Energico, fuori dagli schemi, social, uomo comune, forse arrogante, pop, diretto, sicuro di sé, populista, spavaldo, demolitore, cinico, comunicatore, anticonformista, narcisista, alla mano. In due parole: Matteo Salvini.

Salvini negli ultimi 2/3 anni è diventato “personaggio pubblico”, è riuscito ad ottenere un così largo consenso tra la gente che è scattata una vera e propria caccia al selfie, all’autografo o alla semplice stretta di mano.

Ma perché vince?

Gli va dato il merito di essere un grande comunicatore, forse il migliore della scena politica italiana attuale. È riuscito ad individuare prima di tutti l’onda giusta da cavalcare. È in grado di attirare su di sé tutti gli occhi dell’opinione pubblica lasciando nell’ombra le figure di Conte e Di Maio. Il suo metodo comunicativo si regge su pochi ma solidi pilastri: semplificazione dei problemi, tweet, parlare per slogan, dirette Facebook, provocazioni.

In realtà, forse, questo preciso standard comunicativo è la risposta ad un modo di funzionare della politica che si è venuto preparando negli ultimi 25 anni. La dissoluzione di una conversazione pubblica, la dissoluzione di un senso di futuro, i meccanismi di semplificazione e la crisi della intermediazione hanno portato ad una degenerazione della politica. E lui, è stato in grado di farsi trovare al posto giusto nel momento giusto.

Un altro aspetto che lo contraddistingue –ma non necessariamente lo differenzia da diversi suoi predecessori- è l’inquadramento di un nemico preciso da additare al suo pubblico. Veniva utilizzato fin dai tempi di Tangentopoli, dove l’eliminazione della classe politica della Prima Repubblica avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi, poi l’anticomunismo di Berlusconi e l’antiberlusconismo della Sinistra, la rottamazione di Renzi ed infine la politica anti-establishment dei grillini. Salvini è un’accelerazione di tutto questo, l’ultima incarnazione di questo lungo processo.

Riesce ad essere incisivo sia in veste informale (felpa con scritto “Padania libera” a Pontida) che formale (giacca e cravatta tra le mura di Montecitorio). Il passo da essere visto dagli elettori come “uno di noi” alla degenerazione nell’“uno di loro” è brevissimo. Lui, per adesso, si è dimostrato in grado di restare uomo comune anche tra i palazzi romani.

M.S. è il populista della porta accanto, potrebbe essere mio fratello, mio cugino, mio zio. È facilmente riconoscibile da chiunque perché parla come le persone comuni. E questo piace ai suoi elettori. Lo fa sembrare vero, in carne ed ossa. Si è presentato in campagna elettorale –e si presenta tuttora- come il politico a contatto con la gente in grado di risolvere tutti i problemi. Nei mesi a venire troverà anche lui notevoli difficoltà nel continuare questa “vendita facile di illusioni” e finte soluzioni immediate. Nel momento in cui queste promesse dovranno essere tradotte in scelte concrete si vedrà di che pasta è veramente fatto. Anche per lui le risorse per attuare le politiche sono limitate.

Il populismo non è una patologia della democrazia ma un modo interno di essere della democrazia. Nel momento in cui la politica appassisce (come quello attuale) chi mi deve rappresentare deve essere uno COME ME, non necessariamente più competente e preparato.

E proprio qui Salvini vince.

via PERCHÉ IL “METODO SALVINI” VINCE? — Luca Cozzarini

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