2018: La Corte di appello di Milano, nella sentenza del giudice della prima sezione civile di Milano Dott. Angelo Claudio Ricciardi ha confermato che Saviano ha ulteriormente violato i diritti di Vincenzo Boccolato, esponendolo al pubblico ludibrio nella ristampa del suo “libro” Gomorra. Vincenzo Boccolato è persona incensurata, totalmente estranea ai fatti descritti nel libro Gomorra, vive all’estero, quindi ben lontano dai luoghi narrati da Saviano e nei quali viene collocato e descritto come esponente di un clan della camorra.

Già nel 2014,  la seconda sezione civile della Corte di appello di Milano, aveva confermato che Saviano aveva violato i diritti di Vincenzo Boccolato e per tal motivo il mariuolo della letteratura italiana era stato condannato ad un risarcimento di 30 mila euro.

Ma non finisce qui. C’è molto da dire su questo personaggio chiave di quella sinistra italiana che per decenni ha campato sulla menzogna e sulla diffamazione e io, cercherò di riassumervela.

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Nel 2016 arriva la condanna per plagio dal Tribunale d’Appello di Napoli, che è una macchia indelebile di vergogna per qualcuno che vuole definirsi scrittore. Dagli atti depositati emerge che tutta una serie di articoli tratti da giornali locali, moltissimi per dire la verità, erano andati ad arricchire il testo del libro Gomorra. Il Saviano però, non aveva mai citato le fonti né gli autori di tali testi, li definiva “giornalisti di provincia” ed evidentemente il loro nome non era sufficientemente importante per essere menzionato sul proprio libro, tuttavia, i testi che rappresentavano il loro lavoro, si, quelli andavano molto bene perché aggiungevano pagine ad un libro che altrimenti sarebbe risultato parecchio scarno. Tra gli accusatori di Saviano vi era anche il settimanale albanese «Investigim» che accusava la star antimafia della sinistra di aver rubato niente poco di meno che un intero numero speciale della rivista senza mai far menzione della fonte In Gomorra. Dunque c’è poco di Saviano in Gomorra e la cassazione l’ha confermato con una condanna per plagio che c’è, quella non si cancella. I risarcimenti poco importano, quando uno è riconosciuto colpevole resta colpevole. Una condanna resta una condanna come diceva il buon Marco Travaglio che ora forse, inizierà a chiamare anche l’amico “Saviano” col proprio nome, “il condannato“, come si dilettava a fare con quell’altro. Oppure no? Dubito lo farà, perché altrimenti dovrebbe definire “condannato” anche se stesso dato che nemmeno la sua fedina penale è immune al reato penale di diffamazione.  Ma passiamo oltre. Cerchiamo di conoscere meglio il personaggio, proviamo a fare un’analisi più approfondita del mariuolo che dice di scrivere contro la camorra e che ha una scorta per essere non si sa bene da chi protetto.

Il giornalista Di Meo, nel 2013 in un’accorata lettera al Direttore di Il Tempo scrive:

“Quando, all’epoca, osai difendere il mio e l’altrui lavoro dal saccheggio letterario di Saviano fui accolto con scetticismo e derisione non tanto dai colleghi quanto dai pasdaran della legalità da salotto. Conservo ancora le mail con cui mi auguravano la galera, mi anticipavano l’apertura di inchieste anticamorra a mio carico e mi mettevano in guardia sul fatto che se avessi continuato a chiedere conto a Roberto dell’origine del suo lavoro improbabili servizi segreti mi avrebbero «reso la vita impossibile». E tutto questo perché avevo denunciato ciò che pure un giudice adesso ha certificato: Saviano ha copiato dai giornalisti napoletani per scrivere alcuni capitoli del suo bestseller.”

Ma non è solo Gomorra al centro dell’attenzione. Il mariuolo della letteratura italiana anche sul libro “La bellezza e l’inferno” non smentisce la sua indole di cazzaro. Saviano infatti si vantava di ricevere telefonate di sostegno da Felicia Impastato, ma poi fu sputtanato in Tribunale dal giornalista Paolo Persichetti.

Il mariuolo napoletano narra di aver ricevuto questa telefonata da Felicia Impastato:

“Robberto? Sono la signora Impastato!” A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.

