Introduzione al libro dei racconti “DIALOGHI CON L’ANGELO” by Vito Coviello. Inseriamo il decimo racconto.

Emozioni che riempiono l’animo di ognuno di noi, un valido aiuto alla conoscenza del proprio IO,  per la profondità, lo stile semplice ed efficace dei racconti si consiglia una buona lettura a tutti.

Tratto da:Onda Lucana

LO SQUALETTO

Ciao Angela, è arrivato l’autunno, ormai il sole è passato e c’è il rimpianto del mare, del sole, della sabbia, i cicli della natura. Passerà l’autunno, passerà l’inverno, passerà la primavera e poi tornerà nuovamente l’estate, ma ricordo l’estate di tanti tanti anni fa. Ero un ragazzo, poco più che un ragazzo, ed ero andato al mare in autostop, come si usava allora, o forse si usa anche oggi, ma allora era più tranquillo a parer mio. Sulla spiaggia, per non annoiarmi, avevo deciso di farmi una passeggiata, ero andato delle spiagge di Metaponto marina frequentate, dove ci sono tutti i bagnanti, verso il Bradano. C’era parecchia strada da fare però mi piaceva camminare lungo il bagnasciuga.

Ad un certo punto c’era una barca in acqua, che faceva dei giri lenti intorno a qualcosa, ero uno di quei pedalò arancioni sotto, beige sopra con due persone sopra che parlottavano. Stavano seguendo un pesce, si intravedeva, probabilmente il pesce era stonato dal calore dell’acqua. Era talmente calda la giornata in quell’acqua non dico che ci si poteva fare un uovo alla coque ma quasi volendo, molto volendo. Allora entro in acqua vicino vicino alla riva, lo spingo con i piedi e lo tiro fuori era uno squaletto lungo quasi un metro, aveva una curiosa e bellissima livrea, quasi color carta da zucchero, sotto era completamente bianca e boccheggiava, uno squaletto in miniatura, ma era un cucciolo di squalo, faceva tenerezza.

Quando stava li a boccheggiare mi chiedeva quasi pietà, allora prendo il pesce con tutte e due le mani, rientro in acqua e arrivo fin dove arrivava quasi alla gola. Lascio il pesce lontano, il più lontano possibile verso il mare alto, il pesce ricade, rimane un po’ lì e poi ha un guizzo, libero va via verso il mare alto, libero e salvo dalle probabili intenzioni di quei due pescatori. Io ritorno a riva, quei due signori stavano là con l’aria di un l’aria un po’ cosi, tra l’arrabbiato e il minaccioso. Allora io prevengo e dico:<< Vi ho fatto perdere il pranzo, ve lo volevate mangiare?>>, ma quei due non sapevano che dire e dissero:<<No, eravamo solo incuriositi, pensavamo fosse un merluzzo>>. Non aggiungo nient’altro. Nella mia testa provai ad immaginare il merluzzo aveva una forma completamente diversa, ma la do per buona, li saluto e vado via. Anche perché, potevano ripensarci e aver avuto qualche discussione per poi in mia tranquillità vado via verso il Bradano.

Il fiume era pieno, non potendo andar via decido di tornare indietro, sempre tranquillamente, sotto il sole, sotto un bellissimo sole, un mare stupendo, il mare Metaponto. Quella spiaggia di tanti chilometri, mi dicono che non esiste più come una volta, come me la ricordo io, ad un certo punto quasi all’altezza delle tavole palatine due figure di un uomo e una donna, alti, vicino al bagnasciuga, quasi con i piedi nell’acqua, completamente nudi. Lui, uguale a uno delle statue di bronzo di Riace, incredibilmente simile la barba, i capelli ricci, muscoloso. Lei è una donna bellissima e giunonica con una strana acconciatura nei capelli. I capelli legati a crocchi, in una maniera se non altro inusuale, antica che ricordo di aver visto solo in qualche figura di statua greca con dei profondi occhi azzurri. Guardavano verso il mare. Guardavano in direzione della Grecia. Lo sguardo perso nella lontananza, cercavano di intravedere quello che io non riuscivo a vedere o forse loro lo vedevano.

Guardavano verso la Grecia indifferenti a me, per loro ero quasi invisibile, mi erano sembrate quasi delle divinità marine degli Dei. Ai loro piedi, nell’acqua il cucciolotto di squalo che giocava, giocherellava, meraviglie delle meraviglie, sembrava essere loro amico, loro figlio, io in quel momento ho pensato:” e se queste fossero divinità della natura?” e il pesce, figlio stesso della natura e della creazione e come eroe anche noi siamo figli delle divinità e del creatore e in questo dovremmo essere fratelli. Dovremmo essere tutti fratelli, siamo fratelli, con forme diverse, un cielo, una farfalla, un fiore e perché non dovremmo portare rispetto per i nostri fratelli e amore per nostri fratelli con cui condividiamo questo pianeta. Ho continuato a camminare con quei pensieri non so che cosa ho incontrato quel giorno, forse il creatore, mi piace pensare, ma lascio i miei pensieri persi nel tempo.

Ciao Angela ci vediamo

Tratto da: Onda Lucana® by Vito Coviello

 

 

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