Sergio Marchionne è morto stamattina nell’ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato ma nemmeno lo si ammetteva.

Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto già detto due giorni fa nel nostro editoriale. Le dimissioni di Alfredo Altavilla – responsabile del fruppo Fca per l’Europa – eliminano l’ultimo dei top manager italiani al vertice, ora diretto dallo statunitense Mike Manley. Una conferma impietosa di quanto si sapeva dai tempi della fusione con Chrysler, fatta grazie ai soldi pubblici garantiti da Obama e poi restituiti quando è tornato l’utile operativo.

La narrazione tossica dei media di regime recita ovviamente la tesi opposta, così sfacciata a falsa che Repubblica online, dopo qualche minuto, ha ritenuto preferibile cambiare il titolo di prima pagina, lasciandolo però nel servizio interno: “l’uomo che salvò l’auto italiana”… portandola sotto proprietà statunitense!

Il servilismo dei direttori dei giornali italiani è pari solo a quello della classe politica (si fa per dire…) che si aggira tra Montecitorio e Palazzo Chigi in attesa di un ordine da Confindustria o dalla Troika. Tenere in vita il marchionnismo, e le relativa narrazioni fasulle, diventa un compito quasi impossibile, senza il maître à penser di questa variante storica dell’apologia del capitalismo. Ma lo ci provano!

L’unica correzione che dobbiamo fare al nostro editoriale è relativa al numero di dipendenti italiani di Fiat-Fca: attualmente sono circa 60.000, non 29.000. Al momento dell’ingresso di Marchionne erano il doppio, e questa è anche la misura del suo “contributo” alla disoccupazione in questo paese.

via Marchionne è morto, il marchionnismo prova a sopravvivere — paolo politi

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