Si dice che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere la sua esistenza, compiere quel piccolo e necessario atto d’umiltà che ci permette di non chiuderci a riccio ad ogni accusa ma di accettare che qualcosa, anche se vogliamo fingere che non sia così, proprio non vada.

L’avvento dell’oclocrazia

Fu Erodoto per primo a descrivere le tre forme ottime di governo identificandole nella monarchia (governo di uno), nell’aristocrazia (governo dei migliori) e democrazia (governo del popolo), allo stesso tempo per ognuna di queste segnalò l’esistenza di una forma degenerata, rispettivamente: tirannide, oligarchia e oclocrazia.

Ma cos’è esattamente l’oclocrazia, la forma degenerata di democrazia? Per l’esattezza, oclocrazia significa il governo della massa, indica quindi quel momento in cui il governo di un popolo è trascinato dalla volatilità dei sentimenti della folla, spesso una folla manipolata e trascinata da uno o da pochissimi uomini che ne tirano i fili al fine di seguire i propri personali interessi.

Questo è il grande rischio e problema della democrazia, il momento in cui il dibattito viene meno, il momento in cui tutto diventa una discussione da curva da stadio fatta per partito preso, il momento in cui i partiti stessi iniziano a fare i propri interessi e non quelli dello stato, demagocizzando le masse ed aumentando la polarizzazione dell’opinione, quello è il momento in cui la democrazia stessa, sistema che ha garantito la pace per decenni, collassa.

Il sistema partitico

La nostra democrazia potrebbe essere definita in un certo senso “partitica” in quanto ad essere eletti dal popolo sono dei gruppi di persone che, almeno in teoria, dovrebbe essere ideologicamente coerente e identificativo e rappresentativo di una porzione di popolo. Il punto è… i partiti hanno davvero interesse a fare il bene delle stato? Provate a seguirmi.

Cos’è il bene dello stato innanzitutto? Già questa è una domanda bella difficile dato che in essa si scontrano una moltitudine di fattori. La ricchezza totale ad esempio è uno, ma anche come la ricchezza è distribuita lo è, la credibilità internazionale è un altro fattore, così come l’avere e lo stipulare solidi accordi che assicurino la pace, il fatto che i cittadini siano felici, il fatto che le future generazioni abbiano delle possibilità, il fatto che l’ambiente sia salubre e così via.

Il punto è che, concettualmente, il sistema partitico si dovrebbe basare su di un meccanismo di controllo del popolo sui partiti al governo. Se, ad esempio, il partito Pinco sale al potere e nel suo mandato fa un sacco di casini, si suppone che il popolo lo debba destituire per sostituirlo con un partito più valido e capace.

Il problema, spesso questo non succede e sapete qual’è il motivo, che se il partito Pinco fa un sacco di casini, ma allo stesso tempo da una mancetta al popolo (ne parlavo anche in questo articolo), il popolo di quei casini, non se ne accorge proprio.

Esempio: Abbiamo detto che fra i fattori che concorrono al “bene dello stato”, vi è il concetto che le future generazioni debbano avere delle possibilità e che, quindi, non debbano essere indebitate dalle vecchie. Eppure in quasi tutto il mondo occidentale e in Italia in particolare questo non succede, la generazione dei più giovani si è trovata a crescere in un mondo dove non c’è lavoro, dove guadagnerà mediamente meno dei propri genitori. Questo avviene perché le persone non votano seguendo il raziocinio, ma votano bensì di pancia, votano la persona che gli offre più cose subito, nell’immediato e il partito ha quindi interesse a solleticare questo negli elettori.

Immaginiamo un partito che arriva e prometta tagli alle tasse, prometta più pensioni, prometta addirittura un reddito di cittadinanza ai non abbienti (sì lo so che è difficile da immaginare, ma provateci), dove pensate che andranno a gravare queste riforme? Sul debito pubblico. E chi dovrà ripagarlo? Le future generazioni, future generazioni che, però, non votano, e che quindi i partiti non hanno interesse a tutelare.

Lo stato non ha soldi

Il punto è che, credo, le persone non hanno il concetto che qualunque cosa gli venga data dallo stato, verrà tolta a qualcun altro. Vi faccio un esempio: in Italia è molto dibattuta la questione della tampon tax, ovvero che gli assorbenti siano ivati al 22 per cento, percentuale che alcuni partiti vorrebbero (e io sarei anche favorevole, in fondo di fatto sono beni necessari) portarli al cinque per cento come i beni di prima necessità. Il punto è che questi partiti fanno campagna dicendo: “diminuiremo le tasse degli assorbenti!” e non “aumenteremo le tasse da qualche altra parte per coprire i soldi che non prenderemo più diminuendo quelle degli assorbenti” (non suonerebbe bene come slogan eh?), eppure se mai passerà questa legge sarà questo che accadrà, quei soldi, qualcuno li dovrà pagare e non ci sarà quindi davvero una detassazione, ma solo uno spostamento di tasse da una parte all’altra.

