LA BASILICATA MERITA PIÙ CONSIDERAZIONE DA DESCALZI

L’ad dell’Eni, Claudio Descalzi ci fa sapere che in Val d’Agri “non c’è contaminazione dei bacini idrici”. Bontà sua! Le analisi cui fa riferimento, stando allo stesso sito web, le ha fatte una società che gravita attorno alla stessa Eni, la Syndial: dunque, attendibilità zero, perché non ci sembra una struttura terza e indipendente.

Descalzi è sempre lo stesso amministratore delegato della partecipata dello Stato che due anni fa, prima di essere costretto a chiudere l’impianto, negò la fuoriuscita di 400 tonnellate di petrolio da due serbatoi usurati del Cova di Viggiano.

Dal mio punto di vista di parlamentare della Repubblica e portavoce lucano del M5S, già due anni fa, visto il ruolo di partecipata dello Stato dell’Eni, proprio per aver inizialmente negato il gravissimo sversamento di petrolio in Val d’Agri, Descalzi avrebbe dovuto essere immediatamente rimosso.

Ancora oggi interviene per sminuire i problemi dell’area dell’Alta Val d’Agri, visto che garantisce l’assenza di contaminazioni dei bacini idrici, mentre a noi non risultano né studi indipendenti né analisi certificati sulla condizione reale di tutto il Pertusillo, dei suoi fondali e dei bacini idrici che forniscono acqua alle 650 sorgenti del fiume Agri. Che a loro volta erogano 3000 litri al secondo di acqua purissima che, direttamente e indirettamente, dà da bere e da mangiare a più di 2 milioni di persone ogni anno, tra Basilicata, Puglia e l’export dei prodotti agro-alimentari irrigati dal Pertusillo. Le cui acque, nella porzione tal quale, quella che va in uso agricolo e zootecnico, non si fa mancare la presenza di nessuno degli elementi chimici della tavola periodica.

Inoltre, da anni, si osservano, all’uscita del potabilizzatore di Missanello, concentrazioni di bario oltre i limiti di legge consentiti, e di cobalto, berillio, stagno, zinco e idrocarburi C10-C40 a concentrazioni non previste per legge, dato che la legge non contempla limiti di tolleranza: dunque, dovrebbero essere del tutto assenti nell’acqua potabile?

Il tutto certificato dall’Acquedotto pugliese, ente accreditato a verificare la qualità dell’acqua dell’invaso da 160 milioni di mc, interamente accerchiato da una Concessione di coltivazione di petrolio che in molti Paesi non avrebbero mai concesso.

Perché questo affare rappresenta  all’ incirca il 3% del bilancio dell’Eni, perché insiste su 650 sorgenti di acqua dolce, su centinaia di km di acquedotti naturali sotterranei e con molti dei pozzi di perforazione realizzati nei tratti di montagna permeabili all’acqua piovana, oltre che in area sismica.

Una follia geologica, oltre che ambientale, per un affare che non si capisce di chi sia, ma non certamente dei lucani, e senza contare i miliardi di euro di bonifica che toccherà pagare alla comunità lucana. Perché non ci pare siano contemplate fideiussioni di garanzia.

Arnaldo Lomuti-Senatore M5S

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