La Sardegna sott’acqua. Questa volta è toccato al Capo di Sotto, nei pressi di Cagliari. Alle terre fertili visitate nel primo Settecento dall’ingegnere Craveri (noto con il solo cognome). Inviato da

Sua Maestà alla ricerca dei luoghi più adatti per l’accoglienza – pensate un po’! –  di nuove popolazioni nell’isola disabitata. Ultima tappa, nel 1746-47, la “pianura cespugliosa” tra Capoterra e Uta, due ville separate   dal “rusciolo detto Flumineddu” –  scriveva nella relazione. La ricognizione trascritta in una carta topografica poco nota, da cui si deduce la fragilità di quel territorio a lungo disabitato e trasformato senza giudizio nell’ultimo mezzo secolo. Come altri luoghi un tempo fantastici e delicatissimi in Sardegna. Oggi manomessi in modo irreversibile e con gravi conseguenze per chi li abita.

Per cui capita di immedesimarsi nelle popolazioni: di Olbia, dopo il 2 ottobre 2015 o di Capoterra in questi giorni e in queste ore, passate la tempesta, quando l’allarme resta alto nonostante la ricomparsa del sole caldo dell’autunno sardo prolungato; poco rassicurante per chi si sente in trappola nel pantano del dissesto idrogeologico che si ripresenta.

Tutti ad auspicare contro-natura la fine di stagioni piovose, comprensibilmente. Né potremmo fargliene una colpa a chi a  Isticadeddu, Santa Mariedda (Olbia) o a Frutti d’Oro – Poggio dei Pini  (CapoTerra) preferisca  la sventura della prolungata siccità.  La siccità causa di carestie penose nella storia umana, da cui le reiterate invocazioni perché sia presto pioggia, “pioggia di benedizione” (Ezechiele).

Sembra incredibile ciò che è successo in Gallura o a Capoterra e in altre località di Baronia e Ogliastra. Un orrore ogni volta, che sarebbe giusto spiegare senza girarci attorno, con il linguaggio sgombro delle torsioni degli specialisti (“l’erudizione che appesantisce il pensiero”).  Lo dobbiamo a chi, coi piedi per terra anzi, nel fango, s’interroga e recrimina sull’omertà di chi doveva avvisare dell’azzardo di qualche opera “a fin di bene” e dell’aggiunta di case a case in quei suburbi con assetti di cui sfugge il senso.

Bisognava fermarsi in tempo, invece di minimizzare chiamando in documenti ufficiali “insediamenti spontanei su aree con drenaggio gravoso” ignobili sparpagli di edificazioni   forse illegittime (visto che l’abusivismo edilizio in Sardegna è ai primi posti della classifica nazionale: inspiegabile in Europa e sfuggito alle agenzie di rating).

Potremmo cavarcela colpevolizzando, in generale, chi ci è cascato e si trova ad abitare sopra corsi d’acqua occultati da abili prestigiatori. Raggiri temerari e reiterati nonostante non ci manchino le leggi per impedirli. Ma le leggi, armature civili per proteggere i soggetti più deboli, sono spesso violate, anche per un patto tacito tra truffati e truffatori. Scellerato per le vittime, fruttuoso per chi sa come si porta impunemente a termine un disegno criminoso, tipo un frazionamento di aree presupposto di abusivismo, contando sugli occhi socchiusi di complici che dovrebbero stare all’erta prima che si arrivi a mettere il cartello vendesi su un lotto in una palude.

Chi compra terra inedificabile per farci su una casa, sa di rischiare: il prezzo è allettante e se la merce è scadente qualcuno alla fine provvederà – si spera. Ma siccome sono troppe le calamità, il soccorso potrebbe non arrivare mai, perché non c’è speranza di rimediare a condizioni di elevata compromissione del territorio. E il denaro pubblico –  necessario per aggiustare i guasti prodotti nell’interesse di qualche potente latifondista – non basta mai.

L’edilizia dissennata produce bruttezza e pericoli irrimediabili, e tanti infelici tra chi non potrà scapparsene da quegli agglomerati se non ha i mezzi. Così succede che la casa che dovrebbe dare sicurezza diventi una prigione causa di  angoscia  insanabile dopo avere  rallegrato qualche speculatore.

Di luoghi disgraziati e invivibili ne abbiamo in abbondanza in Sardegna. E quindi l’augurio è che negli anni prossimi il buon governo del territorio non sia un’eccezione per iniziativa di qualche bravo sindaco. Né demandato alla azione correttiva della magistratura.

Ma sia la regola della politica (oso: di sinistra) per impedire almeno le catastrofi che colpiscono i più poveri; nelle quali c’è chi perde la vita com’è successo pure questa volta a un innocente, una mamma – Tamara – con un’espressione dolcissima che da qualche giorno va e viene nei miei pensieri.

Nessuno può permettersi di attribuire responsabilità per facili deduzioni mentre sono in corso indagini della Procura per fare luce sul disastro nei pressi di Cagliari. Ma mentre aspettiamo possiamo dare un’occhiata su GoogleMap attorno a Capoterra e soprattutto andando verso il mare dove lo zoom fa sobbalzare. Basta per farsi un’idea di  come si può maltrattare un territorio un tempo bellissimo  e cosa viene a mancare. Nel volgere di qualche decennio si sommano la perdita dei caratteri naturali, l’azzeramento del valore del patrimonio immobiliare e il rischio per le persone (per la vita!), basta che piova in abbondanza.

via Sandro Roggio, Sardegna, terre e paesaggi devastati. Si può morire se piove forte. — Emergenza Cultura

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