Lombroso per il Simplicissimus

A volte mi consolo pensando che il mondo intorno non è solo Facebook. Non ho certamente concordato con Eco nel definire la rete un territorio popolato da imbecilli. Ma mi sono via via convinta che sia qualcos’altro di non meno pericoloso.

È stato Lukacs nella sua “Ontologia dell’essere sociale”, a chiamare “onnipotenza astratta e concreta impotenza” la condizione dell’uomo contemporaneo. Voleva intendere che la libertà di dire quello che si vuole in un contesto cosiddetto democratico, è l’unica concessione rimasta a fronte della impossibilità di intervenire concretamente e di trasformare la realtà. E certamente quella libertà oggi è esaltata dalla opportunità di far circolare pensieri e opinioni, di pronunciarsi e schierarsi senza grandi rischi e fatiche, seduti su un sofà di divani e divani realizzato dagli artigiani della qualità, rimasti gli ultimi testimonial dell’Emilia rossa.

Purtroppo si tratta di una libertà condizionata.  Non solo perché la critica, l’opposizione, la ribellione si riducono a chiacchiera innocua, a teatrino proprio come nei talkshow che hanno sostituito le palestre di pensiero, le assemblee e pure i luoghi della comunicazione istituzionale. Ma soprattutto perché così contribuiamo, con l’autocensura oltre che con i limiti e con le regole scritte e non scritte imposte dal bon ton politicante e dalla netiquette, a convalidare l’impossibilità di agire, a consolidare la frustrazione che ha devitalizzato la collera, giustificando quel nostro guardare e contestare affacciati al davanzale della finestra, rafforzando una concezione del presente come duraturo, e di un futuro incontrastabile, dove il sistema che ci comanda da condizione e forma storica  forgiata dagli uomini diventa dimensione ontologica, superiore  ed eterna, dunque, ineluttabile e fatale.

Basta vedere  quale considerazione, positiva e negativa, si sia riservata ai gilet gialli, guardati con apprensione o stima, con ammirazione o  ripulsa, comunque collocati su un piano certamente più elevano di quello sul quale si erano installati i nostri forconi.

Vuoi perché si tratta di un tentativo quasi riuscito di regicidio coerente con tradizione d’oltralpe, sia pure di un re travicello che deve addirittura raffazzonare in tutta fretta la grande intimidazione suscettibile di riaggregare consenso difensivo e  amor patrio.

Vuoi perché nel bene e nel male quelle sfumature di poujadismo appagano il malumore  antieuropeo e rappresentano il malessere da dispensa vuota perfino in prossimità del Natale. Vuoi perché a guardare chi ci mette in guardia dall’imitarli, Europa, Pd, Madame Le Pen, si è portati a sospettare che se rappresentano un pericolo per l’establishment, potrebbero essere un caso di scuola per il processo di  “redenzione” di un ceto medio che si è visto impoverire di beni e garanzie, scivolare sempre più giù nella scala sociale, minacciato da chi sta sopra, da chi sta a fianco e perfino da chi sta più sotto e non ha nulla da perdere, condizione invidiabile per quelli che sentono l’ultimo bene rimasto, la casa, il posto, come un’arma di ricatto nelle mani del sistema.

Vuoi perché la sommossa francese e non solo parigina, fa comodo a chi la bolla di “plebeismo”, criminalizzandola come miserabile degenerazione del già deplorevole populismo. Ma anche a chi si compiace che in Italia non si replichi a soggetto, come manifestazione di maturità, di sussistenza della democrazia sia pure contrastata dalla presenza dell’infamone al governo, o, peggio, come segno evidente che non stiamo ancora così “peggio” da motivare guerre del pane e “boiachimolla”.

Ora non voglio dire che è colpa della rete, della quale faccio largo uso, se siamo tutti posseduti da quello che viene chiamato il  “paradosso della debolezza” , quello che ci fa accettare regole e azioni inique, cui – e perché – ci è -almeno per un po’ – concesso di criticare.

Ma è vero che la militanza col clic è una bella scappatoia: consente di parlar male di Dio e del mercato, facendo i baciapile e comprando telefonini, di parlar bene di donne, licenziandole o maltrattandole, e di stranieri, sfruttandoli e non pagando loro i contributi, di compiacersi di guerre purchè “esportatrici di democrazia” nei posti arretrati e incompatibili con la civiltà superiore, sopportando come inevitabile quella contro l’altro Terzo Mondo, quello interno, e di condannare nazismo e comunismo, che alla critica all’altro totalitarismo, quello economico, hanno messo il silenziatore, dandoci il Wi-Fi, Twitter, edificanti polpettoni tv,  e la convinzione di essere ancora tra gli esenti e i salvati.

via L’esercito dei divanisti — Il simplicissimus

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