DONNE NEL BUIO

DEDICA

Voglio dedicare questo libro a tutte le donne, a tutte le donne che sono il fondamento della vita, a tutte le donne silenti, a tutte le donne che soffrono, a tutte le donne che amano, a tutte le donne che attendono qualcosa dal resto dell’umanità, ovvero da noi uomini.

Recensione di Arjana Bechere

La calda voce e il timbro determinante del narratore coinvolge e trascina l’animo in un lungo viaggio di sensazioni, odori, sapori, profumi, essenze, ebrezze di tempi che echeggiano il passato stravolgendo l’attimo del presente e inseguendo il futuro. Ecco, i personaggi che scopri e quasi denudi nella loro interezza sono donne cui il destino pone quesiti e pegni irrefrenabili della loro stessa fragilità a cui la legge della vita non guarda o sente, bensì agisce, cura e guarisce, piaghe e ferite profonde. Si giunge così a conoscere la storia di Maria e la sua solitudine, di Maliane l’inno all’amore tra madre/figlio e figlio/genitrice, una dicotomia per nulla scontata e banale.  E allora l’amore di Maliane per suo figlio e l’attesa maggiore di riconoscersi madre/nonna nel lungo abbraccio della nipotina (donna anche lei) che eleva ancor di più il titolo del racconto stesso. Udire Maliane è come inginocchiarsi dinanzi alla pietas, alla Pietà del marmoreo capolavoro del genio di Michelangelo Buonarroti. Il dramma che conobbe la Vergine che accoglie fra le braccia il figlio è presente nel racconto di Maliane quando prega affinché suo figlio le donasse una gioia grande, la piccola creatura che nascerà, la nipote. Questo momento si innalza con l’accostamento dell’immagine d’arte della donna madre di tutte le madri, creatura amata e invocata da tutti gli uomini, da tutti gli esseri viventi, donne, uomini, bambini, ricordata e menzionata con rispetto persino nel corano, la Vergine Maria madre di Gesù Cristo, la rassegnazione da lei vissuta passa in tutti i racconti delle “donne nel buio”, dove però la rassegnazione è pacata e per nulla turbante. Donne presenti come inno di vita.  L’amore è il tema principale, è il leitmotiv dei racconti. Non è qui, solo un amore noto tra due amanti, compagni o coniugi ma riguarda tutte le espressioni che il concetto conosce sin dalla sua origine e nascita, così lo ripercorri nei sonetti della scuola trobadorica, nelle rime perfette dei versi d’amore. Ulteriore elemento di analisi è la rappresentazione del sogno/sonno presente nel racconto di Brunella, donna e immagine cara al narratore stesso che la investe del più grande ruolo di guida “virgiliano” al proprio cammino. Un amore quello partito in giovane età appena adolescenti e proseguito avanti con l’arte del corteggiare lento e armonioso, reminiscenze di antichi tempi dotati della pazienza e dell’attesa. Un amore delle segrete stanze freudiane e dell’amor platonico, con richiami onirici e versetti che si uniscono in cerchi di bellezza infinita su chi ode pur non avendo orecchie per sentire e su chi vede pur non avendo occhi per guardare. Il richiamo tra queste due anime è forte come il canto delle sirene omeriche. Brunella rappresenta l’elemento di unione fra Dio e l’uomo, è proprio la forza di questa straordinaria donna che riporta il narratore a conoscere non la chiesa con le sue mastodontiche mura bensì la fede che le mura stesse detengono e riportano il genere umano a ricordarsi del filo iniziato tra il Creatore e l’essere finito. Nell’immagine di questa “donna nel buio” che unisce finito e infinito, Brunella pertanto, occupa il più ampio spazio nella vita dell’uomo narratore, poeta e amico Vito Coviello. Destino e Dio vengono così ad unificarsi uno all’ altro, una contrapposizione davvero minimale, leggera, soave, raccolta infine nel soffice e commovente messaggio de “il treno”. Qui, ancora una volta il personaggio cui l’autore dedica il racconto è sempre una donna, Angela.  Il lungo monologo tra la voce narrante, l’io predeterminante e il dialogato diretto con la congiunzione della piccola voce del bambino che coglie l’handicap e lo vive con la massima naturalezza. Ancora qui, scopri l’ironia del narratore, come egli sopravvivi al dolore e alla sofferenza, che reca un nome impronunciabile come la “trabeculectomia” ma che davanti ai bambini presenti sul treno diventa un passaggio naturale una forma ludica intelligente e molto fine, così il personaggio della Marvel personificato dagli occhiali neri di Vito attraggono i bambini che riescono a trasformare il dramma in gioco. Momento questo del viaggio intriso di malinconia, speranza, dolore, vita. Perché in Vito Coviello non leggi altro che l’inno allo straordinario privilegio che ogni uomo possiede ed è quello di vivere anche il buio con una luce interiore che nulla gli occhi potrebbero vedere, toccare e realmente sentire. Con affetto e stima, un grazie perché ci riporti alla sensibilità di una vita troppo spesso data per scontato.

INTRODUZIONE

 Donne nel buio è una raccolta di storie di alcune donne, forse in generale di tutte le donne. Donne che per un motivo o per un altro, si sono ritrovate nel buio degli occhi, nel buio del cuore, nel buio della vita, nel buio della morte. Donne che però con la luce di Dio sono ritornati a volare. Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma forse non gli riuscì tanto bene e pensò bene di creare la donna, e con lei la possibilità di donare la vita. Da allora la donna è l’unica che può dare la vita. Ha lasciato a lei tutto il peso dell’universo, donne nel buio che comunque sono e saranno sempre nella luce di Dio e torneranno a volare.

GEMMA MAMMA PER SEMPRE

 Gemma amava i bambini e per questo diventò maestra d’asilo, si sposò molto giovane e volle dei figli. Con il primo figlio andò tutto bene ed erano felici ma poi quando le nacque il secondo figlio sapeva che avrebbe avuto dei problemi già dalla gravidanza. Sarebbe nato con delle problematiche, ma lei comunque l’aveva voluto quel bambino, non voleva abortire, lei amava troppo i bambini. Quando il bambino nacque, il marito la lasciò, quella donna le aveva dato un figlio malato. Gemma rimase sola con i suoi figli e li crebbe con grande amore entrambi. Per essere vicino al secondo andò a lavorare in quel collegio dove c’erano bambini con problemi. Per sopravvivere, fece molti lavori, perché ormai era sola e doveva portare il peso dell’intera famiglia e cominciò a studiare, ed iniziò ad insegnare perché era quello che le piaceva, soprattutto ai bambini piccoli. Oggi Gemma è grande, insegna ancora ed è nonna, il primo figlio le ha dato una nipotina. È felice di aver dei bambini per casa.

Tratto da: Onda Lucana® by Vito Coviello

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