Quando Papa Luciani disse dal balcone di Piazza San Pietro che Dio è Madre, mise il dito nella piaga dell’archetipo patriarcale pastorale tribale che governa la Chiesa e in base al quale il popolo è gregge e deve essere diretto e governato da pastori.

L’archetipo patriarcale pastorale, condiviso dagli indoeuropei allevatori e dai semiti pastori, è all’origine di quel rovesciamento, consumatosi nel terzo millennio a.C., in base al quale la Grande Dea Madre Cosmica, la Potnia universale, è stata relegata a consorte degli dèi celesti (Mitra, Varuna, Ouranos, Zeus, Giove e via elencando).

Nell’Egitto faraonico il clero eliopolitano (III, IV e V dinastia) fece del faraone il figlio del dio Sole Ra e, mille anni dopo, Akhenaton fece di Aton il solo unico dio, paradigma del dio delle religioni monoteiste dette del Libro.

Cosa abbia a che fare tutto questo con il celibato dei preti e con la sessuofobia della Chiesa cattolica apostolica romana è presto detto.

L’archetipo patriarcale pastorale, sostituendo quello matriarcale, ha consegnato l’eterno femminino alla sottomissione e al ludibrio e tutto ciò che riguardava la ritualità della Grande Dea Madre Universale al diabolico e al peccaminoso.

Così come il patriarca tribale pastore ha sottomesso le donne e il gregge, anche gli dèi del cielo hanno sottomesso le dèe, fino a farle progressivamente sparire, riducendo la Grande Dea Madre Cosmica Universale ad una donna spiritualizzata e asessuata.

Dire che Dio è Madre da parte di Papa Luciani è aver ridato alla Grande Dea Madre Cosmica Universale il suo ruolo antico e mai definitivamente perduto.

La sottomissione del femminile è andata di pari passo con il disprezzo progressivo del corpo e della materia e, conseguentemente, con l’associazione del sesso al peccato. Al peccato tout court è stata associata la donna, fin dal tempo mitico del Paradiso terrestre (conseguentemente non celeste), con Eva corruttrice e tentatrice di Adamo. Peccato, quello dei due abitanti dell’Eden, assai originale, perché, come dice il mio amico Gianfranco Costa, essendo il primo non potrebbe che essere tale. Più originale di così! Peccato dal quale si vuole esente, anche se con un dogma tardivo, Maria, in quanto concepita senza macchia.

La fobia del sesso va in crescendo nei secoli a cura di teologi, papi (Innocenzo III ne è un esempio preclaro) e padri della Chiesa (San Girolamo).

La femmina era impura come il suo mestruo e persino la maternità presupponeva una purificazione della donna prima che possa entrare in Chiesa.

Secoli di fobie lasciano il segno e così oggi si fanno i conti, tutti i conti, con la vecchia concezione cattolica, secondo la quale il piacere sessuale non può essere senza peccato. Una concezione che ha rovinato generazioni intere, condannandole ad una morale sessuale innaturale, frustrante e pericolosa per lo stesso equilibrio psichico e corporeo, come insegna una vasta letteratura medica e psicologica.

E’ in questo quadro che si è sviluppata anche la questione del celibato, oltre a evidenti motivazioni di carattere economico (eredità dei figli dei preti).

Quando cominciò a svilupparsi l’idea del celibato la maggior parte dei preti era ancora coniugata. Solo dal 1139 in poi fu loro vietato di sposarsi. Nel 1139, infatti, papa Innocenzo II dichiarò l’ordinazione dei chierici come impedimento dirimente al matrimonio.

Al concilio di Trento (1545-1563) fu introdotta per la celebrazione del matrimonio la forma legale.

Dal 1139 per i preti divenne quindi impossibile sposarsi, ma dopo il concilio di Trento si impedì che gli sposati diventassero preti.

Quelle relative al matrimonio dei preti sono, dunque, regole tarde e imposte da criteri politici, ma che avevano, al loro fondo, motivazioni stoiche e gnostiche.

La teologa cattolica Uta Ranhe Heinemann, nel suo “Eunuchi per il regno dei cieli” (Rizzoli), scrive in proposito di “dominio di una casta di celibi”.

