Articolo di Nafeez Mosaddeq Ahmed, pubblicato il 24 settembre 2018 su Le MONDE diplomatique

Traduzione a cura di Giovanna De Luca

Documenti militari statunitensi del 2011 e del 2016 rivelano che, sebbene i funzionari volessero in teoria un cambio di regime in Siria, in realtà pensavano che fosse altamente improbabile che accadesse realmente. In fondo speravano che – se il presidente Bashar al-Assad fosse stato rovesciato – non sarebbe stato sostituito da un’opposizione democratica siriana, ma che ci fosse stata piuttosto una continuità al potere della stessa struttura  alawita-baathista. Il risultato finale sarebbe stato la decimazione dell’opposizione democratica, il consolidamento delle forze islamiste e la conservazione del regime.

“Gli Stati Uniti hanno rinunciato al rovesciamento di Assad in Siria”, scriveva Robert Fisk quest’estate. E in effetti, mentre l’esercito siriano appoggiato dalla Russia si preparava a eseguire l’offensiva finale su Idlib, i governi occidentali sembravano mostrare la loro accettazione di una sanguinosa vittoria da parte di Assad, nonostante le rituali denunce.

Tuttavia, all’ultimo minuto Russia e Turchia hanno concordato una tregua per scongiurare un attacco a guida russa,stabilendo una zona cuscinetto per proteggere 3 milioni di civili. L’accordo affronterà anche il tema della rimozione dei ribelli estremisti dalla zona cuscinetto, per la quale la Turchia ha annunciato l’invio di maggiori truppe ad Idlib.

Intanto, mentre l’offensiva  su Idlib si profilava all’orizzonte, l’Occidente (curiosamente) faceva sostanzialmente poco in qualsiasi direzione. Secondo due documenti militari statunitensi appena scoperti, la reticenza occidentale potrebbe essere dovuta al fatto che gli Stati Uniti non sono mai stati realmente impegnati a rovesciare Assad, a causa di una strategia egoistica che è stata selvaggiamente fraintesa.

I documenti suggeriscono che, sia all’inizio che nelle fasi successive del conflitto, i funzionari militari statunitensi non avevano dato credito alle aspirazioni democratiche dei manifestanti siriani, ma avevano semplicemente cercato di usarli come strumento per mettere in secondo piano l’espansione dell’influenza iraniana. Il rovesciamento del regime fu liquidato come scenario altamente improbabile, con i funzionari che indicavano la sopravvivenza di una struttura governativa baathista autoritaria – con o senza Assad – come qualcosa di inevitabile.

Prevedere il fallimento dell’opposizione

Secondo un documento militare USA, ottenuto dall’archivio di Wikileaks, già ad agosto 2011 (sei mesi dopo l’inizio della rivolta siriana) i funzionari militari statunitensi erano piuttosto ambivalenti riguardo al possibile “cambio di regime” in Siria, sulla base del fatto che le forze di opposizione non avrebbero mai vinto. Sostenere i ribelli, secondo quanto speravano i funzionari, avrebbe potuto incoraggiare le forze all’interno del regime di Assad a rimuoverlo, mantenendo la struttura di potere autoritario dominata dagli alawiti . Ma l’intervento militare non era in programma.

Il documento, riportato qui per la prima volta, è la bozza di un dossier di previsione elaborato dal Dipartimento di intelligence del US Marine Corps (USMC) , in collaborazione con gli analisti della società di intelligence privata Stratfor e alti funzionari USMC (1).

“Il regime siriano alawita-ba’athista guidato dal presidente Bashar al-Assad si indebolirà in modo significativo nei prossimi tre anni, ma è improbabile che la sua rottura sia imminente – afferma il documento – Le forze di opposizione frammentate in Siria difficilmente supereranno entro questo lasso di tempo i vincoli logistici che impediscono loro di essere una minaccia significativa contro il regime.’

Il documento doveva essere una valutazione interna dell’intelligence USMC e – per questa ragione – non è mai stato reso pubblico. Il cambio di regime veniva visto com auspicabile,in teoria, ma irragiungibile nella pratica. Si segnalava, inoltre, che la Siria avrebbe vissuto “un conflitto violento e lungo, che avrebbe portato a disordini confessionali…un potenziale collasso del regime non può essere escluso, ma la strada verso il cambio di regime sarà lunga e sanguinosa “ .

