Chi era Orazio Gavioli, il botanico ricordato ieri alla Busciolano

Tratto da:Onda Lucana® by Marco Di Geronimo

Ieri si è tenuta la Festa dell’Albero, organizzata dalla scuola Busciolano. Nella villa di Santa Maria di Potenza è stato piantato un albero in onore di Orazio Gavioli (1871-1944), chirurgo e botanico della città di Potenza. Vale la pena scorrere la biografia del dottor Gavioli, al quale la Città di Potenza ha intitolato una strada nei decenni passati e che rappresenta uno dei più importanti botanici della storia della Regione.

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Orazio Gavioli

Orazio Gavioli nacque a Potenza il 21 marzo 1871, dal capitano Federico Gavioli (1832-1896) e da Filomena Addone (1840-1923). Il padre era emiliano, nato a Novi di Modena, e sceso in Basilicata in occasione della repressione del brigantaggio. Aveva trovato moglie dopo essersi impiantato a Potenza, imparentandosi con gli Addone, una delle famiglie più importanti della città. Grazie al sostegno del suocero, l’Angelo Maria protagonista del Risorgimento potentino, Federico Gavioli riuscì a intercettare cospicue finanze e a costruire villa Gavioli (foto), un palazzo gentilizio che sorgeva in prossimità dell’attuale ponte di Montereale.

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villa Gavioli

Orazio (il cui nome completo era Aurelio Orazio Plinio… anche se «Plinio» ricorre solo nell’aneddotica familiare) frequentò il Liceo classico di Potenza, all’epoca «Convitto Salvator Rosa». Già in quegli anni sviluppò un precocissimo interesse per le Scienze naturali: a casa Gavioli si conserva ancora un Diploma di Menzione Onorevole dell’a.s. 1882/83 per aver approfondito gli studi di Storia naturale. E nel periodo liceale allacciò rapporti di amicizia e collaborazione con gli studiosi che erborizzavano la Regione: Giuseppe Camillo Giordano, e Nicola e Achille Terracciano. Addirittura quest’ultimo, nel suo Prodromo della Flora Lucana, ringraziò il giovanissimo Orazio per avergli messo a disposizione una serie di campioni botanici da lui stesso raccolti.

Finite le scuole, Orazio avrebbe voluto intraprendere gli studi naturalistici. Ma il padre non dovette essere della stessa idea: riporta il suo (unico) biografo, il professor Giovanni Negri di Firenze, che si iscrisse a Medicina e Chirurgia a Napoli con la promessa di poter conseguire una seconda laurea in Scienze naturali. All’epoca Federico Gavioli lavorava all’Ospedale San Carlo (era stato anche direttore di una rivista medico-scientifica, La Lucania Medica) e chiedeva che il figlio proseguisse la carriera. O perlomeno, si assicurasse un futuro, prima di dedicarsi alla scienza naturale.

Si laureò il 14 luglio 1894, e a settembre di quell’anno si iscrisse alla facoltà di Scienze naturali. Ma le sue ambizioni si fermarono bruscamente. Aveva seguito il corso di botanica del professor Fortunato Pasquale mentre studiava Medicina (all’epoca era esame fondamentale). E dal 1894 aveva seguito un corso tenuto da Francesco Delpino, che dal 1901 avrebbe diretto l’Istituto Botanico di Napoli. Però il 18 maggio 1896 venne a mancare il padre. E Orazio dovette farsi carico della famiglia: la madre, due zie che vivevano in casa loro, la sorella…

Iniziò la carriera medica agli Ospedali Riuniti di Napoli, e poi venne a lavorare a Potenza, al San Carlo, dal 1901 (se prendiamo per buona la data che riporta Marsico). Ci lavorerà a lungo. Ne sarà anche Direttore sanitario, carica che abbandonerà nel 1920, alla vigilia del ritorno a Potenza del figlio Federico (che si stava specializzando in Germania presso la Clinica di Ernst Ferdinand Sauberbruch, il più famoso chirurgo d’Europa).

Ma Gavioli non abbandonò mai la passione per la botanica. Anche da medico chirurgo, continuò sporadiche visite in giro per la Basilicata, a bordo di treni, cavalli o ciucciarelli, su per i monti e le colline della nostra Regione. La Biblioteca nazionale di Potenza custodisce campioni databili tra il 1905 e il 1910. Ma dopo aver dato le dimissioni da Direttore sanitario, l’attività di Gavioli in ospedale finalmente poté ridursi. E aumentò (e di molto) il suo attivismo botanico. Al punto che i suoi campioni hanno cominciato a girare in tutta Italia: l’Erbario Centrale Italiano custodisce reperti del 1922-1925 (tra cui uno raccolto a Pignola), mentre a Brescia si sono di recente scovati campioni risalenti al periodo 1923-1926.

La diffusione dei campioni firmati Gavioli è dovuta alla fitta corrispondenza che da un momento all’altro Orazio iniziò a intraprendere con tutta Italia. L’11 marzo 1922 infatti si tenne un’adunanza della Società Botanica Italiana a Firenze: in quell’occasione venne accolto come membro. E da lì la comunità scientifica nazionale cominciò a conoscere questo botanico, che irrorava il dibattito con tutti i suoi campioni e i suoi scritti (Gavioli pubblicò diversi articoli sulla flora lucana). Negri rievoca una certa sorpresa dell’ambiente accademico, che scopriva questo signore quasi dal nulla, comparso all’improvviso dopo anni di studio silenzioso.

