La Pace del Narciso.
Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena
Ogni epoca ha i suoi leader, e ogni leader ha la sua guerra. Non sempre una guerra dichiarata, non sempre una guerra fatta di armi e di confini violati. A volte è una guerra simbolica, ideologica, morale. Ma quasi sempre è una guerra che serve a definire un’identità. Nel grande teatro del potere, il conflitto diventa lo scenario necessario per affermare sé stessi. È qui che nasce quella che potremmo chiamare la “pace del narciso”.
La pace, nella sua essenza più autentica, dovrebbe essere un equilibrio tra differenze, una composizione di contrasti, un accordo imperfetto ma condiviso. È dialogo, limite, riconoscimento reciproco. Ma quando viene attraversata dal narcisismo, essa cambia natura. Non è più un processo relazionale: diventa una proclamazione. Non è più una costruzione lenta e faticosa: è un risultato da esibire. Non è più un bene comune: è un trofeo personale.
Il narciso non cerca la pace per spegnere il conflitto; la cerca per consacrare la propria immagine di pacificatore. Il conflitto diventa così funzionale alla sua affermazione. Senza tensione non c’è risoluzione, senza crisi non c’è salvezza, senza nemico non c’è eroe. La pace, in questa logica, non è l’assenza della guerra ma il suo coronamento narrativo. È l’atto finale di una storia che ha bisogno di un protagonista assoluto.
Eppure il paradosso è sottile. Il narciso può sinceramente credere di agire per il bene. Non si percepisce necessariamente come tiranno o manipolatore. Al contrario, si vede come benefattore, come guida morale, come garante di giustizia. Ma la sua idea di giustizia coincide perfettamente con la propria visione del mondo. Ciò che è diverso, divergente, dissonante non è interlocutore: è disturbo. E il disturbo va corretto, silenziato, integrato forzatamente. Quando la pace diventa uno specchio, l’alterità diventa una minaccia. Non perché sia violenta, ma perché non riflette l’immagine desiderata. Così si arriva al punto critico: la pace del narciso non tollera pluralità. Non ammette che esistano soluzioni altre, percorsi diversi, visioni parallele. La diversità non è ricchezza ma deviazione. L’accordo non è incontro ma allineamento.
In questo contesto, anche i riconoscimenti internazionali, i premi, le celebrazioni assumono un valore ambiguo. Diventano consacrazioni pubbliche dell’Io. Il simbolo supera la sostanza. Il gesto conta più del processo. La narrazione prende il posto della realtà. E il mondo, spesso affascinato dalle figure carismatiche, contribuisce a consolidare questa immagine. La pace viene così spettacolarizzata, ridotta a evento, a titolo, a fotografia. Ma la vera pace non ha bisogno di pubblico. Non si nutre di applausi.

È spesso invisibile, fatta di compromessi imperfetti, di ascolti pazienti, di rinunce reciproche. È la capacità di limitare sé stessi, di accettare che il proprio punto di vista non sia l’unico centro possibile. È l’umiltà del potere che riconosce i propri confini. La pace del narciso, invece, è smisurata. Si percepisce come necessaria, inevitabile, superiore. È animata da un senso di missione che può trasformarsi in idillio permanente di sé stesso. Ogni azione diventa giustificabile in nome di un fine più alto. Ogni opposizione viene reinterpretata come ostacolo alla giustizia. E così, nel nome della pace, si può persino soffocare. Nel nome della libertà, si può restringere. Nel nome del bene, si può imporre.
Il nodo più profondo non è solo politico ma antropologico. Il narcisismo non è prerogativa dei potenti; è una tentazione umana universale. Il potere semplicemente lo amplifica. Dove esiste la possibilità di incidere sul destino altrui, esiste anche il rischio di farlo per affermare sé stessi. La domanda allora non è soltanto se il potere renda narcisi o se i narcisi cerchino il potere. Forse entrambe le cose si alimentano a vicenda, in un circuito che si auto-rinforza.
Il vero diverbio non è tra nazioni, ma tra due modi di intendere l’essere. Da una parte l’“io” che vuole espandersi fino a coincidere con il mondo; dall’altra l’“io” che accetta di restare finito, limitato, dialogico. Il primo tende a uniformare; il secondo a convivere. Il primo costruisce una pace verticale; il secondo una pace orizzontale.
La pace del narciso è quindi una pace apparente, stabile solo finché tutto riflette la medesima immagine. È fragile, perché dipende dall’adesione. È luminosa, ma abbagliante. Non ammette crepe, perché ogni crepa incrina lo specchio.
La pace autentica, al contrario, accetta le crepe. Non teme la differenza. Non pretende l’idillio permanente. Sa che il conflitto non si elimina, ma si trasforma. Non cerca la glorificazione dell’Io, ma la coesistenza degli Io. Forse la vera maturità politica e umana consiste proprio in questo passaggio: dal bisogno di essere riconosciuti come salvatori, alla capacità di essere semplicemente mediatori. Dal desiderio di imprimere il proprio nome alla storia, alla disponibilità a lasciare che la storia sia plurale.
La pace autentica è un dialogo e tra queste due possibilità si gioca, ancora oggi, il destino di ogni forma di potere. La maturità, personale e collettiva, comincia quando smettiamo di chiederci come apparire nella storia e iniziamo a domandarci come convivere nella realtà. È in quel passaggio silenzioso, quasi impercettibile, che la pace smette di essere uno specchio e diventa un ponte.
Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena
Immagine di copertina e interna create dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.
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