Il documento non esclude categoricamente un cambio di regime, ma fornisce prove abbondanti per sostenere l’inutilità di uno sforzo per cambiare  il regime . In particolare, il documento conclude che le forze all’opposizione non sarebbero state in grado di rovesciare Assad: “L’opposizione in Siria non ha ancora i numeri, l’organizzazione o le capacità complessive per sopraffare le forze del regime. L’opposizione della Siria è estremamente frammentata e opera sotto enormi vincoli all’interno del paese”.

Uno sperato intervento dell’élite alawita

D’altra parte, il rapporto dell’USMC afferma senza mezzi termini: “La minaccia più probabile che il regime dovrà affrontare verrà dall’interno – sotto forma di – un tentativo da parte delle élite di alto rango, imprenditori e militari  del regime di organizzare un colpo di stato” contro Assad, portato avanti a causa  dalle paure per la sua debolezza.

Il documento menziona alcune email di Stratfor, precedentemente segnalate e datate dicembre 2011 (quattro mesi dopo il document dell’USMC), in riferimento a un resoconto di un incontro con i funzionari dell’intelligence militare statunitense. L’articolo esclude totalmente la possibilità di una grande campagna aerea,  segnalando – invece-  il ruolo di squadre  di terra speciali per l’addestramento delle “forze di opposizione” in Siria, con l’obiettivo di “tentare di spezzare la retroguardia delle forze alawite, provocando il collasso interno”.

Nel contesto del documento di previsione del Dipartimento di intelligence USMC dell’agosto 2011, è chiaro che gli alti strateghi della difesa degli Stati Uniti non prevedevano una vittoria democratica per l’opposizione, ma speravano di creare una pressione sufficiente per causare il collasso delle forze alawite. “dall’interno”, innescando una sorta di colpo di stato alawita contro Assad. In altre parole, l’opposizione era vista come uno strumento temporaneo, da scartare una volta raggiunto l’obiettivo di garantire una struttura baathista autocratica più “amichevole” (per gli Usa, ndr).

Il documento dell’intelligence USMC rileva che, nonostante il crescente appetito tra gli alleati degli Stati Uniti per un’alternativa ad Assad, nessuno voleva davvero sporcarsi le mani cercando di rovesciarlo.

Nel testo si ammette che “il sostegno esterno a un’alternativa siriana al regime di al-Assad crescerà con il tempo”, e che “nessuno dei principali soggetti interessati nella regione, compresi Israele, Turchia, Arabia Saudita e Stati Uniti, sembra interessato ad affrontare gli effetti destabilizzanti di un cambio di regime in Siria”.

Preparato nell’agosto del 2011 come parte di una serie di documenti dell’intelligenceUSMC – redatti con il supporto di Stratfor – il documento è stato sepolto nell’enorme corpus di email di Stratfor trapelate e pubblicate da Wikileaks dal 2012 al 2014.

Dal corpus di corrispondenza email tra gli analisti di Stratfor e gli alti ufficiali del Corpo dei Marine degli Stati Uniti nel 2011, si evince che il Dipartimento di intelligenceUSMC aveva incaricato Stratfor di collaborare con i funzionari dell’USMC nella stesura di questo documento di previsione dell’intelligence, insieme a numerosi altri dossier. Dei funzionari dell’USMC, che hanno istituito la partnership con Stratfor, facevano parte l’allora capo dell’intelligenceUSMC, il tenente colonnello Drew Cukor, il maggiore William Osborne del Future Assessments Branch  e il direttore dell’intelligence generale di brigata Vincent Stewart.

Alcune avvertenze

Il documento è solo una bozza e non stabilire quale sia la versione finale, sebbene il processo di stesura da parte di USMC-Stratfor possa effettivamente essere tracciato attraverso la corrispondenza trapelata (e questo documento sembra essere una versione quasi definitiva).

Inoltre, il documento non è ovviamente un riflesso diretto della politica del governo degli Stati Uniti, ma piuttosto ci dà un’idea delle valutazioni interne fatte da alti funzionari dei servizi segreti militari statunitensi. Sebbene il documento vada confuso con la politica della Casa Bianca, non dovremmo liquidare la sua importanza nel fornire informazioni su come i vertici militari statunitensi vedevano il conflitto fin dall’inizio.

