Er debbito

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

Nel 1734, profittando dell’ennesimo conflitto dinastico in Europa, questa volta si trattava della guerra di successione polacca, Carlo III di Borbone già duca di Parma e Piacenza, (nonché principe ereditario del granducato di Toscana) al comando degli eserciti spagnoli conquistò i regni di Napoli e Sicilia. Dopo questa vittoria il duca parmense, figlio della potentissima Elisabetta Farnese e di Filippo di Spagna, nipote del re sole, potè fregiarsi del titolo di re del Regno delle due Sicilie. Era il 1738 quando questa incoronazione venne riconosciuta dall’intera Europa, previo abbandono dei troni tosco-emiliani. Carlo, che portava l’altisonante nome imperiale degli Asburgo, nonostante fosse il primo dei Borboni a regnare nel meridione d’Italia, mise in atto una serie di provvedimenti che tranciarono di netto i ponti col passato, ossia con l’unica disposizione eseguita per ben 200 anni dai viceré napoletani, consistente nel depredare tutto quel che c’era per trasferirlo a Madrid!

Con Carlo III il Regno delle due Sicilie tornò ad essere indipendente, e indipendenza vuol dire innanzitutto poter trattenere nel proprio territorio i proventi da tasse e gabelle varie, che invece di essere spedite all’estero, ad una potenza dominante, (quale oggi l’UE franco-tedesca, odierne azioni egemoni come la Spagna di mezzo millennio fa), possono venir sfruttate per migliorare le condizioni sociali del popolo su cui si governa, sembrerà strano, persino dei più umili regnucoli. Il XVIII secolo è l’età della resurrezione delle Nazioni, e questa meridionale era a tutti gli effetti una comunità nazionale. Ma cosa aveva fatto in concreto Carlo III di utile al popolo meridionale? Innanzitutto bisogna tenere presente che gli Stati di un tempo, quando erano ancora liberi dalle trame degli economisti post crisi del ’29, semplicemente, se ne infischiavano del debito pubblico, anzi esso non esisteva nemmeno nel più lontano dei loro orizzonti.

maxresdefault.jpg.e29a6dc28f8f31f92dd19e89dc3dcf7a.jpgNessuno calcolava se la spesa dell’erario o del fisco superava o meno le entrate, perché queste ultime sono sempre state, fin dall’alba dei consorzi umani, nettamente inferiori a ciò che si entrava. Anzi, spendere, e non solo l’oro dei vinti in guerra, era segno di una fervida attività economica; ancora oggi, infatti, le economie degli stati più poveri hanno un modesto debito pubblico ma nonostante ciò faticano a costruire infrastrutture, ad esempio. L’ operato di Carlo III consistette in questo, spesa pubblica, (dettato da trasmettere anche ai suoi successori) sviluppatasi nell’arco di tutti 127 anni di corona borbonica a Napoli. Tralasciando i record, spesso citati, colpisce più di tutti il dato sulla popolazione meridionale, passato dai tre milioni, al tempo del vicereame, torchiante, spagnolo, ai 9 milioni nel 1856 e questo, ripeto, in soli 127 anni! Ecco cosa si intende trattenere le risorse sul territorio, al di là dei “giocattoli” come il treno Napoli-Portici, la Reggia di Caserta ecc. i borboni misero le baronie locali in condizione di essere meno esose nei confronti della popolazione, nonostante il persistere della triplice effe, Festa, Farina e Forca: una triplice governativa d’altronde presente in tutto il mondo, non certo esclusiva del regime borbonico.

La nuova casata insediatasi a Napoli permise l’estensione delle coltivazioni, esercitando pressioni sui feudatari detentori di latifondi, i quali spesso restavano a maggese per una gran parte, dato che non si aveva domanda in eccesso e l’unica esportazione era rappresentata dai tributi all’impero asburgico. Nel meridione borbonico nacque la prima industria alimentata dalle macchine a vapore, ed era molto più sviluppata del resto d’Italia dato che contava 1.600.000 addetti nel settore tessile e metalmeccanico a fronte di poco più di un milione di operai del resto dell’allora belpaese. Eppure si ricade sempre nello stesso errore, l’identico dramma. Su Napoli calarono nuovi saccheggiatori, e questa volta della medesima stirpe: a fondare le casse dell’Italia unita contribuirono i meridionali con ben 443 milioni di lire oro ai quali si aggiunsero solo 223 milioni del resto della Nazione per giungere al totale di 668 milioni.

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E ora, dopo 150 di riunificazione ancora una volta giungono stranieri a saccheggiare, ricattando con la scusa del debito pubblico alto. Criminali! Se tutte le civiltà della Terra, in tutte le epoche, avessero dato retta ad economisti “liberal” staremmo ancora nelle caverne. Pretendere da una consorteria umana di intascare più di quanto si spende equivale a non far praticamente niente. Esempio: Si chiedeva mai un Faraone, nel momento in cui decideva di far innalzare una piramide, se le uscite superavano le entrate? Ovviamente no eppure, in media, gli antichi egizi impiegavano 20 anni per costruirne una, con l’impiego di 20.000 operai salariati, (intendiamoci, non c’erano schiavi!) E tutto questo per la trascendenza, senza nessuna praticità nell’immanenza, come diremmo oggi. Ovviamente i costi erano elevatissimi, alcuni economisti hanno effettuato dei calcoli, reperibili sulla rete, che ammontano a circa 5 miliardi di dollari per quanto riguarda la sola piramide di Cheope. Al giorno d’oggi una spesa simile avrebbe portato al default una Nazione. E invece la costruzione delle piramidi rappresentò un mirabile “lavoro di cittadinanza” perché il faraone, oltre a costruirsi la sua immensa macchina di resurrezione, (e ricordiamo che comunque se risorgeva il faraone risorgevano tutti i suoi sudditi, queste erano le credenze del tempo), garantiva un paio di decenni di lavori pubblici ben pagati con abbondanti derrate alimentari, come hanno dimostrato gli scavi archeologici nei siti degli antichi cantieri.

massoni-675.jpgOvviamente lo stesso criterio fu adoperato in seguito, per ciò che concerne tutte le opere che noi, ordoliberisti, consideriamo superflue, e mi riferisco alle costruzioni religiose, o comunque per l’elevazione dello spirito, una delle quali ad esempio è il Colosseo. Nient’altro che un gigantesco stadio per il cruento rito apotropaico dei ludi gladiatori, questo perché era il nemico esterno ad esservi massacrato, e per l’appunto in quel rito esorcistico, uccidendo il barbaro, si allontanava il male dall’Impero. In conclusione, per quanto il breve spazio consenta, credo sia fondamentale all’uomo sostenere la rinascita degli Stati Nazionali: che ognuno trattenga a sé le proprie ricchezze, che venga la fine dell’idiozia di chiedere denaro in prestito ai privati i quali poi costringono il pubblico a restituirne sempre di più, in una catena di sant’Antonio dove l’ultimo anello della catena, il popolo, è sacrificato per i vincoli di bilancio, e per questo si estingue, non fa più figli, non costruisce nulla e consuma tutto se stesso, il suo lavoro e i suoi risparmi per pochi criminali che con l’oro hanno conquistato il mondo.

Tratto da:Onda Lucana® by Ivan Larotonda

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