Politici ed ecclesiastici sono sempre in combutta tra loro. Un sodalizio che dura da millenni, e che vince sempre. Non riesci a distinguere gli uni dagli altri: figli allattati dalla stessa lupa. Gli uni giurano su una Costituzione mai letta e da loro stessi calpestata; gli altri spacciano un Dio forgiato a loro uso e consumo. Queste due facce di una medesima schiatta si contendono il potere sulle coscienze per gestirne ogni aspetto. Entrambi ci considerano null’altro che un gregge da assoggettare o una massa di imbecilli incapaci di esercitare scelte consapevoli. Politici ed ecclesiastici sono entrambi deficitarii di una fondamentale virtù: quella di saper governare con rettitudine e onestà. Dovrebbero possedere un’adeguata cultura, ma non ce l’hanno; dovrebbero conoscere la Storia, ma la scambiano per la loro biografia; dovrebbero avere un minimo di conoscenza scientifica, ma entrambi preferiscono raccontarsi delle favole. Un popolo colto li metterebbe perciò a disagio. È risaputo che ai posti di comando non ci si arriva per le proprie doti intellettuali, anzi. Queste onorevoli eminenze provengono da un terreno di coltura malsano, dove gli unici semi che attecchiscono sono quelli della più bieca ignoranza e del più scaltro arrivismo. Bimbiminchia narcisisti e nullafacenti “allevati a pane e superficialità”, senza arte né parte. Sono i peggiori; i più arroganti e presuntuosi. E furbi, tanto furbi; aspirano solo a mettersi in bolletta a carico del popolo. Privi di una morale, si vendono per una manciata di voti o per un’investitura, ostentano una famiglia che non hanno, trasformano i diritti in privilegi personali, dettano regole di cui sono i primi trasgressori. Senza etica, senza principi, senza pudore. E tanto più ne sono sprovvisti tanto più fingono di averne. Le loro dichiarazioni sono un comunicato stampa da copia e incolla, rumor da diffondere su ipotetiche decisioni, strategie o interventi che non si verificheranno mai, o se sì, saranno gli ennesimi aborti della loro inadeguatezza. Aspiranti dittatorelli improvvisati, millantano un’ideologia che non hanno; privi di un pensiero proprio, delegano il partito o la chiesa a parlare al posto loro. Assisi su poltrone dorate, fanno dell’immobilismo la propria strategia perché tutto rimanga tale e quale. Un po’ a te un po’ a me. E in questo son tutti tra loro solidali, finte destre e sinistre di un parassitario circolo vizioso. L’ignoranza e la creduloneria sono per loro terreno di coltura e pane quotidiano.

«Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.» scriveva Leonardo Sciascia in La Sicilia come metafora. Così hanno allevato una cospicua massa di imbecilli neurolobotomizzati, che fa zapping da un canale di regime all’altro, tra finti dibattiti e notizie costruite ad hoc: la tivù, e ancor più l’informazione da social, fabbrica nemici, minacce, spauracchi qua e là inframezzati da qualche varietà e da spot che favoleggiano quadretti familiari naïf. Ti aumentano le tasse, ti tolgono diritti, ti rubano la pensione… e in cambio ti danno uno stadio e un centro commerciale dove sfogare le tue frustrazioni. Ti impacchettano il nemico di turno, stabiliscono l’argomento del giorno di cui i cretini debbano sproloquiare sui social. E intanto, loro, continuano indisturbati a detenere il potere senza di fatto governare, scaricando poi sugli altri le colpe di tutte le cose non fatte o malfatte. L’aborto, l’eutanasia, gli omosessuali, l’utero in affitto, il gender, le moschee, i terroristi islamici, gli immigrati clandestini, gli zingari, l’Unione europea, l’euro… tutto e tutti costituiscono una qualche minaccia, non si sa bene a cosa, ma lo sono. Slogan populisti, e perciò efficaci. Campagne elettorali di sicuro successo. Dopotutto, la Storia qualcosa insegna, perlomeno a queste astute volpi. “Il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il Paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi Paese.” Lo diceva Hermann Göring al processo di Norimberga. E oggi chiunque osi dire il contrario o non faccia un cenno di approvazione a una qualche sdegnosa boutade sul “mostro” di turno viene tacciato di buonismo. Il pensiero unico, adesso, vige veramente. L’assuefazione al male ci ha ormai anestetizzati e resi indifferenti ai drammi veri.

