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A quando la “bonifica” dei vertici dell’ENI? — Leo Rugens

Quando sento parlare della necessità di bonificare un terreno fortemente inquinato dalla chimica, o da altro, penso a decenni di contenziosi e a vittoria certa per chi è più spregiudicato e ha più soldi da spendere. Figurarsi se leggo che uno dei due in lite si chiama ENI. Quello, per intendersi. La cronaca giornalistica che segue, di grande qualità ed efficacia narrativa dovuta alle parole di Francesca Scoleri, mi viene segnalata tempestivamente (e sono grato per questa puntualità e fiducia) da un lettore che, opportunamente, collega l’oggi, osceno e violento, ad un nostro vecchio post MA IN CHE MANI STA L’ENTE NAZIONALE IDROCARBURI?

Proviamo in molti a mettere in moto un passa parola in quanto consapevoli che l’ENI, rappresentata da questo o da altro avvocato, va riportata anch’essa sotto il controllo attento dello Stato. Altra strada non c’è, fino a quando, sia in politica estera che in circostanze come quelle che ci vengono raccontate per La Spezia, in ENI, pensano di essere altro dalla Repubblica Italiana. Comunque, spero si capisca, noi ci stiamo, nella nostra marginalità. Abbiamo capito il segnale e ci mettiamo a disposizione. Con piacere.

Oreste Grani/Leo Rugens


“Quel giudice sta dando decisamente fastidio”

Riceviamo e pubblichiamo con notevole preoccupazione.

Aggiusta-processi: come rottamare un giudice ostile

Ecco come un colosso energetico voleva ridurre al silenzio il magistrato che lo indagava.
La Spezia è teatro dell’ennesimo caso di disastro ambientale. Eni nuovamente protagonista.

C’è un giudice del Tribunale di La Spezia che “sta dando decisamente fastidio”. Il Dottor Angelo Maestri ha in mano una causa delicatissima che rischia di costare all’Agip Petroli (società del Gruppo ENI), più di 100 milioni di euro. L’Ente petrolifero guidato dall’allora amministratore delegato Franco Bernabè, ha rifilato un terreno impestato da benzene di proprietà di una sua controllata, la I.P. – Italiana Petroli – alla società Grifil di Lucca omettendo quanto sia fortemente contaminato.

Quest’ultima, scoperto il raggiro, cita in giudizio l’ENI per truffa contrattuale. Tra danni ed interessi fanno 113 milioni di euro in totale. Il giudice Maestri che studia il dossier ENI/Grifil e che deve giudicare, dopo aver indagato a fondo ed aver appreso i dettagli della vicenda è sconcertato. Ed è nero, che più nero non si può, più del petrolio che l’Eni ha sversato nel sottosuolo per oltre trent’anni.

Per l’ENI, le cose si mettono piuttosto male. Oltre al sospetto di truffa contrattuale ai danni di Grifil, aleggia lo spettro di aver causato l’ennesimo gravissimo disastro ambientale. L’ente energetico corre ai ripari mettendo in campo tutte le risorse di cui dispone. Nonché la sua proverbiale, italica fantasia.

A capo dell’ufficio Legale dell’ENI c’è il valente avv. Giorgio Lenzi. Si legge sul suo profilo Linkedin: «Durante il suo percorso professionale all’interno di molte società ed in settori diversificati del Gruppo Eni, ha avuto occasione, per le responsabilità a lui conferite, di trattare e negoziare, in Italia e all’estero, innumerevoli affari di rilevante importanza sotto il profilo della complessità giuridica ed economica, quali ad esempio accordi di collaborazione, contratti commerciali, costituzione di joint ventures, dismissioni ed acquisizioni di beni e partecipazioni sociali, fusioni e scissioni di società. All’estero ha negoziato e concluso affari per conto del Gruppo Eni nei seguenti paesi: Stati Uniti d’America, Russia, Lituania, Argentina, Brasile, Venezuela, Ecuador, Messico, Cina, Hong Kong, Singapore, Europa, Croazia, Turchia, Libia, Egitto, Tunisia, Algeria, Medio Oriente, Nigeria, Ghana, Repubblica Centro Africana, Costa d’Avorio, Liberia, Angola, Camerun, Zambia, Congo (ex Zaire), Tanzania, Kenya, Sud Africa».