Sebbene il documento non dia esplicitamente raccomandazioni per le politiche da seguire, indica le opzioni, le preferenze e gli scenari possibili. Il dipartimento di intelligence USMC, per il quale è stata redatta la valutazione di previsione, è un’agenzia altamente influente che si nutre direttamente dall’esecuzione di operazioni speciali.

Secondo la sua stessa definizione: “Il Dipartimento è responsabile per la politica, i piani, la programmazione, i budget e la supervisione dello staff dell’intelligence e delle attività di supporto all’interno del Marine Corps degli Stati Uniti. Il Dipartimento supporta il Comandante del Corpo dei Marines (CMC) nel suo ruolo di membro del Joint Chiefs of Staff (JCS), rappresenta il servizio in materia di Joint e Intelligence Community ed esercita la supervisione sull’attività di intelligence del Corpo dei Marines (MCIA)”.

Questo rende significativo il fatto che il progetto di valutazione dell’intelligence USM abbia concluso che era altamente improbabile che il regime siriano crollasse.

Sostegno ai sunniti per minare lo sciismo iraniano

La più grande paura dei funzionari militari statunitensi era la prospettiva che l’Iran espandesse la sua influenza geopolitica. Il documento sosteneva che gli Stati Uniti stavano lavorando  con i loro alleati regionali nel sostenere i gruppi islamisti per contrastare questa eventualità: “La Turchia, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e altri hanno un interesse comune nel cercare di minare gravemente il punto d’appoggio dell’Iran nel Levante,  legato all’influenza politica e militare di Hezbollah in Libano. La Turchia, in particolare, è il paese con la maggiore influenza sulla Siria a lungo termine e ha interesse nel vedere questo territorio tornare al dominio sunnita. ”

Pur riconoscendo che i gruppi di opposizione probabilmente non riusciranno a rovesciare Assad, il documento valuta ancora positivamente una loro possibile mobilitazione per contrastare l’invasione iraniana. È stato accettato che ciò avrebbe rafforzato le forze islamiste tra l’opposizione siriana, piuttosto che le forze democratiche e laiche. “La Turchia non ha buone opzioni né la possibilità di effettuare cambiamenti in Siria in tempi brevi, ma tenterà gradualmente di creare legami con gruppi in Siria, concentrandosi in particolare sui restanti Fratelli Musulmani nel tentativo di creare una forza politica islamista vitale in Siria che opererebbe sotto l’egida di Ankara. Ci vorrà tempo perché si sviluppi, ma la dinamica geopolitica della regione indica un progressivo [sic] indebolimento del potere alawita in Siria “.

La natura antidemocratica della strategia era chiara. Indipendentemente dalle aspirazioni democratiche che guidavano la rivolta siriana, i funzionari militari statunitensi si accontentavano di incoraggiare le potenze straniere a coltivare le forze islamiste in Siria che opererebbero sotto l’egida di quelle potenze straniere: tutte per cercare di indebolire il punto d’appoggio dell’Iran.

Il documento indica anche che gli Stati Uniti non hanno pianificato un intervento militare per il cambio di regime in questo momento. Il verdetto generale era “meglio il diavolo che conosci”. “Non prevediamo che l’USMC possa intervenire militarmente in Siria o in Libano con una missione per stabilizzare la situazione”, dice il documento: “Le dinamiche settarie sono troppo complesse perché gli Stati Uniti possano permettersi di entrare in conflitto. Invece, questo sarà una crisi regionale per la Turchia da gestire. Dato che la Turchia è ancora all’inizio del suo aumento regionale, avrà bisogno di un considerevole sostegno e sostegno da parte dei suoi alleati, ma anche allora, è improbabile che possa affrontare efficacemente una crisi del genere nei prossimi tre anni “.

Rompere la Siria

La bozza della valutazione USMC è ampiamente confermata da uno studio della Joint Special Operations University (JSOU) poco noto, pubblicato cinque anni dopo, non segnalato fino ad ora, che offre allo stesso modo una finestra sul pensiero dei pianificatori della difesa degli Stati Uniti.

