Forse leggiamo troppi fumetti. Forse andiamo troppo al cinema. Forse vediamo troppa fiction, e giochiamo troppo ai videogame. Certamente, mai nella sua storia l’uomo è stato così immerso nelle sue fantasie e nelle immagini da lui create. Che gli rimandano concezioni del mondo reale, anche quando sono volutamente irreali e fantastiche. Nessuno può pensare di rischiare, per questo, di non saper più distinguere tra realtà e realtà contraffatta (come si dice possano fare invece i bambini). Eppure il gioco spesso è proprio questo: rendere la finzione così viva da farla diventare sempre più verosimile, e anche tridimensionale, interattiva, magari tattile, olfattiva, e chissà cos’altro.

Queste parole di Luca Raffaelli provengono dall’introduzione di Marvels Edizione Classici del Fumetto Serie Oro di Repubblica, anno 2005. Le ripropongo qui integralmente – quasi me ne approprio – perché sono l’incipit perfetto per questa occasione, un’occasione che attendevo scientemente da tre anni ma che forse aspettavo più o meno consciamente da molto più tempo, almeno undici anni o anche di più. L’occasione di parlare di un film che per chi scrive è IL film. Ebbene, stando a Raffaelli già nel 2005 eravamo troppo, ma troppo cosa? Troppo nerd? Troppo immersi nella fantasia? Troppo consumatori di quelle immagini che creiamo solo per dare un senso alla narrazione del quotidiano? Fate voi, fatto sta che nel 2005 era già “troppo”. Forse era troppo tardi. Almeno era tardi per chi sperava, per dirla all’Umberto Eco, in un’apocalisse degli “integrati” o per chi, al contrario, credeva che il bello di una sottocultura risiedesse proprio nella sua naturale subordinazione a una non meglio specificata cultura aulica e canonica. Anche Iron Man di Jon Favreau era già “troppo” quando uscì nelle sale nel maggio del 2008. Era “l’ennesimo” film di supereroi, tra l’altro di un personaggio tra i meno noti, e c’era già chi diceva che la Marvel stesse raschiando il fondo del proprio barile, un barile, ci tengo a ricordarlo, che conta qualcosa come 5000 personaggi in continuo aumento.

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Ora, parlare di un film che ha richiesto undici anni per dirsi compiuto può essere al contempo una sfida ardua e un atto di disonestà. Ardua, è evidente, perché se già è difficile per un autore mettere la parola “fine” su una storia iniziata da qualcun altro e che è stata seguita e amata da una platea pluri-generazionale, figuriamoci per chi deve valutare quella conclusione, tenendo conto di tutti questi fattori. Disonesta perché, se si è parte di quella sopracitata platea fin dall’inizio, è quantomeno molto difficile essere distaccati nel valutare questo capitolo finale e questo inficia inevitabilmente sul giudizio “tecnico” dell’opera. Mettiamola così, Avengers Endgame è come un qualunque esame di laurea. Se conosciamo a un livello intimo e affettivo quella persona, la persona che ha studiato e speso anni della sua vita, fatica, soldi, il proprio tempo e tutto il resto, una volta giunti alla discussione è inevitabile, o almeno molto probabile, che la sua ci sembrerà la migliore conclusione possibile. A un perfetto sconosciuto invece, o anche solo a un compagno di corso che passasse di lì, gli sembrerà una conclusione come molte altre o magari pure sotto la media. Sia chiaro quindi questo, che chi scrive fa parte di quella platea che è salita sul treno dell’MCU fin dall’inizio e pertanto si farà il possibile per cercare di elaborare un giudizio distaccato e analitico. Ammesso ovviamente che ci sia qualcosa di onesto nel farlo.

Primo Atto: Pace

Endgame riparte da dove il capitolo precedente si era chiuso: dalla Guerra dell’Infinito o comunque dalla sua conclusione. I primi dieci minuti, di fatto, sono un buon epilogo di Infinity War, durante i quali ogni membro del cast dei sopravvissuti allo schiocco affronta lo shock emotivo che ne consegue. Concluso questo epilogo (o prologo a seconda dei punti di vista) inizia il primo atto, ovvero la quiete dopo la tempesta. Si tratta di un momento, lungo un’ora per gli spettatori, che potremmo definire “sperimentale”.Non che nei precedenti film dei Marvel Studios non ci siano mai stati momenti di questo tipo, ma mai si era assistito a una tale varietà di interazioni, situazioni e anche di battute così ampia e diversificata. Non tutto funziona sempre alla perfezione anzi, diverse voltecapita di dover sopportare quella battuta di troppo o quel dialogo troppo lungo e verboso o ancora quella digressione assolutamente evitabile. Ammettiamolo, nella prima parte il film si lascia un po’ andare. Tuttavia, è un momento, questo primo atto, assolutamente fondamentale, benché a un occhio disattento possa sembrare che non succeda assolutamente niente. La sceneggiatura, al netto di qualche e sicuramente non trascurabile sbavatura di montaggio, fa il suo dovere alla perfezione, descrivendoci, con tutta l’ironia ma anche il fastidio necessari, una situazione di calma tutt’altro che apparente anzi effettiva e fattuale e per questo tragica.