Lutero nel 1520 nel suo testo:”Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca” scrisse:”E ora il papato, per sua empietà, è caduto nell’errore di proibire allo stato sacerdotale di sposarsi. È stato il diavolo a ordinarglielo, come San Paolo dichiara nella prima lettera a Timoteo (4,3): “Verranno dei maestri che insegnano dottrine diaboliche e proibiranno di sposarsi”. Da ciò è derivato molto danno e questa è stata la causa per cui la Chiesa greca si è separata. Io consiglio che si lasci ad ognuno la sua libertà di sposarsi o di non sposarsi”.

Negli Articoli di Smalcalda del 1537 Lutero affermò: ”Non hanno avuto alcun motivo, né alcun diritto di proibire il matrimonio ed imporre un celibato permanente al sacro stato sacerdotale, ma in questo modo hanno agito come furfanti anticristiani, tirannici ed empi, e hanno dato origine a ogni sorta di peccati contro la castità, spaventosi, orribili e innumerevoli, nei quali essi ancora oggi sono impantanati”.

Il celibato non è prerogativa solo del cattolicesimo tardo. Molti sacerdoti pagani per non contaminarsi con il rapporto sessuale si sono castrati e altri si sono castrati, come i sacerdoti di Attis, in base ad una credenza antichissima in base alla quale la vicinanza alle divinità esige l’astinenza o in onore del loro dio evirato. La questione è antichissima, come insegna il mito di Cronos, ma non è questo il luogo per un approfondimento delle sue valenze archetipiche e simboliche.

Alla base del rapporto della Chiesa cattolica con il pessimismo sessuale c’è un’avversione al piacere e al corpo che è un retaggio dell’antichità classica che il Cristianesimo ha in gran parte conservato fino a oggi.

Un pessimismo sessuale, quello antico, che non deriva, come poi avverrà nel cristianesimo, dalla maledizione e dal castigo per il peccato, ma prevalentemente da ragioni di carattere medico.

E’ tuttavia con lo Stoicismo che il giudizio nei confronti del sesso diventa sempre più rigido ed è in gran parte nei due secoli d.C. che tale rigidità si impone a causa delle teorie degli Stoici, la grande scuola filosofica che si impone all’incirca tra il 300 a.C. e il 250 d.C.

Gli Stoici rifiutarono l’inclinazione al piacere. La rigoristica sopravvalutazione del celibato e dell’astinenza nei confronti del matrimonio è, pertanto, già presente nella Stoà e raggiunge il suo culmine nell’ideale della verginità cristiana.

Lo storico latino Seneca avverte di: “non fare nulla per il piacere”.

”Plinio il vecchio – ci ricorda Uta Rahne – loda come esemplare l’elefante che si accoppia soltanto ogni due anni (Naturalis Historia, 8,5) e nei secoli successivi l’elefante è sempre portato a modello per gli sposi. Francesco di Sales scrive: ‘È solo un goffo animale, e tuttavia il più dignitoso di questa terra il più giudizioso …. Non cambia la sua femmina e ama teneramente quella che ha scelto. E se si accoppia tuttavia lo fa una volta ogni tre anni e ciò solo per cinque giorni, e stupisce che mentre si accoppia non si fa vedere; si mostra poi al sesto giorno, e subito si dirige verso il fiume, in cui egli lava tutto quanto il suo corpo, e non ritorna nel branco se non si è prima purificato. Non è questo un corretto è giusto comportamento?”. [1]

L’invito a comportarsi come gli elefanti è quantomeno ridicolo, anche per gli elefanti, ai quali degli sforzi teologici nulla importa e li lasciano alla mente degli umani.

 

L’influsso degli Gnostici sulla morale sessuale e sul disprezzo del corpo e del piacere è altrettanto importante. La demonizzazione di ogni realtà corporea e materiale è sconosciuta prima dell’irruzione delle dottrine gnostiche.Per gli Gnostici il corpo è un cadavere dotato di sensibilità, un sepolcro dell’anima.