Forse, in un Paese come il nostro, venuto su pieno di malformazioni, è proprio ciò di cui avevamo bisogno. Il benessere ce lo siamo scialacquato in maneggi e furberie; la cultura l’abbiamo derisa e messa a tacere; il lavoro lo abbiamo ridotto a caporalato di Stato; la scuola l’abbiamo trasformata in un circolo di intrattenitori e babysitter; il patrimonio paesaggistico ce lo siamo venduto un tanto al chilo, quello monumentale lo facciamo rattoppare a qualche muratore solo per poterci speculare ancora. È l’Italia che ci meritiamo, questa che ci tocca vivere! Quella che ha dimenticato presto il Rinascimento ma non il Fascismo. L’Italia di sempre. Con i suoi ciclici ricorsi a vecchi regimi autoritari, perché un popolo masochista ha sempre bisogno di qualcuno che se ne assuma il controllo, e che lo faccia a muso duro.

Non potrebbero esserci parole più adatte di quelle che André Breton scriveva nel 1950 sul quotidiano “Combat”: «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci perché oggi ci troviamo ancora a questo punto! Il gioco delle istituzioni che nessuno ha osato affrontare con il dovuto rigore ha riportato al potere la maggior parte degli uomini dell’anteguerra, e non ha dimenticato i più screditati.» E difatti queste cariatidi trasformiste sono lì da secoli, espressione di un potere marcio che si autoriproduce sempre uguale a se stesso. Con la pantomima del voto ci fanno credere di essere frutto di una nostra scelta. Ma noi votiamo solo il risultato di strategie ben pianificate, che ci condurranno esattamente dove loro vogliono. Se, per qualche “guasto” del sistema, il risultato alle urne dovesse essere diverso da quello atteso, questi astuti strateghi sanno già come poterlo “legalmente” ignorare. Se ne staranno per un po’ seduti in panchina (pagati da noi) in attesa che torni il loro turno. In definitiva non se ne viene mai fuori. Ma ben vengano questi ricorsi, questi reflussi gastrici! Del resto è la “pancia” che adesso ha assunto il controllo del corpo sociale e decide quali debbano essere le priorità.

“Dobbiamo difendere il nostro territorio, la nostra cultura, la nostra identità!” Già. Ma di cosa stiamo parlando? Di tutto ciò che abbiamo noi per primi sottomesso ai nostri interessi? “Dobbiamo difendere i nostri prodotti e il nostro lavoro!” Già. Ma da chi? Chi ha portato al fallimento aziende fiorenti, chi le ha vendute agli stranieri o le ha delocalizzate all’estero? “Dobbiamo proteggere i nostri figli!” Certo. Ma da chi? Forse dalle loro stesse famiglie, o dagli orchi di sacrestia? Chiedere adesso un po’ di buon senso sembra fuori luogo. È in corso la corrente di questa biliosa passione collettiva. E lasciamola pure andare! Lasciamola tracimare anche dai tombini, affinché tutto il putridume venga a galla e riveli la sua marcescenza! Chissà che tutto questo non produca l’effetto d’una lavanda gastrica; chissà che dopo non possiamo ricominciare a ragionare civilmente, magari un po’ più umanamente. Per il momento godiamoci l’ebbrezza di questa ondata di patriottismo. Il nemico avanza: afferriamo le croci, innalziamo i muri, corriamo – anzi, no, sbraitiamo – in difesa delle nostre radici cristiane e della italica razza!

Va’ pensiero, sull’ali dorate… O mia Patria sì bella e perduta! O membrana sì cara e fatal!

Maria Dente Attanasio

(¹) Per “Masofascismo” (dall’unione della forma contratta di “Masochismo” + “Fascismo”), termine coniato per la prima volta nel presente articolo, si vuole intendere la tendenza a voler reiterare, sul piano politico e sociale, quelle pratiche che, in modo più o meno palese, sono riconducibili all’ideologia fascista. L’esaltazione acritica del fascismo, mossa da un sentimento nostalgico e idealizzante, tende a trascurarne tutti quegli aspetti più deleteri e antidemocratici che portarono alla sua condanna e che costituiscono ancora oggi una pericolosa minaccia ai più alti principi democratici, lesiva dei diritti e delle libertà individuali. Tale esaltazione è, proprio per sua natura, insana e contraria al progresso della società civile, perciò dannosa. Riteniamo masochistico, oltre che anacronistico, ogni rigurgito nostalgico o tendenza a forme espressive di chiara componente neofascista (come ci è dato sempre più frequentemente modo di vedere oggigiorno sia in ambito collettivo che istituzionale), poiché contrario al buon senso e  alla spinta al progresso. La legge n. 645/1952 sanziona giustamente chiunque “promuova od organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

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Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 35 | Giugno 2018.

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