Questione di tempo. Secondo molti osservatori, l’esaurimento dell’«onda» politica populista e sovranista è questione di tempo; il tempo che gli elettori capiscano l’inaffidabilità e l’incapacità dei leader del momento, da Trump a Salvini, da Orban a Di Maio, che saranno così bocciati, col ritorno a una politica bipolare e una nuova legittimazione di conservatori e progressisti quali soli possibili interpreti delle istanze popolari. Ecco, io ritengo questo tipo di analisi profondamente errata. Prima di tutto perché identifica i leader populisti col populismo: ma un conto sono i capi di un movimento, per quanto carismatici inevitabilmente destinati ad un declino o comunque ad una sostituzione, un altro è il movimento stesso, in questo caso, appunto, quello populista e sovranista.

Proprio su questo, sul populismo generalmente inteso, si realizza il secondo grave errore dei suoi critici, i quali sono soliti ricondurre questo fenomeno, come già detto, a «un’onda» generata ora da analfabetismo funzionale ora da rabbia, ora dalle fake newsora da semplice ignoranza. Ma è veramente così? Davvero il populismo è «un’onda» temporanea? Se fosse basato sul solo disagio, probabilmente le cose starebbero in questi termini. La realtà però è diversa. Anzitutto perché abbiamo a che fare con «un’onda» mondiale – un po’ strano, no? -, e poi perché, per essere così imponente, il fenomeno non può essersi originato nel giro di così poco. Credo infatti che pure i più accesi sostenitori di Trump o di Salvini, se sinceri, ammetteranno che i loro leader hanno alimentato il sentimento oggi prevalente, lo hanno forse accresciuto e senz’altro capitalizzato politicamente, ma non creato dal nulla.

E allora, da cosa è davvero nata l’«onda» politica populista e sovranista? Dalle bufale del Web? Non scherziamo, suvvia: siamo seri. E’ chiaro che c’è altro. Più precisamente, le concause dell’«onda» sono essenzialmente politiche ed economiche. Politiche per quanto riguarda un volontario allontanamento della sinistra e del progressismo mondiale dalle istanze del popolo in favore di quelle delle minoranze, siano esse il mondo Lgbt o gli immigrati; un allontanamento cui non è possibile rimediare in poco tempo perché non è in poco tempo che si è generato, se pensiamo che già 13 anni fa c’era chi ne scriveva, come testimonia Perché siamo antipatici (Longanesi), bel libro del sociologo Luca Ricolfi in cui veniva profeticamente denunciata l’incapacità, a sinistra, di parlare e quindi pensare come il popolo. Solo che Ricolfi parlava della sinistra italiana, mentre ormai il virus elitista è diffuso a livello mondiale.

Col risultato che oggi i leader sovranisti e populisti piacciono anche se impreparati, incauti e pasticcioni, per usare un eufemismo. Può apparire bizzarro e surreale, ma le cose stanno esattamente in questi termini. Infatti la maggioranza, esasperata da anni in cui non è stata seriamente ascoltata, è giunta al punto di preferire senza esitazione una rappresentanza politica magari poco capace ma che almeno curi gli interessi di molti, anziché una rappresentanza magari pure capacissima, sì, ma solo di curare gli interessi di pochi. Se non si capisce questo passaggio e soprattutto se non lo capiscono i progressisti, che oggi sembrano più preoccupati – rilanciando il trito e ritrito mantra delle minoranze – di trovare un leader immigrato, mussulmano, gay dichiarato o donna, credo che quel poco che resta del vecchio establishment sarà spazzato definitivamente via a breve. Establishment avvisato mezzo salvato.

Una seconda causa, tornando a noi, dell’«onda» sovranista che prescinde dai leader populisti e spiega perché il fenomeno non sarà una meteora è la globalizzazione. Una globalizzazione che sul piano economico – e non solo – ha eliminato frontiere e unito culture, finendo inevitabilmente per mescolare identità. Ma l’identità, contrariamente a quanto spesso si dice, prima di essere un tema politico caro alle destre, è un bisogno fondamentale. Ne consegue come il multiculturalismo di cui globalizzazione e mercati sono stati sponsor formidabili, oltre un certo limite, è destinato non soltanto a fallire, ma a provocare rigetto. Ecco, in estrema sintesi ritengo che populisti e sovranisti altro non siano che interpreti – capaci o meno sarà il tempo a dirlo – di questo bisogno di identità, di confini, di regole certe, di tradizione arriverei a dire. Il che, sottolineo, non è una necessità indotta ma connaturata a ciascuno. Anche per questo credo che, dell’«un’onda», sentiremo parlare ancora a lungo

Giuliano Guzzo

via Perché il populismo sovranista non sarà una meteora — Giuliano Guzzo

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