui stasera?’ E qualcuno sicuramente risponderà e intervenendo potrà sentirsi subito utile. Qui, in effetti, si assiste al fenomeno che la fiducia concessa al pubblico immaginato è maggiore che andando in giro per la strada: gli amici sono di solito selezionati, quindi fanno parte di una cerchia almeno di presunti conoscenti ed è bene che sia così e cioè che la selezione sia oculata. Ovviamente può sfuggire il controllo nel momento in cui, troppo superficialmente, si lasciano entrare in rete anche amici di amici di cui non si sa nulla, e il rischio di ‘incontrare’ persone indesiderate, esiste senz’altro
Non dimentichiamo che Facebook è per nascita orientato all’amicizia e al gioco o alla chiacchiera giocosa, anche se gli sviluppi in altre direzioni si sono già visti e diffusi. Per cui, oltre alla adesione politica, esistono anche richieste per aderire a cause le più disparate o a gruppi che hanno come massima attrattiva, il titolo e pochi di quelli che vi aderiscono va a vedere poi cosa c’è scritto al di là del titolo accattivante. Sta di fatto che molti, che ancora non sanno bene cosa sia Facebook, ne parlano male o assumono un atteggiamento superficiale di rifiuto vedendone qualcosa di trendy, di effimero e stupido, oppure qualcosa che potenzialmente minaccia la propria privacy. In effetti, spesso si mitizzano episodi negativi e molti, soprattutto quelli appunto che non l’hanno provato, tendono a parlarne male evidenziandone gli aspetti più negativi e pericolosi, mentre altri, pur iscritti, non dichiarano di esserlo, a volte anche per paura che si diffonda la richiesta di amicizia.
Ma bisogna sapere che, comunque, si è imboccata una via senza ritorno nel momento in cui si è inserito il proprio indirizzo e-mail, obbligatorio. Qualcuno afferma che sia meglio darne uno di seconda scelta, assolutamente non raccomandabile l’account aziendale. Perchè è lì che si viene tempestati di inviti di presunti ‘amici’ a rispondere ai messaggi e partecipare agli ‘incontri’. Ed è lì che incomincia l’inferno per chi vuole stare tranquillo: se si tiene aperto l’account di posta, è un continuo ricevere messaggi, che distraggono dalle proprie attività e invadono la propria intimità nei momenti meno opportuni.
Certo, a reclamare intimità ci vuole coraggio, visto che ci si è sottoposti a tutto questo volontariamente, ma il vero rischio è la compulsività che via via viene a generarsi, spesso assumendo le caratteristiche di una vera e propria, classica, dipendenza. Con l’immancabile, illusoria dichiarazione: posso staccare la spina quando voglio! Invece è facile restarne prigionieri. E’ questa la ragione per la quale i siti dove possiamo trovare consigli e misure difensive, sono sempre più diffusi.
Qualcuno afferma che, per salvarsi, non bisogna raccontare cosa fai proprio a tutti. Meglio ancora: non bisogna farsi tutti amici. Altri ammoniscono che potrebbe accadere che ci possano essere forme di spionaggio dei tuoi capi – per esempio – per scoprire che non stai lavorando. Soprattutto, per molti, bisogna fare attenzione alle bugie: è facile che ti scoprano le persone sbagliate, ma non dimentichiamo che spesso fa parte del gioco sfruttare l’occasione per fingere altre vite, altre identità, altri comportamenti, mete e così via. In quest’ultimo caso, però, siamo in una logica di ‘gioco di simulazione’ e allora, più che parlare di bugie, fingiamo. Diventa curioso allora assistere all’incontro di diversi ‘stili’ di approccio, per cui si potrebbe avere qualcuno che si immette con una normale sincerità, altri che aderiscono con intento di simulazione a fini di divertimento e di operazione creativa, quasi artistica o burlesca, altri ancora che usano la simulazione e la bugia per ricavarsi una credibilità o un’identità a loro avviso più accettabile rispetto a quella che si ritrovano a ‘giocare’ nella vita reale. Altri ancora cercano intenzionalmente di simulare con fini più o meno affaristici o di business o di ‘pescaggio’, spesso anche con finalità erotico-amorose. O ancora, con fini commerciali o politici.