E oltre alle numerose lettere inviate in Italia, se ne aggiungevano altre. Destinazione estero: indirizzate a studiosi francesi e spagnoli. E scritte in latino (all’epoca lingua ufficiale della comunità scientifica internazionale, al posto dell’inglese). Ma non solo. Ebbe scambi (probabilmente in via indiretta mediante il diplomatico inglese Carlo Lacaita, botanico anch’egli per passione e suo amico) con il boemo Franz Petrak. Che volle rinominare «menta Gavioli» l’ibrido Mentha x dumetorum rinvenuto da Gavioli sul Monte Arioso (all’epoca non si credeva crescesse anche in Lucania). Ebbe anche a scrivere, Gavioli, per la rivista Cavanillesia su richiesta del professor Font Quer di Barcellona. Partecipò a una serie di studi altimetrici e a ricerche sulle forme di exsiccata, in coordinamento con la Società Botanica Italiana e col professor Negri.

La vita di don Orazio proseguiva piena di spunti, come fu anche quella del padre e quella del figlio Federico. Fu apicoltore: gestiva un apiario chiamato «il maggiore della regione». Lacaita ebbe a congratularsi con lui per il miele che produceva: «squisito, molto diverso da quello di Taranto e della Grecia». Era anche cacciatore (benché preso in giro dai compagni, perché spesso si distraeva a guardare le pianticelle…). E quando usciva per le sue gite erboristiche, e qualcuno lo cercava in casa, le cameriere rispondevano: «Don Orazio non c’è, è andato a cicorie»… Al ritorno, le catalogava con una precisione accademica. La dottoressa Chiara Nepi, che dirige l’Erbario Centrale Italiano, ha potuto dirmi che si sono rinvenuti davvero pochissimi errori nell’identificazione dei campioni, e in larga parte attribuibili alle conoscenze dell’epoca.

Il lavoro di erborizzazione di Orazio Gavioli ha aperto la strada a tutti i futuri botanici lucani. Ed è stato trasfuso in due importantissime eredità scientifiche che il Gavioli ha lasciato agli studiosi italiani. Uno è il suo erbario personale, che era stato dotato perfino di una serra (nella quale accoglieva anche campioni esotici inviati dai suoi corrispondenti). Si trattava di una collezione di 26.985 esemplari, che alla morte di Gavioli vennero donati all’Università di Firenze nel 1945. Ci vollero sette anni per catalogarli tutti e poterli includere nell’Erbario Centrale: l’accessione è infatti registrata solo il 18 febbraio 1952!

In cambio del dono, l’Università di Firenze collaborò col figlio, il professor Federico Gavioli, alla pubblicazione dell’opera maestra di Orazio. Cioè la Synopsis Florae Lucanae: un trattato di botanica sulla flora regionale, che era stato ultimato alla vigilia della Seconda guerra mondiale dopo oltre vent’anni di gestazione. Ma che venne pubblicato soltanto nel 1947. Cioè tre anni dopo la morte di Gavioli. Come molti autori, non poté mai girarsi tra le mani la sua opera in volume. La seconda eredità scientifica che Orazio Gavioli ha consegnato ai botanici.

Se del botanico abbiamo ampia traccia dei suoi scritti e della sua statura accademica, di Orazio Gavioli rimangono ormai pochi ricordi lontani. Per esempio, le interrogazioni con cui si divertiva a punzecchiare i nipotini in visita (che poi gli chiedevano di farsi interrogare in botanica, per sentirsi rispondere: «Mo non voglio sapere più niente!»). Oppure i silenziosi siparietti con cui adornava la vita familiare: la lenta fuga dal salotto, ogni volta che la nuora cominciava a suonare il piano, o la lettura in giardino a fianco della moglie, che sosteneva di «far compagnia a nonno» senza che si rivolgessero la parola per ore (…a volte basta stare vicini). E i pomeriggi passati col nipotino omonimo, che anni dopo avrebbe diretto le pagine Spettacoli su Repubblica, a catalogare piante e pianticelle. Ma forse si possono usare le parole che Luigi Luccioni gli ha riservato, nella prefazione alla riedizione dei suoi Scritti botanici: «Quanti, purtroppo molto pochi, oggi ancora lo ricordano riferiscono che l’estrema compostezza del suo dire era resa più espressiva da un particolare suo gesticolare delle mani che rivelava le sue emozioni e costituiva per lui un modo per comunicare e per trasferire all’ascoltatore le sue vive sensazioni. Estremamente ospitale accoglieva nella sua casa ed alla sua mensa quanti tra i giovani amici del figlio Federico vi si trovavano a frequentarla per qualsiasi occasione di studio, di divertimento o di semplice incontro occasionale e nel congedarli accompagnava sempre ad una stretta di mano una patriarcale carezza sul capo».

Morì il 22 dicembre 1944.

Bibliografia. S. Armiraglio, E. Bona, L. Bortolotti, M. Ferrari e L. Rosati, Un’inedita raccolta di Orazio Gavioli ritrovata nel fondo “Valerio Giacomini” al Museo Civico di Scienze Naturali di Brescia, in «Natura Bresciana», nº 41, Brescia, Museo Civico di Scienze Naturali, 2017, pp. 67-77. V. Marsico, Medici Lucani. Saggio bio-bibliografico, Matera, F.lli Montemurro Editori, 1962, pp. 92-95. G. Negri, Orazio Gavioli (1871-1944), in O. Gavioli, Scritti Botanici, Lavello, 1995. L. Luccioni, Nota introduttiva, in O. Gavioli, Scritti Botanici, Lavello, 1995. Si ringrazia anche Angela Gavioli, nipote diretta di «don Orazio», per le numerose interviste.

Tratto da:Onda Lucana® by Marco Di Geronimo

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