Il Legale dell’Agip/Eni, in data 3 ottobre 2000, si presenta dal Procuratore Generale della Repubblica di Genova chiedendo la testa del giudice Maestri. Lo fa in modo elegante inoltrando una missiva “Molto riservata” del seguente tenore:
…Eccellenza, nella qualità di Direttore per gli affari legali dell’Agip Petroli, mi permetto di richiamare alla Sua vigile attenzione il procedimento giudiziario attualmente pendente fra la mia assistita e la società Grifil di Lucca. Fatti e circostanze verificatisi, non solo nella presente fase giudiziale ma anche in quella che l’ha preceduta due anni orsono, sempre fra le stesse parti e dinanzi allo stesso giudice (Dott. Maestri) mi spingono a nutrire qualche timore sulla serenità del magistrato investito della controversia che, oltretutto, si presenta estremamente delicata, non soltanto per il suo valore (la domanda di risarcimento della Grifil supera i 100 miliardi!). Per Sua comodità Le allego un breve appunto che riassume la materia del contendere, con particolare riguardo alla eccezione di incompetenza territoriale sollevata da Agip in sede di ricorso ex art. 669 c.p.c. presentato da Grifil il 4 agosto u.s.. Ritenendomi a Sua disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento Le porgo i più deferenti ossequi. Avv. Giorgio Lenzi.”

Tanto strisciante e viscido eloquio non sortisce però l’effetto desiderato. La rottamazione del giudice Maestri non va in porto. Anzi. Il dossier rimane saldamente nelle capaci mani del giudice spezzino. Ma il caparbio Lenzi non si dà per vinto. Torna nuovamente all’attacco. Lo fa, ricalcando il consueto e stereotipico “refrain” del giudice str…, fazioso e partigiano.

Il 3 aprile 2001 invia una comunicazione “riservata” al Presidente della Corte d’Appello di Genova Dott. Garavelli, esponendo:
“La sottoscritta Agip Petroli Spa si permette di far presente alla SV illustrissima i fatti qui di seguito elencati relativi allo svolgimento di una causa civile radicata nel distretto della Corte d’Appello di Genova (Tribunale di La Spezia . G.U. Dott. Maestri), ravvisando negli stessi gli estremi di lesione, a danno della sottoscritta, del diritto alla difesa ed allo svolgimento di un equo contraddittorio… il Dott. Maestri ha leso il diritto di difesa dell’Agip ed il diritto della stessa, quale convenuta, ad una completa e regolare istruzione probatoria, vi è quindi il fondato sospetto della scrivente che l’unica pagina scritta del Dott. Maestri a proposito della questione de quo (vedi l’ordinanza nel procedimento cautelare di cui sopra) assurga a livello di anticipata sentenza…”.

L’Eni non sa raffinare bene solo il petrolio. In 40 anni ha raffinato anche delle perfette tecniche di lobbying (pardon, public relations).

Il solerte magistrato Angelo Maestri, presidente ad interim del Tribunale di La Spezia, non si sa bene come mai, verrà poi attenzionato dal CSM, sanzionato disciplinarmente. Risultato finale: Daspo transitorio con dislocazione a Palermo naturalmente com’è giusto che sia, spossessato anche di delicate inchieste.

Ecco. Vedrete che adesso – come al solito – ci saranno i maligni di turno che avranno la sfacciataggine d’affermare che questo spiega come mai l’Eni, quando causa disastri ambientali, riesce quasi sempre a farla franca. Ma figurarsi.

Non vi tedio oltre e vado a concludere. Attualmente l’Avv. Giorgio Lenzi non è più a capo dell’ufficio legale dell’ENI. E’ stato sostituito dal valente Avv. Massimo Mantovani. Quest’ultimo attualmente indagato da diverse Procure Italiane per associazione per delinquere finalizzata ai reati di false informazioni a pm e calunnia.