Erano solo colossali balle! A quanto pare i parenti di Peppino tra cui la cognata Felicia Vitale e suo marito Giovanni, fratello di Peppino Impastato, in Tribunale facevano notare di non aver mai fatto alcuna telefonata a Saviano, nè tanto meno la loro madre aveva mai avuto contatti con il rinomato scrittore mariuolo napoletano. Emergeva agli atti che “la madre di Peppino non possedeva nemmeno il telefono e solo nelle pochissime occasioni in cui le necessitava fare una telefonata, la faceva tramite il figlio Peppino. Peppino Impastato asseriva dunque di non avere mai telefonato al Saviano e che quelle dichiarazioni erano totalmente false così come era del tutto falso il fatto che Saviano inviasse i suoi articoli alla mamma o con lei avesse qualunque tipo di rapporto. La storia della “balla del mariuolo napoletano” è stata raccontata in due articoli da Persichetti su Liberazione. All’uscita della pubblicazione dei due articoli che sbugiardavano il mariuolo napoletano, lo stesso, ritrovandosi sbugiardato tenta la strada  della querela per diffamazione, ma il Giudice per le indagini preliminari, la Dott.ssa Barbara Callari non fa altro che rinviare al mittente ogni accusa dato che come emerge dagli accertamenti, i fatti descritti negli articoli corrispondevano a verità. La famosa telefonata oltre ad essere sconfessata dai familiari di Peppino e di Felicia Impastato, veniva sconfessata pure da Umberto Santino, Presidente del Centro siciliano di documentazione “G.Impastato”. Così al mariuolo napoletano andava male un’altra volta.

La Giornalista anticamorra Luciana Esposito, nel 2016, sul giornale Napolitan scrive il proprio sfogo. Ne riporto uno stralcio dal quale emerge un’ulteriore conferma:

“Non me ne volere, ma credo che tu non abbia la minima percezione di cosa voglia dire vivere costantemente sotto minaccia: gli sguardi, le citofonate nel cuore della notte per buttarti giù dal letto solo per recapitarti l’ennesimo “consiglio”, le limitazioni dettate dalla consapevolezza che ti muovi in un campo minato, il lucido cinismo che ti porta a non fidarti di nessuno. Eppure, non vivo sotto scorta, le spalle ho imparato a guardarmele da sola, ma non credo che la mia vita valga meno della tua, meno che mai lo penso del mio lavoro. La ricerca della verità e soprattutto la “vera” lotta Anticamorra, richiedono questo genere d’impegno e di sacrificio e chi sceglie d sposare questa causa, deve fare inevitabilmente i conti con tutto ciò che questa scelta tristemente comporta. Di conseguenza, le difficoltà con le quali mi confronto sono innumerevoli, quindi, nonostante sia presente sul posto, faccio non poca fatica a reperire notizie certe. Mi ha sempre affascinato ed incuriosito il fatto che, invece, tu non subisci questo genere di difficoltà, nonostante ti trovi a raccontare Napoli dall’altro capo del mondo. Questo “dettaglio” non sfugge allo spettatore/lettore attento che non può non interrogarsi in merito all’attendibilità dei fatti che racconti.

Dice una frase forte Luciana Esposito ma estremamente vera:

“Gomorra sta facendo più danni dell’affiliazione stessa alla camorra, ma per rendertene conto dovresti vivere Napoli da Napoli.”

Luciana Esposito racconta dell’effetto che Gomorra libro, ma più che altro la serie televisiva ha acceso nei giovani di Napoli. Racconta di questa nuova generazione di “mostri” che prima di andare a fare “le stese” si riuniscono in cerchio e per motivarsi urlano “le frasi di Gomorra” imitando quei personaggi ai quali Saviano ha conferito la parvenza di Eroi. Ma ciò che è peggio è l’emulazione fisica e comportamentale dei personaggi della serie televisiva da parte di ragazzi che con la camorra non c’entrano nulla, ma che oggi nella camorra vedono un’aspettativa di vita e successo. A chi bisogna dare la colpa di tutto questo?

Ma ecco che questa lettera viene ripescata e condivisa su Facebook nel preciso periodo in cui si parlava proprio della scorta di Saviano. Occorreva una smentita, occorreva soprattutto dissociare quella lettera dal suo utilizzo mediatico a sostegno dell’ipotesi di negare la scorta a Saviano. Ed ecco che una giornalista come Luciana Esposito per mera coincidenza pubblica un’altra lettera nella quale arriva addirittura a smentire se stessa. Una come lei, una sempre in prima linea, con tutto quello che aveva già subito, poteva ritrovarsi ad aver paura di qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo più pericoloso di quanto avesse già vissuto in passato? Non sta di certo a me dirlo, ma tutti possiamo facilmente ricollegarci alle parole del Giornalista Di Meo e alla sua lettera scritta al Direttore di Il Tempo nel 2013.

