Giù il cappello allora: iI risultato finale premia sì il talento dei singoli, ma ancor di più la compattezza e l’equilibrio del gruppo di Deschamps. Sin dal primo giorno la sua truppa ha marciato con la costanza di un rullo compressore. Una macchina pressoché perfetta: due vittorie alle prime due uscite, un pari insignificante contro la Danimarca al termine della fase a gironi a qualificazione acquisita; la severa lezione impartita all’Argentina agli ottavi, la pratica uruguagia liquidata ai quarti, e infine il cinismo che ha spazzato via le due più talentose del mazzo, prima il Belgio e quindi la Croazia all’ultimo atto.

Ai francesi novanta minuti sono sempre stati sufficienti per risolvere le contese. Lo stesso non si può dire dei croati che hanno raggiunto la finale facendo ricorso per due volte ai rigori prima contro danesi e successivamente i russi, per poi chiudere ai supplementari la semifinale con gli inglesi. Un bel percorso, certo,  ma sempre in salita. Dopo tante fatiche, in finale la squadra di Dalic ha tenuto bene per un’ora, poi quando l’acido lattico le è salito in fronte, le si è annebbiata la vista ed è andata inesorabilmente in crisi. Diciamo anche che ai francesi è girato tutto bene: va detto infatti che la punizione da cui è scaturito l’autogol di Mandzukic che ha sbloccato la gara era inesistente. Grave e greve svista arbitrale. La Croazia ha reagito con forza e impattato con Perisic (che mondiale il suo!), ma il legittimo rigore realizzato da Griezmann l’ha di nuovo costretta a inseguire. Nella ripresa, i due micidiali contropiede finalizzati da Pogba e Mbappé l’hanno mandata al tappeto. Nemmeno il generoso regalo di Lloris ha saputo rivitalizzarla.

Non ne aveva più, la Croazia. Il suo è stato un grande mondiale, di cui può andar fiera: il miglior risultato di sempre dopo il terzo posto del 1998 quando, guarda caso, Boban, Suker e compagni si arresero in semifinale proprio alla Francia che poi avrebbe vinto il titolo. Storie che si ripetono: tra i francesi e la coppa del mondo di mezzo evidentemente ci devono essere sempre i croati. In quella Francia Didier Deschampsfaceva il capomastro nel cantiere del centrocampo. Ora il duro di Perpignan vince un altro mondiale, questa volta in panchina. Come lui, solo Zagallo e Beckenbauer. Mica due impiegatizi qualsiasi.

La Francia veniva da due finali perse: al mondiale del 2006 contro di noi, e all’europeo di due anni fa in casa contro il Portogallo. Due atroci mazzate. In entrambi i casi, aveva la squadra migliore, ma pur partendo favorita alla fine non le erano rimaste che le lacrime. Che qualcosa i francesi abbiano tratto da quelle due amarezze è fuor di dubbio. In Russia, raffinato Champenoise ne abbiamo degustato poco e a sprazzi, per il resto abbiamo apprezzato al massimo un buon e ruvido Charmat. Tant’è. Quegli immancabili rombiballe dei sommelier dai palati fini hanno arricciato il naso (te pareva…) accusando Deschamps di fare un calcio attendista e speculativo. Chiamatelo pure all’italiana, se volete. La Francia ha alzato li muro, e quando ha potuto distendersi in contropiede è stata micidiale. Chapeau. Magari avessimo potuto fare altrettanto noi, che i mondiali li abbiamo vissuti con l’ulcera dal divano di casa. La morale di questa rassegna di Russia sta nella clamorosa bocciatura dei solisti dinanzi alla compattezza dello spirito di gruppo. Roba nostra, insomma. Poniamoci allora una domanda che a questo punto riteniamo quanto mai opportuna: ma noi siamo ancora capaci di produrre il caro e vecchio pallone Made in Italy? Lo scopriremo tra quattro anni in Qatar. Anzi no, per risorgere tra due estati ci attende un campionato europeo. Prima sarebbe perlomeno il caso di esserci, poi si vedrà.

via VIVE LA FRANCE MADE IN ITALY — LORENZO FABIANO, appunti di viaggio

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