Nel 2016, il conflitto aveva apparentemente raggiunto una situazione di stallo. L’anno precedente, il capo dell’intelligence del Pentagono, tenente generale Vincent Stewart, si aspettava che la Siria si dividesse in “due o tre parti”. Analogamente, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, ha osservato che la Siria stava vivendo una divisione di fatto che potrebbe dover essere formalmente accettata dalla comunità internazionale. La Russia e l’Iran si muovevano lungo le stesse linee. Era emerso un consenso internazionale sul fatto che Assad sarebbe rimasto al potere in un mini-stato a conduzione alawita, lasciando il resto della Siria nelle mani dell’ISIS, di altri ribelli islamici e dei curdi.

Lo studio JSOU, intitolato The Collapse of Iraq and Syria: The End of the Colonial Construct in the Large Levant, è stato realizzato dal dott. Roby Barrett, senior fellow del JSOU dove ha istruito ufficiali militari statunitensi in intelligence applicata e consiglia il Pentagono , il Dipartimento di Stato e la comunità di intelligence. Il JSOU è l’agenzia designata dal Comando Operazioni Speciali USA per istruire e consigliare gli ufficiali delle operazioni speciali, con base nella MacDill Air Force in Florida.

Il messaggio di base di Barrett è : “La soluzione al caos non può essere trovata nel cambio di regime in Siria (anche se ciò potrebbe aiutare) … Il vecchio paradigma coloniale degli stati artificiali è stato sostituito da una nuova struttura che riflette un tempo che precede quello del controllo imperiale ottomano. Iraq e Siria non esistono più. ”

Ciò significava che le forze speciali americane (SOF) avrebbero dovuto accogliere una “nuova realtà”: un regime alawita ristretto in Siria, circondato da un mosaico di gruppi di opposizione dominati dalle forze islamiste. Mentre la valutazione di Barrett non può essere presa come automatico riflesso della politica del governo degli Stati Uniti, appare in linea di massima coerente con le decisioni politiche attuali al momento.

Il documento suggerisce che due anni fa gli strateghi della difesa degli Stati Uniti non potevano ​​accettare una divisione dello status quo della Siria secondo linee etniche e settarie, con un ruolo costante sia per Assad che per le varie forze islamiste: “Esiste già una divisione di fatto del Gran Levante in un’enclave minoritaria ancora controllata dal regime di Assad in Siria, le regioni kurde sempre più indipendenti, l’emergere di un Sunnistan ora dominato dall’ISIS [Stato islamico o IS] e uno stato sciita da Baghdad a Bassora. ”

Tutto ciò conferma che gli obiettivi occidentali in Siria non sono mai stati di supporto alla rivolta democratica. La ragione principale per cui l’Occidente ha evitato una strategia di cambiamento di regime è stata la paura di non essere in grado di determinarne le conseguenze: “In breve, l’Occidente ed i suoi alleati volevano che gli Assad fossero andati via, ma non la rimanente struttura del governo compreso l’esercito siriano dominato dagli alawiti e i servizi di sicurezza. ‘

E il coinvolgimento della Russia da “una minima garanzia di sopravvivenza di uno stato alawita nel nord e potenzialmente da Damasco a Latakia” – un’osservazione che sottovalutava chiaramente la portata della vittoria finale di Assad.

Cancellare la democrazia

Barrett spiega che la strategia dell’Occidente è continuare a sostenere le forze islamiche antidemocratiche tra l’opposizione siriana, ignorando ogni possibilità di una democrazia basata sull’opposizione: “Uno Stato laico gestito da un gruppo dedicato alla democrazia e alla società civile occidentale non emergerà in Sunnistan . La politica deve iniziare a scartare le etichette e decidere quale gruppo o gruppi islamici salafiti sosterrà … per preservare gli interessi statunitensi e occidentali sarà una ricerca dei mali minori “.

I suoi commenti rivelano quanto distanti i pianificatori della politica americana fossero dalle aspirazioni dei rivoluzionari di base siriani  – esemplificati nei Comitati di coordinamento locale (CCL). I CCL sono una rete giovanile siriana trans-settaria che si batteva vigorosamente per forme alternative partecipative di democrazia diretta. Ma, come rilevato dal gruppo di sviluppo con sede nei Paesi Bassi, Hivos, i CCL sono stati “considerevolmente indeboliti a causa della repressione da parte sia del regime che dei gruppi jihadisti”.