La smentita viene diffusa niente poco di meno da David Puente. David Puente è un personaggio noto, un trombato grillino che aveva lavorato per la Casaleggio Associati che però si è fatto amico Marco Travaglio di Il Fatto Quotidiano. Gestisce Bufale.net, un sito di controinformazione sempre molto attento a trasformare l’informazione e a conferirgli un’interpretazione diversa pur di smorzare gli animi dei lettori più accorati. Sempre molto attento a smascherare bufale su Saviano e Boldrini come si evince anche da un servizio di Le Iene del 23 Luglio 2018.  Pubblica così anche la smentita di Luciana Esposito confezionata ad hoc con tanto di Hashtag in neretto con la scritta #IoStoConRobertoSaviano e invita tutti a prenderne visione. La Giornalista che prima accusava Saviano, d’un tratto, sta proprio dalla parte di quel Saviano che condannava fortemente e così il gioco è fatto e l’opinione pubblica si destabilizza perché giustamente non sa più a chi credere. I fenomeno della nascita dei siti di bufale è servito essenzialmente a questo in ambito politico, ossia a generare confusione tra la massa in modo che potesse mancare qualsiasi tipo di certezza su una notizia che poteva generare disordine pubblico. Resto comunque convinta e preciso che è solo una mia opinione che, quel hashtag #IoStoConRobertoSaviano, alla Giornalista Luciana Esposito deve esser costato davvero tantissimo in termini coerenza ed etica professionale, ma questa è l’Italia, in questo paese può accadere di tutto.

Arriva la mazzata finale del Parroco di Scampia a concludere la storia del bugiardo mariuolo napoletano. 

Il Parroco di Scampia si chiama Don Aniello Manganiello. Non è un sacerdote qualunque, anzi, è noto per combattere la camorra ed essere sempre in prima linea a favore del recupero dalla strada di tutti quei ragazzi che potrebbero facilmente diventare potenziali facili prede della camorra. Talvolta capita che siano proprio figli dei camorristi delle periferie di Napoli. Ecco cosa racconta  e quanto viene pubblicato dall’Unione Cristiani Cattolici Razionali«Anch’io sono stato minacciato di morte dai Lo Russo»ha raccontato«ma ho sempre rifiutato la scorta per stare in mezzo alla mia gente.

Saviano deve sapere che il suo gioco è ormai scoperto:

“non ha trascorso nemmeno una intera giornata a Scampia, altrimenti ci saremmo incontrati o almeno i miei parrocchiani me lo avrebbero riferito.

Cosa ne pensa dell’impegno mediatico dello scrittore?

“E’ interessante sul piano narrativo, ma sul piano pratico, oltre a gonfiare a dismisura  il suo portafoglio, non salverà una sola vita. Quando i camorristi mi chiedono di organizzare il futuro dei figli per evitare che facciano la loro fine, io non mando quei ragazzi ai cortei anticamorra con una bandiera e un megafono in mano e non propongo loro isermoni di Saviano. No. Io devo trovare le soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze vadano ad abortire, per comprare i pannolini e pagare le bollette. Ma è difficile far soldi per gli ultimi, il quartiere è povero, non c’è borghesia e il denaro sono costretto a cercarlo fuori. 

Proseguito Don Manganiello, “Il fatto é che lo scrittore simbolo dell’anticamorra a Scampia lo hanno visto soltanto in tv. Si può scrivere di camorra senza conoscere concretamente il fenomeno?  Bastano le carte passate da avvocati e magistrati da cui ricavare storie per editori modaioli e reti tv in cerca di nuovi mercati. Solo così si spiega il fenomeno perché, a dirla tutta, Saviano mi sembra un modesto scrittore. Se lo invitiamo a Scampia non risponde nemmeno. Alla Municipalità hanno tentato più volte. A lui non interessa la realtà, è uomo di fiction».

Ecco dunque, credo di esser riuscita ad offrirvi un’idea più vasta di questo mariuolo napoletano, l’eroe dei “diritti” con la maglietta rossa. L’amico del Fatto Quotidiano e Repubblica, colui che ha speculato su un fenomeno locale come lo è la camorra a Napoli, pur non capendone nulla di camorra. Colui che per strade traverse arriva ad incutere timore più che la camorra stessa e anche in giornalisti che la camorra la affrontano quotidianamente.  Forse è l’Italia ad aver bisogno di una scorta, per proteggersi dalle panzane del mariuolo napoletano Roberto Saviano.

Taglia, copia, frega, incolla, racconta balle, che super mega figata di scrittore è questo Roberto Saviano.  E pensare che c’è ancora chi si stupisce del fatto che uno come lui non abbia mai partecipato ad un confronto in contraddittorio.

 

Ps: ringrazio Dagospia per la bellissima immagine che rende benissimo l’idea.

via ALTRA CONDANNA PER SAVIANO: IL MARIUOLO DELLA LETTERATURA ITALIANA — Io sono italia

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