Prefazione
Mi sono permesso in questa prefazione di raccontarne una porzione di sensazione in narrazione avendo vissuto al cospetto di tanto diletto. Non era superbia né fame di gloria, ma la certezza tenera che ciò che scrivo nasce dal guardare oltre il bordo delle cose, dove la luce e il freddo si confondono in una nota sola. Ho camminato tra palazzi che sembravano ascoltare, tra vetrate che tremolavano come ali di farfalla, e ho sentito sul viso la carezza di quel silenzio che sa di neve appena caduta. Ogni passo portava con sé un respiro diverso, una memoria fragile, una promessa lieve che la città custodiva tra i riflessi umidi dei lampioni. Ho osservato come il tempo si allungasse, come le ore si facessero saponette lucide per pulire i pensieri: una lenta architettura di attese e di piccoli miracoli quotidiani. In quel contesto di diletto, ho registrato il suono sottile della sensibilità: il crepitio della brina, l’eco di una parola pronunciata a bassa voce, l’odore umido della strada, la sensazione di essere spettatore e, al contempo, partecipe della trama che si dispiega. Se c’è una verità da consegnare a chi legge, è questa: che la bellezza non è soltanto ciò che appare, ma anche la risonanza interiore che rimane quando il mondo si ferma a osservare se stesso.
Le “marzate” sono un fenomeno climatico tipico del mese di marzo, caratterizzato da un’alternanza di condizioni atmosferiche che possono includere freddo intenso, piogge e, talvolta, perfino nevicate. Questo mese è noto per la sua imprevedibilità: si possono vivere giornate primaverili e soleggiate seguite da repentini ritorni dell’inverno.
Le marzate ricordano a tutti noi come la natura sia capace di riservare sorprese e come le stagioni possano incrociarsi in modi inaspettati. Esse simboleggiano la transizione fra l’inverno e la primavera, un periodo di cambiamento e rinascita, ma anche di resistenza, dove le piante e gli animali si preparano a risvegliarsi dopo il lungo inverno.
La Neve di Marzo – (Le belle immagini della Lucania)
Tratto da: Onda Lucana® by Antonio Morena
Neve di Marzo si presenta come una pagina di romanzo che si srotola lentamente tra le mani di chi cammina per una città ancora a disagio tra freddo e luce. Non è una nevicata ferma, ma un sospiro bianco che cade a fiocchi piccoli e rumorosi, come se la città stessa si stesse prendendo una pausa per ricordarsi di respirare. Le strade diventano labirinti di silenzi soffici; i passi affondano appena, e ogni rumore sembra riconoscerli e trattenerli, come se la neve volesse dare tempo al mondo di guardarsi dentro.
In una traversa, una finestra accesa apre una scena di domestica intimità: una tazza fumante, una mano che sfiora il vetrino, un gatto che si raggomitola sul davanzale, mentre fuori tutto resta sospeso tra bianco e cielo. Il tempo passa con lentezza diversa: migra, si allarga, si restringe, ma non si sbriga mai. È la neve che decide i ritmi, che impone una quiete che aiuta a vedere cose ordinarie con occhi nuovi. Un bambino esce per un attimo, si ferma, ricompone un pupazzo di neve troppo semplice per una città che cerca complicazioni, e subito la neve scompare in una risata di madre o di nonna che lo richiama, come se la magia potesse essere custodita solo in quegli intervalli.
Il borgo continua a muoversi, però ora tutto ha un suono diverso: i passi inevitabilmente si rallentano, le porte si aprono con più cautela, i vetri riflettono immagini leggermente allungate, come se sussurrassero segreti che solo la neve conosce. Alcune auto restano ferme, i motori sembrano ribellarsi a quel respiro freddo che li abbraccia dall’esterno, eppure dentro ogni veicolo c’è una piccola storia: una telefonata che si interrompe per un istante di meraviglia, una sigaretta spenta che ricompare, un compromesso tra l’ordinario e il miracolo di un giorno che sembra voler funzionare per grazia.
Poi, come in un capitolo che trova la sua chiave in un dettaglio, entra in scena una donna con una sciarpa rossa: cammina controcorrente tra i fiocchi che posano curiosi sui cappotti, raccontando a chiunque la incroci che la neve non è un incidente, ma una memoria comfortante. Dice che Febbraio strizza l’occhio al mese di marzo, che l’aria cambia quando meno te lo aspetti, che ogni grumo di neve è una cosa che potrebbe non andare via subito, ma che resta per farci capire cosa sia davvero prezioso: la lentezza, la cura delle piccole cose, la promessa che anche il freddo può diventare una soglia attraverso cui guardare meglio.
La sera arriva implacabile, ma non senza poesia: i lampioni accendono una luce calda che sembra voler sciogliere, o almeno accompagnare, quel bianco che resta sulle spalle come un mantello. Le persone ritornano a casa con passi meno stanchi, portando con loro una sensazione di aver condiviso qualcosa di comune, una piccola trasgressione felice al ritmo frenetico del quotidiano. E mentre la neve continua a cadere, non in fiocchi grandiosi, ma in una danza discreta e attentissima, il borgo scopre che marzo può essere una pagina di romanzo non per sorprendere, ma per raccontare come il tempo possa restare umano anche quando tutto intorno sembra trasformarsi in candore.
Restano queste foto prodotte da Pina Chidichimo con il suo borgo antico di Terranova di Pollino (PZ), che testimoniano il clima rigido che incombe su tutta la nostra nazione.
Siamo abituati a repentini condizioni che si abbattono sullo stivale tra i dolci mari e le alte vette, fragile vita di una piccola penisola, fiore all’occhiello per un ritrovato ritornello.
Foto interne e di copertina prodotte da Pina Chidichimo.
Tratto da: Onda Lucana® by Antonio Morena
#nevedimarzo
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