Che la mafia non si identifichi più con l’immagine del padrino in gessato scuro e ghette lo sapevamo già da un po’ di tempo, ma che l’Europa sia arrivata addirittura a negare la diffusione internazionale di “Cosa nostra”, è una dichiarazione sconvolgente, come tante altre che il pm Nicola Gratteri, da trent’anni in prima linea nella lotta al crimine organizzato, ha fatto questa sera a “Otto e mezzo”. Con la semplicità e la naturalezza di chi le cose di mafia le conosce dal di dentro e ogni tanto si trova davanti ai riflettori, Gratteri ci svela che la minaccia più pericolosa per chi come lui dà la caccia alla ‘ndrangheta, viene dal cuore dell’Europa. È già, perché i signori del narcotraffico di stanza in America latina non vogliono più essere pagati a casa loro. Macché, vogliono allargarsi a casa nostra, comprandosi qualsiasi cosa sia in vendita. Se prendono un albergo di lusso in una qualche capitale europea, guai se qualcuno si azzarda a rubare una bicicletta da quelle parti. Della serie, non bisogna dare nell’occhio, ma mimetizzarsi, confondersi nel tessuto sociale dell’organismo ospitante. Niente di più facile. E più si sale di latitudine, dice Gratteri, più si incontrano Paesi che non conoscono cosa significhi il controllo del territorio. Insomma, se non ci sono auto incendiate e sparatorie in mezzo alla strada, allora vuol dire che va tutto bene e la mafia non esiste. Questo pensano, o pensano di farci credere, i governanti dei Paesi europei.

Quando sentiamo che un mafioso è stato arrestato in Germania o in Olanda, è sempre la Polizia italiana a farlo, a chiamare le polizie locali, a diffondere foto segnaletiche e a muoversi per la cattura. Ottenere collaborazione dai colleghi stranieri? Bisogna pregarli. Riuscire ad intercettare un telefono in Spagna? Si sudano le sette camicie. Far capire ai politici stranieri che la mafia ha diffuso i suoi tentacoli anche da loro? C’è da litigare. La reazione dell’Europa nei confronti delle mafie è l’encefalogramma piatto. E così via. Gratteri trema a sentir parlare di Procura europea, perché adottare i sistemi investigativi nordeuropei contro fenomeni come questi vuol dire mettere una pietra tombale sul qualsiasi forma di lotta efficace.

Da ultimo, il Procuratore di Catanzaro se l’è presa con la sentenza della Corte europea su Provenzano. Ancora una volta ha dovuto spiegare che chi non si è arreso allo Stato ma è rimasto nella morsa del 41-bis fino all’ultimo, è venerato come un dio e “comanda con gli occhi”. Tutto questo nell’attesa che un qualche Governo prenda seriamente in mano l’agenda della lotta alle mafie, senza dimenticare che tanti anni fa, sull’isola di Favignana, ad insegnare alla mafia come comunicare è stata proprio la politica.

via L’Europa? Cosa nostra è — Legge’n’Diario

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