Dal Marzo 2026 “in Libreria”, di Pasquale Martucci: “Sentieri Sospesi: Memoria della Cultura e Prospettive Territoriali”.
di Bianca Fasano
Pasquale Martucci è un sociologo studioso del territorio cilentano interessato alle identità alla cultura popolare e alla memoria del Cilento. Uno dei suoi lavori più recenti e completi è: “Del Cilento e del suo Genius Loci”, del 2023. Ha anche elaborato sulle testimonianze dirette e sulle storie di vita con l’evidente obiettivo di capire e far comprendere ai lettori, cosa significasse davvero essere Cilentani dal punto di vista culturale e umano. Un suo libro del 2024 lo vede in tandem con lo psichiatra Luigi Leuzzi: “Identità evolutive studi e ricerche sul Cilento”. In questo suo ultimo libro “Sentieri sospesi” Memoria della Cultura e prospettive territoriali, Martucci analizza tra l’altro come, in un territorio Antico come Cilento, intervengano rituali e miti locali che spesso ricordano schemi universali ossia quasi archetipi. Carlo Gustav Jung ha raccontato un episodio della sua vita che ha descritto come parapsicologico precisando che la psiche possiede facoltà particolari, per cui non è tutto confinato entro lo spazio e il tempo e questo spiegherebbe il perché degli archetipi dell’inconscio collettivo. Difatti viene fatto di chiederci come territori lontanissimi tra di loro possano avere archetipi simili. Jung, parlava di inconscio collettivo e sosteneva che tutti gli esseri umani condividessero strutture mentali profonde ereditate che producono immagini e schemi ricorrenti. Pur non essendoci contatti tra le culture ci sono vincoli biologici. Martucci in questo suo lavoro sostiene che la cultura è un processo vivo fatto di relazioni esperienze e stratificazioni nel tempo. Parla di un vero e proprio ecosistema culturale, dove tutto è interconnesso. “Sentieri sospesi?” Perché i sentieri sono equivalenti ai percorsi culturali, identitari e storici, sono sospesi perché non sono conclusi, essendo in trasformazione, cioè in evoluzione. Com’è il rapporto tra tradizione e modernità. Il Cilento è un contenitore di storie e simboli e la cultura deve nascere dal dialogo tra generazioni individui tradizione e motivazioni differenti. Qual è il rischio della tecnologia? Che la globalizzazione, il cambiamento sociale stiano modificando il territorio. Appunto per questo Martucci porta l’esempio di Martin Heidegger con i suoi Holzweges. Che significa trovarsi in questo Holzweges? Significa percorrere un sentiero, però preoccupandosi di custodirlo perché questo sentiero attraversa un momento sospeso tra la memoria di una cultura e la dinamica evolutiva di una società che cambia e può modificarlo o distruggerlo.

Sono restata coinvolta, dai sentieri della creatività, perché riguardano un approccio in prospettiva, che considera l’umanesimo tecnologico, le comunità narrative, la contemplazione e la creazione, conservando però, i sentieri della civiltà, che riguardano strettamente il concetto stesso di Cilentano. Il Cilento ha una sua tipicità territoriale che interessa anche i giovani e la loro identità e c’è il dubbio che lo sviluppo tecnologico, tra cui anche l’intelligenza artificiale e la robotica digitale, possa non essere guidato dai valori umani ma solo dall’efficienza del profitto. Ecco perché non basta chiederci, rispetto a una idea, a una soluzione specifica, se possiamo porla in atto, ma anche se questa realizzazione sia giusta farla e per chi la stiamo facendo. Quali sono le sfide? lo spopolamento giovanile la perdita delle tradizioni, la modernizzazione che rischia di cancellare la memoria nei piccoli centri del Cilento, in quanto la memoria va salvata e costruita, allo scopo di non perdere le radici, l’habitus di Pierre Bordieu, che corrisponde all’insieme di abitudini, agli schemi mentali, al modo di comportarci, che interiorizziamo nel tempo attraverso la famiglia l’ambiente sociale e l’educazione e tutte queste cose ci vengono naturali. Le persone che vivono nel Cilento hanno un loro habitus, che va salvaguardato perché questo habitus guida le scelte, influenza i gusti le opinioni e il comportamento. Però occorre evitare che tenda anche a riguardare le differenze sociali, come un programma invisibile dentro di cui i capitali la cultura e il campo sociale possano trovarsi imprigionati.