Disorientamento psichico e perdita di identità
In tutto questo baillame di possibilità, è possibile che alcuni, alternando ‘stili’ diversi o sperimentando esperienze frustranti anche a causa di aspettative sbagliate o irrealistiche, possano anche sperimentare momenti di ‘disorientamento psichico’ di una certa rilevanza. Per cui si è parlato molto di perdita di identità e di crisi di identità. Non dimentichiamo – infatti – che, anche se non esiste un vero e proprio ‘face to face’ nei rapporti che si vanno instaurando, si crea sempre una dimensione relazionale che, in questo caso, ha minori fonti di informazione (feed-back) immediate per costruire forme di rappresentazione dell’immagine, dell’identità dell’altro e della relazione in sé.
Molte ragazze e ragazzi presentano foto di sé accattivanti e possono, per esempio, nascere anche rapporti amorosi, che si sbilanciano su dimensioni erotiche profonde e legate all’immaginario libero o quasi, visto che non esistono certamente sistemi informativi di ritorno immediato.
Nella rete – non dimentichiamolo – esistono anche meno filtri, meno barriere e quindi più facilità di entrare nell’intimo, nell’immaginario, sia proprio, sia dell’altro. Infatti, sappiamo bene come spesso ci sia propensione a confidarsi con uno sconosciuto, magari su un vagone ferroviario, piuttosto che dire le stesse cose a persone alle quali siamo affettivamente legati.
In effetti, il “toccare” determinati argomenti, potrebbe innescare conflitti. Anche le inibizioni che naturalmente potrebbero venirsi a presentare, rischierebbero di impedire ogni tentativo di “sfogo”.
L’ esprimere intimità viene spesso vissuto come azione disdicevole e quindi da evitare, sia in considerazione del proprio pudore, sia per non esporsi ai sempre possibili attacchi altrui. D’altro canto, nella nostra società postmoderna e dell’ambivalenza, altri mass media, la televisione in primis, hanno mostrato quanto possa essere desiderabile ed efficace in termini di immagine (credibilità) esprimersi in pubblico confessando i propri stati d’animo, anche profondi, emotivi e intimi. Se poi l’altro fomenta l’espressione di vissuti intimi con comportamenti reciproci e similari, il gioco è fatto e la sensazione di libertà e protezione dal giudizio altrui fa aumentare la disponibilità a manifestare stati d’animo anche più profondi e solitamente celati (outing). Se la relazione procede in termini di abbattimento di tali barriere, si può assistere a forme di creazione di vere e proprie ‘bolle’. Ad esempio, di rapporto amoroso che, a ben vedere, si basa su ben poco, cioè sull’immaginario di una coppia virtuale, ma che porta le persone a ‘giocarsi’ comunque quella dimensione di intimità che mai avrebbe messo in campo in una relazione reale o almeno non con tale velocità, facilità e immediatezza.
In determinati casi, questo mettersi in gioco in termini virtuali, può creare ‘spegnimenti’ improvvisi da parte di uno dei due soggetti o di entrambi. Oppure, il raggiungimento di ‘vette’ che, nascondendo il ‘nulla’ di cui sono costituite, vengono però a spegnersi da sé.
Queste relazioni immaginate potrebbero poi uscire da questa dimensione (“immaginata”, appunto) per trovare una qualche forma di completamento in una realtà che si presenterà come un che di sconosciuto, problematico e che richiederà di ricominciare tutto da capo, implicando un serio impegno sul piano progettuale. O, anche, potremmo essere spinti ad abbandonare subito il tutto.
Altre volte ancora, queste relazioni che già si sono ‘bruciate’, vivacchiano forzatamente, come certe unioni che nella realtà di tutti i giorni durano tantissimo, ma che sono ‘già morte’ da molto tempo. Il problema riguarda il fatto che, mentre scrivi e leggi, il coinvolgimento facilita la sottovalutazione degli ostacoli, perché in quella dimensione, nello spazio dell’immaginario, tali ostacoli sono veramente inesistenti e, così come siamo più propensi a confidarci con uno sconosciuto, così in tali situazioni la libertà espressiva percepita tende a predisporci a un dilagare, a volte farneticante, della fantasia, del sogno, dell’immaginazione.
In fondo, a ben guardare, non sembra esserci nulla di nuovo rispetto a quello che avviene nella vita reale, se soprattutto guardiamo alla vita della fascia più giovane della popolazione. Ma in questo spazio protetto e parallelo ci sentiamo di portare avanti relazioni fantasticate e immediatamente dichiarate e giocate.

CONTINUA

via FACEBOOK, UN GIOCO POSTMODERNO (SUL PALCOSCENICO DI SPAZI E PIAZZETTE VIRTUALI) di Gianni Marocci — al BlogBar dell’uvi

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