Sarebbe l’organizzatore di presunte manovre di depistaggio per condizionare, a favore dell’ENI,  le inchieste milanesi su corruzione internazionale e pagamenti di tangenti dell’ Eni in Nigeria ed Algeria. Una regia occulta che sarebbe stata orchestrata da Mantovani con la finalità di ostacolare l’attività d’indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni e d’intralciare a tutto campo, l’inchiesta sui casi di presunta corruzione internazionale.

Per quanto possa sconcertarvi questo racconto, è mio dovere precisarvi che sono tanti gli Angelo Maestri che aspettano giustizia. Suona quasi paradossale, “un Magistrato in attesa di giustizia”.

Vedi il  caso, tanto per  citarne  un’altro, del  giudice C.C. Ha  indagato  sul pontifex  maximus di Banca  Popolare  di Vicenza, Gianni Zonin, artefice  di  uno  dei  più clamorosi crack bancari del secolo riducendo sul lastrico migliaia di poveri  risparmiatori e lasciando in eredità al Paese una voragine  di oltre  6  miliardi di  Euro.

Questo giudice, fu  l’unico  inquirente che  chiese  il  rinvio  a  Giudizio per Zonin. Era l’anno 2001. La sua è la  storia d’un processo  che  non si fece  mai  (allora forse  ci sarebbe  stato tempo e modo per arginare  il  tracollo della  Banca).

Finì invece  sotto  processo  il giudice che fu devastato, vessato all’inverosimile ed indotto alle dimissioni. Un  Daspo perenne.  Aspetta  ancor oggi d’essere  riabilitato dal CSM e dal  Ministero della  Giustizia.

Chissà  che  ne  pensa  il  Ministro  Bonafede autore del  DDL anticorruzione.

