Lo faccio per mia figlia. Lo devo a me stessa in quanto donna e rivolgo questo mio impegno a tutte le donne: la Boldrini, in aula oggi a Genova per la nuova udienza del processo per diffamazione, che vede imputato il sindaco di Pontinvrea Matteo Camiciottoli, alla sbarra per un post pubblicato sul proprio profilo Facebook in aperta contrapposizione con la politica filo migranti e pro-accoglienza dell’allora presidentessa della Camera. Un affronto che Laura Boldrini, presenta in aula in veste di parte lesa, ha rilanciato anche oggi in tutto il suo fulgore propagandistico e smalto accusatorio. Un cavallo di battaglia che, se declinato al vittimismo social, riesce persino a rinverdire vecchie polemiche e a dare nuova linfa mediatica a tutto un coacervo di denunce e di contro-querele, di invettive reciproche e di recriminazioni al quadrato che si credeva dimenticate nel tempo e magari superate da altre questioni di più stringente attualità. E invece no: e così oggi è nuovamente il grande giorno: quello in cui nelle aule del tribunale di Savona, torna alla ribalta il caso nazionale esploso fra il sindaco di Pontinvrea e l’ex presidente della Camera, con il primo, Matteo Camiciottoli, reo agli occhi dei giudici di aver diffamato in un post l’allora numero uno di Montecitorio.

La Boldrini si fa in tre: io, offesa come madre, donna e esponente istituzionale
In ordine alla cronaca giudiziaria, va detto allora che, come riportato in queste ore, fra gli altri, dal Secolo XIX, «nel tribunale di Savona, il pubblico ministero ha chiesto una condanna a 8 mesi per il sindaco di Pontinvrea Camiciottoli che, nel 2017, su Facebook, propose di fare scontare i domiciliari agli stupratori di Rimini», immigrati nordafricani, «a casa della Boldrini»: una frase letta e interpretata come un’esortazione allo stupro e culminata in una denuncia per diffamazione. «Quel messaggio mi ferì moltissimo come donna perché mi si augurava qualcosa di ripugnante. Mi preoccupava come madre, perché sapevo che mia figlia l’avrebbe letto. Mi indignava come politico, perché mi indicava come mandante morale dello stupro di Rimini. E mi offese come rappresentante delle istituzioni perché ero la terza carica dello Stato e a offendermi era un sindaco», ha detto allora la Boldrini rincarando la dose. Poi, globalizzando l’offesa e internazionalizzando l’indignazione, ha aggiunto (come riporta il sito dell’Ansa): «Ho visto augurare stupri agli avversari politici in Bosnia e in Ruanda, ma lì c’era la guerra» ha aggiunto, concludendo, la fondatrice di Leu.

La difesa di Camiciottoli: solo una contestazione politica, non un’esortazione allo stupro
«Nessun invito allo stupro, ma solo una contestazione politica» ha replicato ancora oggi in tribunale Camiciottoli che ha anche sottolineato come la pensa in materia di stupro e stupratori, dichiarando: «Non inciterei mai allo stupro, anzi penso che per gli stupratori occorra l’ergastolo». Quella del primo cittadino, insomma, non voleva essere un post infamante, semmai una critica politica indirizzata a rimarcare che, essendo «la Boldrini favorevole a un’immigrazione incontrollata», e che arriva quindi a includere anche i delinquenti (come gli stupratori di Rimini, tutti immigrati africani), «allora forse ospitarli non dovrebbe essere un problema». Insomma, la sua è stata e avrebbe voluto essere, solo «una contestazione nei confronti di idee con cui non sarò mai d’accordo». Ai giudici, a questo punto, l’ardua sentenza…

L’articolo La Boldrini in tribunale si fa in tre e rilancia: io, colpita come donna, madre e politica proviene da Notizie 24 ore.

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