Piuttosto che supportare i CCL, la politica americana sembra aver oscillato tra l’indebolimento e la tolleranza di Assad mentre supportava in gran parte i gruppi islamisti tra le opposizioni – una strategia il cui risultato era quello di aumentare la violenza settaria mentre estingueva il potenziale democratico della rivolta del 2011.

Per discutere sui documenti, ho incontrato il professor Nader Hashemi, direttore del Center for Middle East Studies presso la Scuola di studi internazionali e Josef Korbel dell’Università di Denver; e Danny Postel, Assistant Director del Northwestern University’s Middle East e North African Studies Program.

“Con centinaia di agenzie nel governo degli Stati Uniti, dovremmo ovviamente stare attenti a interpretare tutti i documenti interni e in che modo riflettono la reale politica del governo USA”, mi ha detto Hashemi. “Ma questi documenti sono del tutto coerenti con la reale esperienza della politica statunitense non solo in Siria, ma nella più ampia regione, che ha sempre avuto un’ansia profonda e costante verso ogni forma di democratizzazione, cercando invece di lavorare con partner autocratici e autoritari. ‘

Secondo Postel, questa ambivalenza ha significato che la strategia americana in Siria non è mai stata impegnata in un serio sforzo per rimuovere Assad: “Se si guarda attentamente a quale sia l’attuale politica americana in Siria, si può chiaramente vedere che il governo USA non solo ha coerentemente evitato il cambio di regime, ma ha in effetti perseguito una politica di conservazione del regime “.

I documenti confermano che l’indebolimento dei CCL è stata una conseguenza diretta di una strategia statunitense autonoma. L’idea era di manipolare l’opposizione per ottenere un nuovo status quo autoritario adatto agli interessi occidentali, dominato da ba’athisti o islamisti.

Anand Gopal, che ha riferito dall’interno della Siria, ha precedentemente sostenuto che mentre gli Stati Uniti speravano nell’uscita di scena di Assad , il suo governo continuava a essere considerato preferibile a una rivoluzione democratica. “Fin dall’inizio, gli Stati Uniti hanno cercato di controllare la rivoluzione siriana e la guerra civile per garantire che non ci sarebbero stati risultati direttamente contrari agli interessi americani”, ha affermato. “Una rivoluzione di successo in Siria, in particolare quella al di fuori del controllo americano, avrebbe effetti profondi in tutta la regione, compreso per gli alleati americani. Quindi, anche se agli Stati Uniti non piace Assad e vorrebbe vederlo dimettersi, preferisce la continuazione del regime di Assad a qualsiasi potenziale alternativa rivoluzionaria dal basso. In altre parole, vorrebbe una soluzione tipo Yemen alla crisi siriana “.

Quindi l’attuale politica dell’Occidente in Siria non è una sorpresa. La decisione di Trump di tenere le truppe Usa in Siria fino alla partenza delle forze iraniane è coerente con le motivazioni che hanno spinto i funzionari militari sotto la precedente amministrazione Obama in Siria. Quella visione ristretta ha portato i funzionari a mettere in luce il sostegno della Turchia ai gruppi islamici sunniti nel 2011, indipendentemente dall’impatto sul nucleo democratico dell’opposizione siriana; e lo stesso pensiero ristretto spiega la decisione di ospitare oggi una Siria frammentata, dominata dagli Assad, mentre continua ad esercitare pressioni per mettere in secondo piano l’influenza dell’Iran.

Non c’è da stupirsi, quindi, che quando l’esercito siriano abbia ammassato le sue forze in preparazione dell’offensiva Idlib, l’Occidente avrà praticamente abbandonato l’opposizione – islamisti, jihadisti, democratici assediati e civili siriani – lasciando la Turchia a decidere come ripulire il caos.

 

(1)Il documento è stato allegato a una comunicazione email interna di Straftor  (datata 21 settembre 2011) all’interno dell’archivio Wikileaks.

via Documento Wikileaks rivela: così l’Occidente si è sempre opposto a una Siria democratica — Le Voci della Libertà

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