Introduzione al libro dei racconti “DIALOGHI CON L’ANGELO” by Vito Coviello. Inseriamo il quinto racconto, seguiranno altre pubblicazioni.

Emozioni che riempiono l’animo di ognuno di noi, un valido aiuto alla conoscenza del proprio IO,  per la profondità, lo stile semplice ed efficace dei racconti si consiglia una buona lettura a tutti.

Tratto da:Onda Lucana

IL FALCO GRILLAIO

Ero poco più di un ragazzino, facevo le scuole elementari al Sacro Cuore e mi ero innamorato, era il primo amore. Ero innamorato della mia compagna di banco, Maria, una ragazzina con i capelli neri a caschetto, bella, brunetta, con gli occhi neri, seria e dolce. Non mi degnava di uno sguardo, e io non sapevo cosa fosse l’amore, ma ero innamorato. Mi piaceva molto, era tanto dolce, di quell’amore platonico che solo i bambini riescono a provare, o forse i poeti. Io abitavo a piazza San Giovanni, poco distante dalle scuole elementari, dal Sacro Cuore, dove frequentavo, come tutti i bambini, di una certa classe sociale. Questa Maria, però, non abitava da quelle parti, abitava molto molto molto più lontano. Io in genere giocavo a Piazza San Giovanni, quella piazzetta antistante la chiesa di San Giovanni, una chiesa molto antica, una chiesa risalente credo, ai monaci tibetani, infatti sulla sinistra della chiesa esisteva l‘ex convento, poi adibito a carceri mandamentali, ma questa è un’altra storia. In quel periodo, facevano i nidi i falchi grillai e molte volte dal nido, provando a volare, cadevano e restavano lì a terra. Noi nel nostro vialetto, la nostra lingua materana li chiamavamo gli Striscini, un po’ curioso, era un suono un po’ onomatopeico, dal verso stridulo che fanno i falchi grillai quando volavano in alto nel cielo. Io come tutti, gli altri bambini, prendevamo questi falchetti, li curavamo, gli davamo da mangiare della carne, grandi pezzetti e immaginavamo di essere dei cavalieri con il falcone da caccia, lo portavamo sulla mano, cercavamo di addomesticarlo, ma questa cosa era improbabile. Il falchetto stava lì fin quando imparava a volare, accettava il nostro cibo tranquillamente, perché doveva nutrirsi ed io giocavo con questo falchetto, facevo il cavaliere antico agli altri bimbi. Un pomeriggio vedo arrivare.

Maria, era venuta a trovarmi, era una bella distanza da casa mia a casa sua. Ed io con il falchetto, bello, da cavaliere antico, la saluto:” Maria che sei venuta a fare qui?” e Maria: “Sono venuta a trovarti”, che gioia immensa, era venuta a trovarmi, il mio amore di bambina, era venuta a trovarmi. Ad un certo punto mi rubarono il falchetto, io irato, armato di una forza che non avrei mai supposto, gli corsi addosso ma inciampai, caddi, lo afferrai per le gambe, lui poteva avere un quindici, sedici anni ed io ne avevo solo sette, cadde a faccia in giù, si fece male. Mi restituì il falchetto, la bimba mi guardò e mi disse:” Non ti credevo così violento”, e se ne andò. È così che finì il mio amore. È una storia che mi ha insegnato tante cose, sin da bambino. Bisogna essere sempre se stessi, mai cercare di essere altri. Non era un cavaliere antico, non avevo un falcone da caccia, avevo soltanto un animaletto che curavo, non potendolo restituire al nido, lo curavo io, non avrei dovuto reagire in quella maniera, perché quella ragazzina era venuta a trovarmi per la mia timidezza, non per il mio coraggio.

Tratto da: Onda Lucana® by Vito Coviello

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