Lo gnostico Marcione sosteneva che Dio ci libera da questo mondo malvagio. Malvagio fisicamente, perché la materia è cattiva, la natura opprimente, la sessualità ripugnante. Marcione accettava solo chi aveva fatto voto di celibato per non incrementare la spaventosa tragedia del mondo naturale.

Anche la filosofia neoplatonica, che si sviluppa nella prima metà del terzo secolo d.C., e fu caratteristica della fine del pensiero antico, è influenzata dalle dottrine gnostiche.

Plotino, morto nel 270 d.C., ispiratore del neoplatonismo, pur avendo scritto un’opera contro gli Gostici, come scrive il suo biografo Porfirio: “sembrava vergognarsi di avere un corpo”. Tutto

il neoplatonismo esigeva dai suoi seguaci una vita casta.

Nell’epoca post apostolica si assiste per secoli ad una dura lotta controllo lo gnosticismo, ma si realizza anche una duplice influenza reciproca e così il disprezzo gnostico per il corpo è penetrato nel cristianesimo.

“Colui che unì l’avversione al piacere e alla sessualità con il cristianesimo facendone un’unità sistematica – scrive Uta Rahne – fu il più grande padre della Chiesa, Sant’Agostino. […]. Come molti nevrotici, separa in modo violento l’amore dalla sessualità ….. La morale sessuale pessimistica di Agostino è unicamente frutto della rimozione della sua cattiva coscienza. La sua fobia nei confronti della donna è una permanente scoperta della causa colpevole del suo fallimento. Che Agostino ci sia adoperato in questo modo contro il concepimento non dipende soltanto dal fatto che egli non volle sposare la sua amante…. Ma soprattutto dal fatto che durante la sua relazione con questa donna egli apparteneva alla setta gnostica dei Manichei, assai diffusa tra gli intellettuali ma proibita dello stato romano a motivo del rifiuto della procreazione”. [2]

Agostino rimanda inoltre al contratto matrimoniale dei cristiani, sottoscritto dal vescovo, nel quale si sottolinea la subordinazione della moglie al marito.

Non tutta i teologi del tempo di Agostino condividevano le sue opinioni. I pelagiani, ad esempio, avevano un atteggiamento positivo nei confronti del piacere sessuale. Consideravano il piacere come naturale, in nessun caso come peccaminoso: lo ritenevano piuttosto un bene speciale del matrimonio.

Va da sé che ha vinto l’idea di Agostino e per secoli le sue idee hanno creato infelicità a dismisura.

Forse, se non è troppo tardi, è giunta l’ora per la Chiesa cattolica apostolica romana di eliminare la sessuofobia dai sacri palazzi, dai conventi e dalle chiese e, soprattutto, dalla mente dei “pastori”, che rischia di vacillare.

Forse, seguendo Papa Luciani, sarebbe ora di rimettere al suo posto l’eterno femminino nella Chiesa di Pietro, il cui nome aramaico Kepha significa roccia (femminile).

Forse è giunta l’ora di considerare apostoli anche quelle donne che in molti vangeli considerati apocrifi lo sono in modo evidente. Non è casuale che nella narrazione dei vangeli canonici il Cristo risolto appaia per primo a una donna e che gli angeli sul sepolcro si rivolgano ad una donna. I maschi arrivano in seconda battuta.

Se non mette mano seriamente alla fobia sessuale, la Chiesa cattolica apostolica romana rischia di essere prigioniera di una sessuofobia che ormai non regge più, ammesso che abbia mai retto, e che crea disastri tra i “pastori”, con la conseguenza che il “gregge” li lascerà sempre di più a frequentare chiese vuote e seminari e conventi deserti.

L’archetipo patriarcale pastorale tribale è giunto alla fine del suo storico percorso e non è un Papa sindacalista e politico che può risolvere il problema.

Silvano Danesi

 

[1] Uta Rahne Heinemann, Eunuchi per il regno dei cieli, Rizzoli

[2] Uta Ranke-Heinemann, Eunuchi per il Regno dei cieli, Rizzoli

via LA SESSUOFOBIA DELLA CHIESA E L’ARCHETIPO DEL PATRIARCA PASTORE — Silvano Gabriele Danesi

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