L’Unione Europea venne pensata dai padri fondatori per garantire democrazia, pace e stabilità. Certamente  non era stata immaginata con meccanismi pesanti o bloccata burocraticamente: era stata ideata per procedere a tappe, soprattutto con l’intento di creare una solidarietà di fatto, nel tempo.

Diversi eventi l’hanno minacciata nella sua recente esistenza: su alcuni di essi gli organismi sono intervenuti con provvedimenti differenziati per i vari Paesi, proprio perché il cammino di condivisione nel tempo non è stato completato.

Nata prioritariamente come un mercato, il suo progresso è rimasto imbrigliato soprattutto nella differente situazione economica dei vari Paesi,  che non ha permesso la formazione di una vera e propria univocità sui fronti esteri, economico, normativo ma, soprattutto, istituzionale.

L’Europa sostanzialmente non ha fatto da traino confermando costantemente i suoi ideali, ma ha fatto una rincorsa, deludendo in parte le attese dei cittadini.

Il 26 maggio 2019 sarà probabilmente uno spartiacque in questo processo che negli ultimi tempi è andato addirittura arrestandosi: le elezioni europee saranno caratterizzate da una forte sfida sovranista.

Nelle elezioni del 2014 era chiaramente emersa la necessità di conferire al Parlamento europeo quella rappresentanza necessaria perché il potere conferito alla Commissione Europea fosse effettivo, significativo e costituisse un punto di svolta. Il meccanismo di delega delle decisioni fondamentali dell’Unione ha però lasciato in questi 4 anni le scelte più importanti sempre in seno al Consiglio Europeo, facendo spesso prevalere gli interessi diretti ed immediati dei singoli Stati, trasfusi in negoziati fatti con alleanze trasversali per temi.

L’Unione deve però deve riprendere il suo cammino di integrazione, anche spingendo sulla necessità di delega del potere politico su alcuni temi da parte degli Stati europei, rinunciando ai singolarismi per poter continuare a garantire la forza economica, la pace e, con degli enormi margini di miglioramento, la solidarietà verso i cittadini.

Eventualmente  con una politica federalista, ma dove siano ben chiari i ruoli e i settori di competenza nei quali i singoli Paesi mantengono la loro autonomia.

Il rischio più grande, con elezioni europee che dovessero avere una forte rappresentanza nazionalista, è insito nel fatto che, come per via di alterne vicende non si è concluso il processo di integrazione nel corso di così tanti anni, NON SI CONCLUDERA’ IL PROCESSO DI RISCRITTURA a causa dell’innesco di qualche evento geopolitico dalle gravide conseguenze di cui già oggi sono avanzati i tempi di maturazione.

E allora non si avrà più un’Italexit (clausola troppo spesso menzionata nelle trattative contrattuali e finanziarie e che ha fatto salire il costo per interessi dei nostri titoli di Stato negli ultimi 6 mesi) come più parti auspicano senza considerare le improvvide conseguenze finanziarie che una tale decisione avrebbe, ma un blocco completo nell’operatività del Paese, che farà solo il gioco delle potenze che ora si stanno dividendo il nuovo ordine mondiale.

Non si può ignorare infatti che si stanno ridefinendo, in questi tempi, altre aree di influenza su schema planetario: avanza la Cina, contrastata dagli Stati Uniti, mentre la Russia è entrata a pieno titolo nella linea espansionistica cinese avallando il cammino della Belt and Road Initiative (nuova Via della Seta).

In questo cambio di paradigma è più che chiaro che nessun Paese avrà, da solo, una tale potenza commerciale e produttiva per poter competere con gli altri se l’Unione Europea dovesse iniziare la sua frantumazione.

La scintilla che potrebbe innescare la situazione irreversibile potrebbe scattare su uno dei temi attualmente più caldi: la questione migratoria, l’unione monetaria, bancaria e di bilancio e, da ultimo, la questione energetica.

L’Italia, a causa della sua debolezza di bilancio, è tra i Paesi più esposti ad un eventuale shock esterno: non aiuta l’attuale assetto politico tutto preso a reperire le risorse per assolvere le promesse elettorali che non hanno niente di espansivo, a partire dal reddito di cittadinanza  (che non sarebbe speso a causa del pessimismo diffuso nella collettività), per finire alla flat tax, che farebbe venire al pettine in maniera evidente il nodo, tutto italiano, della scarsissima produttività.

In un quadro complicato non aiutano le asimmetrie autonomistiche presenti sull’area: Lombardia e Veneto che vogliono autonomia totale, le regioni speciali che beneficiano di particolari trattamenti, la Catalogna, alle prese da anni con una forte spinta autonomistica, il ventilato referendum bis sull’indipendenza della Gran Bretagna che potrebbe far ritornare sui suoi passi la Brexit o darle un deciso impulso, i contrasti interni in Germania.

L’Italia ha dimenticato le anomalie subìte in passato: 

le svalutazioni della lira, l’inflazione galoppante, la crescita incontrollata del debito. Troppo spesso il Paese ignora la stabilità che gli ha dato la moneta unica e il fatto che l’Italia (dopo la Grecia che però aveva nascosto i suoi veri conti) resta indietro solo perché non sono state fatte coraggiose riforme che la rimettessero in carreggiata. La politica ha sempre preferito percorrere scorciatoie elettorali, con un aumento inverosimile del debito pubblico rispetto al Pil (peraltro per metà prodotto dal settore pubblico).

La globalizzazione ha come cancellato la traccia storica degli elementi negativi che hanno contraddistinto il nostro passato,

compreso il fatto che entrare nell’Unione Europea è stata una scelta solo ed esclusivamente politica.

Tutti appaiono entusiasti di una situazione diversa, dimenticando da dove viene il Paese.

Senza sapere peraltro che non saremmo favoriti addirittura con una svalutazione nei confronti della Cina, vi sarebbe un’onerosità eccessiva del costo delle materie prime provenienti dall’estero e, da ultimo, il peso del nostro debito continuerebbe ad aumentare e gravare sulle future generazioni in maniera incontrollata.

Perché la non conoscenza della storia, e ancor più la mancata conoscenza degli elementi di base dell’economia pubblica (fiscale e monetaria) dovrebbe essere almeno elemento di prudenza nell’affrontare una questione così importante.

Negare l’evidenza e, ancor peggio, ingannare, per raggiungere interessi che non sono quelli a lungo termine della nazione, porterà il Paese sul baratro.

Che potrebbe portarci ad una guerra, lunga almeno 20 anni.

via Dall’Europa all’Europa — MARIACRISTINA LUCIANI

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