Il termine “capro espiatorio” deriva da un antico rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr). In questa occasione un sacerdote, poneva le mani sul capo di una capra e, caricandola di tutti i peccati del popolo, la allontanava nel deserto (Lev. 16, 8-10; 26 – è detto anche capro emissario, nella Vulgata hircus emissarius, traduz. dell’ebr. ‘ăzā’zēl). L’animale, andando verso un destino segnato, liberava e purificava dai mali e dalle colpe tutta la comunità grazie a un processo di trasferimento simbolico.
Con il tempo, il termine “capro espiatorio” è giunto a designare qualsiasi dinamica in cui un gruppo sociale si trovi a proiettare in un soggetto tutte le responsabilità di fatti negativi, sofferenze e problemi con lo scopo di scaricare tutte le colpe su di esso, per poi costringerlo all’espiazione.
Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione.
(Anonimo)

La ricerca di un soggetto che funga da capro espiatorio è un atto estremamente semplice e comune in ogni gruppo e a qualsiasi livello. È il modo più diffuso per ridurre il senso di ansia e sopravvivere uniti in situazioni di avversità: in questo modo si rafforza la coesione e si elimina al tempo stesso un potenziale avversario.
Numerosi movimenti culturali e politici hanno agito nella storia basandosi sulla dinamica del capro e sull’attacco-espiazione, tipicamente perseguitando minoranze etniche o gruppi religiosi. Dai piccoli gruppi informali alle grandi realtà organizzate, l’aggressione verso “vittime designate” come pratica difensiva è, quindi, un atto quotidiano più diffuso di quanto si immagini. Ma se un capro espiatorio da un lato può aiutare, dall’altro cela e sottende tutti i pericoli delle sue conseguenze regressive e dovrebbe portarci ad essere prudenti ogni qualvolta la spiegazione di un fenomeno sociale complesso viene riassunta in una colpa individuale.
Molto diverso è quando questa dinamica viene utilizzata in chiave ironica e positiva. Vedere un gruppo o un soggetto svantaggiato come capro, mantenendo un atteggiamento positivo, può anche avere lo scopo ultimo di investirlo di responsabilità ed energia, di consentirgli di crescere sperimentando i propri limiti. L’aggressione si trasforma in questo caso in una forma implicita di sostegno.
Un esempio tipico si ritrova nell’atteggiamento “paternalistico” della società verso i giovani. Sulle nuove generazioni vengono da sempre proiettati gli errori e le paure di chi li ha preceduti, ma anche le speranze e le aspettative: questa modalità libera la società dalle proprie ansie e permette di trasferire nei giovani la responsabilità e l’eredità strutturale e culturale del loro gruppo sociale.
Questo modello si è sovrapposto, a partire dagli anni ottanta, a un modello differente di rapporto con i giovani, un modo di porsi meno rigido e più aperto. Un’educazione empatica, buonista e assecondante ha cresciuto questa generazione sottraendola alle difficoltà e alle responsabilità, senza permettergli di sperimentare e costruire un preciso rapporto con le regole e con i propri limiti. La conseguenza sottaciuta è stata lo sviluppo di una generazione fragile, dall’autostima vacillante, costantemente riferita e appoggiata a elementi esterni di giudizio e di valore.

Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.
(Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952)
Oggi però qualcosa sembra essere cambiato.
I problemi economici, politici e sociali, sempre più dipendenti da fattori internazionali apparentemente incontrollabili, provocano un’ansia che è a sua volta sempre più difficile da gestire e da comprendere. La fiducia nel futuro è calata a tal punto che i giovani non possono più essere “protetti” delle difficoltà obiettive, e non possono nemmeno tornare ad essere da soli la sede delle aspettative e il gruppo a cui chiedere di farsi carico dei problemi della società. La rabbia e la paura non riescono più ad essere tramutate in “grinta” e, sia la dinamica espiatoria positiva, sia l’atteggiamento protettivo, hanno lasciato definitivamente il posto a sentimenti depressivi e a una desolante compassione verso i giovani.
In tutto ciò vi è il paradosso del ritorno di un boom delle nascite che si manifesta ormai in tutta Italia. I figli sono tornati ad essere il capitale – in questo caso psicologico-, la fonte di certezza rispetto a una autorealizzazione mancata in altri ambiti della vita. Stiamo assistendo a una nuova forma di “proletarizzazione” di origine psico-sociale e non economica.
All’opposto di questo fenomeno (ma complementare ad esso) vi è l’aumento esponenziale del gioco d’azzardo: la speranza di ottenere un futuro “tentando la sorte”. Questa tendenza è evidente osservando come molti negozi e piccole imprese abbiano lasciato il posto negli ultimi anni a ricevitorie e luoghi di scommessa.
In tutti i casi vi è alla base il senso di impotenza e la sfiducia di una società senza prospettive e, apparentemente, in balia degli eventi.
È in questo scenario che la società ha scoperto lo spettro della crisi.

“La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.”
(John Fitzgerald Kennedy, Discorso a Indianapolis, 1959)

Nella sua accezione originale la crisi rappresenta un istante critico, topico, di cambiamento. Ad oggi, invece, la crisi economica, estesa a crisi generale, è passata da momento temporaneo a malattia cronica, da istante a prospettiva a lungo termine, da urgente decisione da affrontare a male da combattere.

La crisi è diventata il capro espiatorio del giorno d’oggi.

“La crisi? Meno mal che c’è, se no a chi daremmo la colpa? A noi tutti?”
(Anonimo)

In questa condizione, ove le cause e le spiegazioni di tutto sono ricondotte al fattore crisi, emerge però un aspetto positivo e di opportunità: i giovani sono liberi da una responsabilità opprimente e dal carico di aspettative frustranti, sono spinti a misurarsi con la realtà oggettiva e sono costretti per necessità a ricostruirla. Oggi, i giovani possono e devono cambiare le cose facendo conto soprattutto sulle proprie risorse peculiari: volontà, fantasia e capacità di generare. Questa tensione, opposta alle dinamiche depressive e regressive, sarà il faro di un imminente cambiamento? L’aspetto vitale che serpeggia in molti ambiti della politica, del lavoro, delle organizzazioni e della società tutta sembrano già dei segnali di risposta in questo senso.
Il futuro e tutte le conseguenze che porterà con sé, sono di nuovo nelle mani dei vecchi giovani capri.

Riccardo Bettiga
L’articolo è stato pubblicato qualche anno fa, su di una rivista che ha terminato le pubblicazioni da tempo (NdR)

via LA CRISI: CAPRO ESPIATORIO DI SPAZI, TEMPI E VALORI VACILLANTI — al BlogBar dell’uvi

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