Di nuovo, il momento in cui la sopravvivenza di un partito diventa indipendente da quanto bene lavori ma legata solo a quanto è bravo a “vendersi” a livello mediatico, è il momento in cui la politica diventa solo un grosso stadio e che il dibattito un insieme di cori e di prese di posizioni ideologiche che nascondono solo la lotta fra i partiti e interna ai partiti per la supremazia.

Il meglio per il cittadino, non è necessariamente il meglio per lo stato

Nel 1973 il governo Rumor (Democrazia Cristiana) propose in campagna elettorale le baby pensioni, pensioni date a lavoratori pubblici di alcune categorie addirittura nei loro trenta o quarant’anni. Vinse così le elezioni prendendosi i voti di queste categorie pubbliche ma, quei soldi, sarebbero andati a gravare nelle tasse delle generazioni successive e nell’aumento continuo dell’età pensionabile di questi.

Questo della compravendita di voti è una cosa molto tipica dell’Italia (ottanta euro di Renzi, reddito di cittadinanza, bonus cultura, flat tax…) il punto è che di nuovo, mentre le categorie interessate in positivo, in genere una minoranza (come nel caso Rumor i dipendenti pubblici) votano in massa chi gli offre soldi, gli altri, quelli da cui i soldi verrano presi, neanche se ne accorgono spesso e quindi magari non votano quel partito o magari sì, ma in genere questo non sarà tanto determinante per la scelta del loro voto quanto per quello di chi invece ha da guadagnarci una pensione a trent’anni.

Ciò avviene per una caratteristica insita nel sistema della tassazione e della percezione della stessa. Diciamo ad esempio che io voglia comprarmi i voti di duecentomila persone dandogli ottanta euro a testa (sì lo so, è difficile immaginare che nella realtà qualcuno cada in un tranello tanto ovvio, ma fate uno sforzo d’immaginazione), per coprire questo costo ho bisogno di sedici milioni di euro. Ora, diciamo che in Italia i contribuenti siano venti milioni, ciò implica che a me basterà alzare le tasse di ottanta centesimi a testa per coprire quei costi e comprare così i voti… e chi si accorgerà di un aumento di venti centesimi all’anno? Nessuno mai e così il partito si compra l’elezione a spese dello stato; una minoranza di cittadini ottiene una mancetta elettorale e vota in massa il mio partito e gli altri nemmeno si accorgono che quella mancetta è stata pagata con le loro tasse e quindi magari mi votano pure loro.

Immaginiamoci se no, che in un certo paese ci sia un forte movimento ideologico in ascesa tipo i no-vax. La caratteristica tipica dei movimenti ideologici è che sono monotematici, vedono solo una cosa e la seguono a testa bassa e voteranno in massa chi gli propone quella cosa. Così se un partito propone di levare l’obbligo vaccinale (sì, di nuovo, molto difficile da immaginare) quelle persone lo voteranno in massa e se quel partito arriverà al potere, o verrà meno alle promesse fatte, o farà un danno enorme allo stato. Allo stesso tempo però un pro-vax, una persona favorevole ai vaccini, difficilmente toglierà il voto a quel partito solo per questa posizione, per lo più perché, probabilmente, la questione non gli interessa più di tanto.

La democrazia è più fragile di quanto pensiate

Questo è un altra cosa importante e di cui ho già parlato qui ma sui cui spendo due parole.

Ci siamo nati, ci siamo cresciuti, sembra impossibile che un sistema del genere collassi vero? Sbagliato. Tutti i sistemi finiscono prima o poi, spesso in modo rapido, con uno strappo e proprio in questo anni sta accadendo attorno a noi in giro per il mondo. Turchia? Erdogan ha fondamentalmente creato il suo principato. Brasile? Bolsonaro, pur essendosi insediato da poco ha avuto apprezzamenti per il regime militare che ha dominato il suo paese fino agli anni 80. Cina? Il capo del partito comunista ha accentrato su di sé negli ultimi anni una quantità enorme di potere. (E in caso consideriate ancora questi stati come terzo mondo ricordate che il primo è praticamente da anni con un piede dentro l’Europa,  uno è la prima economia del sud-America e uno la seconda economia del pianeta.)

Cosa fare?

Tendenzialmente finisco così i miei articoli d’opinionismo, con qualche considerazione che mi dia l’illusione di essere l’intellettuale che non sono ma a questo giro ammetto davvero di non saperlo.

Io vedo ogni giorno, sui social, sulla televisione e sui media, un dibattito sempre più polarizzato, sempre più lontano dalla quella che dovrebbe essere il cuore del democrazia, ovvero la comprensione reciproca, e sempre più volto alla demonizzazione dell’altro in un tentativo di aizzare le folle contro il nemico ed è una cosa che vedo in tutti i partiti, tutti quanti nessuno escluso: nella destra, nel centro e anche nella sinistra che mi dicono dalla regia esistere ancora.

Quindi… non lo so cosa fare, sono sincero. Voi avete idee?

via Qual’è il grosso problema della democrazia — Il Velo

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