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Secondo Atto: Gioco

Raffaelli parlava di “gioco” e del resto il titolo del film è “fine del gioco”. In inglese la parola Game rende molta più giustizia alla complessità dell’attività di gioco. Non c’è quella patina vagamente infantile che ricopre il corrispettivo in lingua nostrana. Per gli anglosassoni il “gioco” è importantissimo e può declinarsi in molti modi. Durante il secondo atto, Stephen McFeely e Christopher Markus “giocano” con i personaggi che hanno a disposizione, giocano con noi e i nostri ricordi, giocano con la trama, anzi le trame, generando anche non poca confusione. Nello scontro tra storia ed emozione a vincere è probabilmente la seconda, sebbene si tratti di una vittoria parziale e appunto non esente da errori. Certamente non mancano buchi di trama, anche enormi e inspiegabili, sicuramente alcuni passaggi si potevano gestire meglio e senza dubbio una durata minore della parte centrale avrebbe giovato all’economia del racconto. Almeno finché non ci ricordiamo che i fratelli Russo e gli sceneggiatori stanno chiudendo le trame di 21 film precedenti, di cui solo pochi sono stati direttamente architettati da loro. Basta questo a perdonarli? Certo che no e questo perché non c’è niente da perdonare. È un gioco, ma appunto non nel senso di prenderlo alla leggera e in questo caso assistiamo a un cambio delle regole del gioco. Non c’è più una storia ma una molteplicità di storie, che danno vita ad altre storie. E proprio come nei migliori giochi di ruolo a vincere sono quelli che hanno imparato fin dall’inizio a far proprie le regole, in questo caso le regole della narrativa. Sia chiaro quindi, e questo è sia il più grande pregio che il più grande difetto del film, se avete seguito l’MCU fin dal 2008 vi innamorerete del secondo atto. In caso contrario vi farà ribrezzo.

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Terzo Atto: Identità

Perché ci piacciono i supereroi? O meglio, perché ci piacciono gli eroi? E in generale perché ci piacciono le storie? Nel raccontarsi storie l’umanità non fa altro che chiedersi ogni volta quale sia il suo posto nel mondo. Cosa ci facciamo qui e/o cosa dobbiamo fare; cosa dobbiamo essere e ancora perché dobbiamo esserlo. Nel disegnare e strutturare l’identità dei vari personaggi, l’individuo cerca di dare un senso alla propria esistenza. È questo il vecchio “gioco” dell’umanità, gioco che nel terzo atto di Endgame raggiunge, prevedibilmente forse, vette inconcepibili. A dire il vero non c’è molto da dire sull’ultima parte. Qualsiasi altro spettatore o recensore vi dirà che il film vale il prezzo del biglietto solo per la conclusione e ciò è in parte condivisibile. Ma la verità è che nel terzo atto la storia prende finalmente vita propria, va avanti da sola e rivela la sua identità. Il più grande spoiler di Avengers Endgame è quindi il seguente e lo diciamo senza problemi: le storie non appartengono a tutti ma a ognuno di noi. Ognuno reagirà in modo diverso a questo o quell’evento, ognuno sceglierà di vedere concretizzatasi questa o quella teoria. Ancora una volta fate voi. L’identità, ovvero l’eterno scontro tra ciò dovremmo essere e ciò che scegliamo di essere è anche questo e riguarda tanto i personaggi del film quanto gli spettatori. Quello che è certo è che questo film e la relativa conclusione non metteranno tutti d’accordo e va benissimo così. È il trionfo assoluto del cinema di intrattenimento, a patto ovviamente che accettiamo una volta per tutte che l’intrattenimento non è una sottocategoria, per quanto dignitosa e con una sua identità (appunto), dell’arte cinematografica. L’intrattenimento, a ben pensarci, è cosa scegliamo di fare, e quindi di essere, quando siamo padroni del nostro tempo. Se Avengers Endgame è il trionfo del cinema di intrattenimento allora confidiamo che sia chiara l’importanza che questo film ha assunto per una generazione di spettatori. Almeno questo concedetecelo.

E comunque Avengers Uniti.

via Avengers Endgame: azione e identità — Birdmen

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