Martucci ricorda che il patrimonio culturale materiale va inteso come un complesso di beni, valori materiali e non materiali, che appartengono a una comunità, nel caso particolare è il patrimonio del Cilento e questo è un insieme di saperi, opinioni, credenze, valori, norme, costumi, comportamento e processi tecnici, per cui non stupisce che la cultura di una comunità si sviluppi attraverso simboli, miti e immagini. Leggendo il libro, sono stata spinta a pensare anche al modo con cui io da napoletana cittadina, piombata nel Cilento, abbia assimilato nel tempo e cercato anche di salvaguardare quello che erano i presupposti di una civiltà per molti aspetti, differente dalla mia. Parliamo di identità, e questa muta nel tempo, come è cambiata la mia. Intesa in senso auto evolutivo, per cui non può essere pragmatica, ma comporta fluidità e transizione legate anche al concetto di incertezza della contemporaneità di cui parla Martucci ricordando Zygmunt Baumann. Evidentemente, essendo l’identità in evoluzione, come un liquido che si adatta agli ambienti, anche prendendo forma dall’esperienza, questa si scontra con l’habitus di Bordieu. Pensiamo quindi al Cilento, e al singolo cilentano, che deve adattarsi alla modernizzazione, venendo meno quello che Ferdinand Tonnies definiva come comunità. Cioè legami affettivi, tradizioni condivise e senso di appartenenza. Non stupisce che si possa ricadere nell’anomia studiata da Durkheim, in quanto, nel momento in cui vengono a mancare le regole di riferimento, viene a crearsi una crisi dei valori e quindi un senso di smarrimento che si può anche riconoscere in una comunità nel momento in cui si tramuta in società e si deve adattare a rapporti razionali, interessi individuali e obiettivi pratici. Che fine farà il Genius Loci di una terra? lo spirito, l’anima, l’atmosfera, i colori, gli odori, i suoni, il linguaggio, della popolazione e anche quello che ricorda Martucci Il silenzio. Se il Genius Loci rappresenta l’anima di un territorio come potrà sopravvivere alla glocalizzazione? il Cilento dovrà adattarsi alla dialettica del locale globale senza perdere se stesso. Potrà sopravvivere la memoria collettiva di cui parlava Maurice Halwachs? Dovrà, il Cilento, riscrivere sui suoi file e conferire alla memoria una forma accettabile in cui immergersLo storico Alessandro Barbero ricorda che la storia si ricava dalle Fonti. La storia del Cilento, la sua memoria, si può ricavare anche dalle rappresentazioni collettive, cioè le credenze, le idee, le norme, le tradizioni, il linguaggio, ma anche dalla religione che diviene uno spazio materiale e simbolico attraverso le Chiese come la Badia di Pattano (complesso basiliano), il Santuario della Madonna di Pietrasanta a San Giovanni a Piro e la Chiesa di San Nicola a Sacco Vecchio (circa 600 d.C.). Di quei ricordi, che sono pietre, così come nelle abitazioni antiche dei borghi, restano tracce visibili. Ben diversi dai “non luoghi”, quali i centri commerciali, le autostrade, gli aeroporti e gli scali ferroviari che non conservano sentimenti condivisi. Cosa occorre conservare del Cilento? Le relazioni, che sono scambi culturali, interazioni sociali, connessioni tra comunità, per cui un territorio non è solo uno spazio geografico, ma una rete viva di rapporti e risonanze, per cui un evento, una memoria, una tradizione, non resta confinata ma risuona, cioè si propaga, si trasforma, viene reinterpretata e in questo modo il passato continua a vivere nel presente. Così una cultura locale può avere effetti più ampi e le esperienze individuali diventano collettive. Come ci ricorda Ernesto De Martino, per cui il territorio viene individuato come processo, visto con le motivazioni e le pratiche essenziali, la memoria condivisa va trasformandosi in un dato dinamico. Non potevo non lasciarmi coinvolgere dai molteplici spunti di interesse che il libro di Pasquale Martucci, con i suoi sentieri, presuppone. Però ho dovuto tener presente che a parlare eravamo in molti e anche considerando venti minuti per ciascuno di noi avremmo fin troppo allungato in ore la trasmissione. In tal senso ho dovuto tagliare alcuni interessi. Non potevo non lasciarmi coinvolgere dai sentieri della creatività essendo io un artista e quindi mi sono interessato al valore dell’immaginazione come strumento di crescita non soltanto come espressione artistica. Pensarsi creativi, non rigidi, aperti alle incertezze e alle esplorazioni ci conduce alla creatività vista come processo che si sviluppa nel tempo, che coinvolge esperienza ed emozione per cui raccontarsi e dare significato alle proprie esperienze alimenta la creatività. Educazione e formazione dovrebbero quindi stimolare i processi creativi anche nella società cilentana e non limitarli sarebbe utile. Inoltre si rende indispensabile il tempo della sospensione e della riflessione per generare nuove idee. Martucci in tal senso ci riporta a Harry Jenkins, che prevede una convergenza tra consumatori e produttori, tra vecchie e nuovi media e i loro rispettivi linguaggi. Occorre ricordare che oggi la cultura è partecipativa e che esiste una convergenza dei media per cui il pubblico non è più passivo, le persone creano contenuti, partecipano alla circolazione delle idee, collaborano, condividono online, le idee circolano sulle piattaforme per cui i media si intrecciano la convergenza avviene nella mente degli utenti.Concludo con uno sguardo agli esclusi di cui l’autore parla nell’Umanesimo tecnologico. Ricordiamo chi non ha accesso alle tecnologie, il digital divide, la mancanza di competenza digitale, gli svantaggi economici, le esclusioni a causa della cultura o della lingua, dando uno sguardo alla parte passiva della società che non abbiamo bisogno di ricercare in Africa ma certamente fa parte anche della società occidentale e a causa della quale, si formano nuove forme di disuguaglianza, cognitiva e partecipativa. Ecco perché si rende necessario che ci sia il diritto e la partecipazione alla creatività, che divenga collettiva diffusa e condivisa. Martucci in questo si è collegato a Pierre Lévy, che parla di intelligenza collettiva, per cui occorre valorizzare la tecnica di questa intelligenza collettiva, che investa i vari ambiti del sapere, sotto forma di progetto nel cyberspazio. Quindi la creazione di uno spazio mutevole delle interazioni. Un libro che ha la necessità di essere studiato nel tempo, come spunto di riflessione per il futuro delle aree marginali in particolare e del Cilento in generale.
di Bianca Fasano
Fonte: Si ringrazia l’Ufficio Stampa dell’Accademia dei Parmenidei.
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