L’ingovernabilità del maggioritario

Tratto da:Onda Lucana® by Marco Di Geronimo

Non è vero che il maggioritario crea governabilità. Lo sanno bene gli inglesi degli ultimi anni, costretti a gestire un Parlamento sempre più insidioso. Ma lo sa bene anche Dario De Luca, Sindaco di Potenza, eletto al ballottaggio e trovatosi senza maggioranza. Ma volete sapere di più? Non è vero che il proporzionale crea instabilità.

Da anni ci raccontano la storiella secondo il quale i sistemi elettorali fanno i partiti e la politica. È lo stesso ragionamento che si segue per giustificare le riforme costituzionali a colpi di maggioranza. In realtà questa linea di pensiero ha scarso riscontro nella realtà. Anzi, politologi e giuristi sono sempre più concordi nel ridimensionare questa tesi.

Uno dei più importanti giuristi francesi, Maurice Duverger, teorizzò alcune «leggi» a lui intitolate. Clamorosamente smentite negli ultimi anni, ma un tempo assai venerate. In buona sostanza, il professore riteneva che il maggioritario all’inglese inducesse al bipartitismo, e quello alla francese al bipolarismo. I sistemi proporzionali, invece, creerebbero quadri a più partiti.

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Il dibattito sull’influenza dei sistemi elettorali sulla politica e sui partiti è vastissimo. Ma se le recenti elezioni ci hanno insegnato qualcosa, un po’ in tutta Europa, è che il sistema elettorale non influenza direttamente i partiti. O meglio: non determina il numero di partiti e di coalizioni. Piuttosto, ne sviluppa la dialettica nella campagna elettorale e nella vita pubblica.

I sistemi maggioritari hanno dato prova di portate distorsive gigantesche nelle ultime tornate. Per esempio in Regno Unito, alle elezioni del 2015, il Labour ne è uscito sanguinante per via della resurrezione del Partito nazionale scozzese. Una specie di «Lega» di Loch Ness (ma di sinistra) che ha azzerato la storica rappresentanza scozzese dei laburisti. Pur disponendo di un numero irrisorio di voti in percentuale nazionale. Mentre invece in Francia Emmanuel Macron, con poco più del 20% dei consensi, è riuscito a conquistare una maggioranza schiacciante all’Assemblea nazionale.

Viceversa i sistemi proporzionali hanno sì rispecchiato le divisioni interne ai Paesi. Basti pensare alle situazioni di Germania, Spagna ma anche Italia. Però hanno indotto i partiti a scelte politiche importanti. Ad assumere posizioni programmatiche di lungo periodo, impostare strategie collaborative. In sintesi: a fare politica, negoziare, contrattare. Ne sono usciti Governi nati su precise intese politiche (Sanchez in Spagna e Conte in Italia). E al netto del giudizio che si vuole dare su questi esecutivi, al momento mantengono un forte consenso popolare.

Ecco la principale differenza tra i sistemi maggioritari e quelli proporzionali. I sistemi maggioritari hanno particolare difficoltà nel gestire i momenti di crisi. Siccome formano il Parlamento attraverso l’elezione singola e diretta di ciascun parlamentare, sono estremamente caotici e casuali. Privilegiano «le minoranze più grosse» senza attribuire il giusto peso alle carte politiche in campo. Viceversa i sistemi proporzionali garantiscono una immediata traduzione in rappresentanza delle correnti di pensiero popolare.

Il maggioritario induce i partiti a «competere» anziché «collaborare». E perciò alza il livello dello scontro politico. Oltre ad alimentare tattiche elettorali davvero ripugnanti. Basti pensare all’immenso numero di liste civiche (o meglio, di liste civetta) che guarniscono le elezioni amministrative. O alle coalizioni usa-e-getta alle politiche per portare a casa più seggi possibili. Viceversa il proporzionale disinnesca questi giochetti, perché semplicemente non pagano. Cartelli, coalizioni, liste civetta: nulla di tutto ciò ha peso di fronte alla legge matematica della mera proporzione. Difatti l’elettore finisce per privilegiare il partito “trasparente”. Cioè la scelta politica più onesta e coerente, in termini prettamente ideali. Voto te perché condivido ciò che dici: non c’è altro incentivo (il voto utile per i partiti grandi, il voto di scorta per i partiti piccoli) che questo.

In Italia trent’anni di maggioritario hanno indotto una polverizzazione permanente del sistema dei partiti. Perché era una polverizzazione tattica: un continuo fermento, in cambiamento continuo da appuntamento elettorale ad appuntamento elettorale. Mentre cinquant’anni di proporzionale avevano garantito (con poche, rare e soprattutto motivate eccezioni) uno spettro stabile di opzioni: sette od otto (PCI-PSI-PSDI-PRI-PLI-DC-MSI più PSIUP/DP). Non è un caso che Eric Hobsbawm, uno dei più importanti storici novecenteschi, nel suo Secolo breve definisce l’Italia un «sistema politico stabile» (alla faccia dell’ingovernabilità!).

Ecco, qui si coglie forse una «legge» più valida di quella formulata da Duverger. Che si basa non tanto sul numero dei partiti, ma sulla loro struttura. Il maggioritario favorisce partiti liquidi, non ideologici, non identitari, sfuggenti e sfuggevoli. Il proporzionale crea invece partiti solidi, con orizzonti politici chiari e una storia coerente e ineludibile. Il maggioritario quindi garantisce un certo adattamento della politica alla società: a ogni fermento corrisponde un partito nuovo. Il proporzionale dovrebbe viceversa pagare il pedaggio di partiti-pachidermi, fossilizzati, più in difficoltà di fronte ai grandi mutamenti. E però molto più preparati e coerenti.

Tratto da:Onda Lucana® by Marco Di Geronimo

 

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