Un po’ di storia
L’ex area IP (Italiana Petroli) è un vecchio stabilimento di raffinazione di prodotti petroliferi del Gruppo ENI, in funzione dal 1929 al 1983. Era situata – in linea d’aria – a 50 mt dall’Ospedale civile Sant’Andrea e dal centro cittadino. L’area, fortemente inquinata da derivati delle produzioni petrolifere, doveva essere assoggettata ad un forte progetto di bonifica, con la finalità di riqualificazione edilizia, commerciale e residenziale (interessata anche dal passaggio della variante SS Aurelia).
Il 30 gennaio 1996 la società AGIP-ENI vende a Grifil Srl una vasta porzione dell’area inquinata, nascondendo lo stato dei luoghi (circa 65 ettari) per un prezzo di 26 miliardi e mezzo di lire.
Lo stesso giorno (30/1/1996) Grifil spa rivende a Sviluppo Immobiliare spa (le COOP della Liguria) parte dell’area con l’intesa di affidare a Grifil spa l’appalto per la costruzione di un ipermercato COOP. L’operazione avviene per un prezzo complessivo di 40 miliardi e 700 mil. (10 miliardi per aree, 4 miliardi per la cessione indici, e 26 e 700 mil. per l’appalto). Che c’è di meglio di un super-mercato per coprire una superficie super-inquinata (s’è fatto anche a Genova dove il supermercato Ipercoop ha coperto l’ex raffineria ERG).
Il contenzioso ENI-Grifil si sviluppa sin dall’inizio delle operazioni di vendita dell’area. Alle immediate contestazioni post-vendita di Grifil che i terreni sono marci l’Eni esibisce a Grifil una nota ASL nella quale risulta che l’area è stata bonificata. Grifil contesta decisamente all’ENI di aver venduto un’area fortemente inquinata, non bonificata, e quindi con forti passività ambientali. Nonché d’essere stata truffata dall’ENI.
Il 4 dicembre 1999 la Procura della Repubblica di La Spezia comunica al Comune l’avvio di un procedimento penale per l’ipotesi di disastro ambientale a seguito della (prima) perizia del Prof. Boeri richiesta dal giudice e dalla quale risulta la forte contaminazione dell’area. Tale comunicazione era data anche agli effetti della non utilizzabilità dell’area a fini edilizi-urbanistici ex decreto Ronchi.
Nel febbraio del 1999, con atto di diffida (prot. 2540), il Comune intima all’Agip-ENI nella qualità di responsabile dell’inquinamento ed a Grifil srl per la porzione di terreno di sua proprietà di redigere il progetto di bonifica.
In data 10 agosto 2000 vengono rilasciate dal Comune di La Spezia, concessioni edilizie a Grifil srl la cui efficacia veniva subordinata all’avvenuta bonifica dei subdistretti che dovrebbero ospitare insediamenti commerciali e residenziali. Tali concessioni, secondo quanto scritto nel ricorso del comitato Salamandra al Tribunale Civile di La Spezia, sono state rilasciate “in violazione e falsa applicazione dell’art. 17 comma 6° e seguenti del D.L.vo 22/1997 e dell?art.5 e 10 del D.M. 471/99, nonché contravvenendo a quanto previsto dall’art.56 comma 1° della L.R 21 giugno 1999 n.18.
La bonifica non verrà mai concretamente avviata mentre proseguirà il contenzioso Agip-Eni-Grifil.
Il 27 maggio 2003 il Dr. Pier Luigi Viani (allora legale rappresentante di Grifil Srl) chiama a rispondere l’ENI e la IP davanti al Tribunale di La Spezia chiedendo un risarcimento danni di oltre 113 milioni di euro. 51 milioni di euro per la bonifica, 2,3 milioni di euro per parziali opere di bonifica già effettuate, 11 milioni di euro per perdita d’esercizio, 16 milioni di euro per la perdita di opportunità relative alla costruzione di un albergo, una residenza sanitaria ed una edilizia, 21 milioni di euro per il procrastinamento di progetti societari quali lo sfruttamento di due sorgenti di acque minerali (sai che retrogusto sopraffino che doveva avere questa plin plin), 5,16 milioni di euro per mancata apertura di un centro commerciale, 2,1 milioni di euro per bonifica di un’area permutata e 4,2 milioni di euro per spese legali e processuali.
Alcuni lavori di bonifica inizieranno nel 2004, portando immediatamente a immissioni odorigene di dubbia natura che rendono l’aria irrespirabile e che si susseguiranno giorno e notte portando al pronto soccorso per intossicazione da idrocarburi due operai che lavoravano al cantiere. Si intensificano e moltiplicano fra la cittadinanza le azioni di protesta.
Exit strategy. Nello stesso anno l’ENI e la Grifil siglano un Accordo transattivo. Con una manciata di milioni (di euro) l’ENI tappa la bocca alla Grifil sperando di tappare anche lo scandalo dei terreni inquinati e scongiurare che trapelino notizie sul nuovo disastro ambientale in provincia di La Spezia. La situazione è così tragica che l’ENI decide di spossessarsi della “patata bollente” dei problemi ambientali di IP mettendo in vendita tutta la società (comprata nel 2005 dal Gruppo API per 189 milioni di euro).
Nel giugno 2007, il Comitato Salamandra incarica il Dr. Anacleto Busà, esperto in bonifiche , di redigere una perizia in relazione alle problematiche sottese alla bonifica, il quale ha ritenuto “grave e preoccupante la situazione […] in riferimento principale alla scarsa attenzione alla tutela della salute della popolazione locale esposta ai miasmi provenienti dalle operazioni di escavazione e bonifica.” Le risultanze della perizia son allarmanti: I fenomeni riscontrati nei pressi dei terreni inquinati dall’ENI “sono dovute alla sublimazione nell’atmosfera di agenti inquinanti altamente cancerogeni”. Emerge che in barba ad ogni norma di sicurezza sono stati effettuati scavi in aree ad alta contaminazione di piombo e il trasporto e la messa in opera di dette terre è avvenuta senza alcun tipo di precauzione.
Il 12 settembre 2007 il consulente del Comune Dr. Boeri, boccia la bonifica giungendo alle stesse conclusioni del Dr. Busà: “è necessario rivedere il progetto e l’amministrazione Comunale è costretta a riconoscere la necessità di procedere ad una nuova caratterizzazione del sito ed alla redazione di un nuovo piano di bonifica”.
OGGI: L’area ex IP è tutt’ora fortemente inquinata ed attende ancora d’esser bonificata

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