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Tutto il Mediterraneo in un Frutto.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Quest’antica pianta – Punica granatum – e poi vedremo il perché del nome, dalle molte proprietà benefiche, è presente nell’area del Mediterraneo fin dall’antichità. Cresciuta nella zona di Capaccio (Paestum) a partire dal VI secolo, venne ivi importata dai Greci. Tale popolazione è conosciuta con questo etnonimo in quanto veneratori della grigia, ossia la Dea Madre, donna nell’ultima fase della sua vita, ossia da vegliarda. Però gli dei, si sa, sono eterni e immutabili nella sostanza, cosicché possono mutare forma e passare da tenera fanciulla a madre feconda fino a regina madre, saggia e spesso crudele, fino ad anziana sacerdotessa. Venerata a Posedonia (basta andare nel Museo archeologico di Paestum ed ammirare le numerosissime statuette di Hera, moglie di Zeus, che impugna il melograno) essa regge nel palmo uno dei suoi attributi specifici della regalità sanguinaria e prettamente femminile: il melograno.

Come per altre e direi tutte le coltivazioni, anche il melograno ha la sua storia mitica, che non vuol dire favoletta a uso bambini, bensì codice letterario prestorico che spiega i processi, gli usi e i costumi, nonché gli eventi successivi. La simbologia del melograno vede nella fanciulla Niobe l’origine del consumo di questo frutto. Fu regina di Lidia – regione dell’odierna Turchia – bella, dai capelli fluenti, fiera ed orgogliosa di carattere. Figlia di Tantalo e sorella di Pelope, sposò Anfione generandogli in seguito ben quattordici figli, sette maschi e sette femmine. Ne andava legittimamente orgogliosa tanto da vantarsene nei confronti della dea Latona, e deriderla perché lei con Zeus era riuscita a procrearne soltanto due, Apollo e Artemide. Peccò di hybris, di superbia, laddove era necessario equilibrio, saggezza e temperanza, almeno nei confronti degli dei. Ne suscitò perciò l’invidia, che fu cagione della sua rovina.

La vendetta fu dunque tremenda: Apollo e Artemide uccisero i suoi figli, lasciandone in vita soltanto due. Niobe, per il dolore fu trasformata in roccia: «Fatta pietra dai numi cova il suo strazio». Canta Omero nel XXIV libro dell’Iliade. E Sofocle dà voce, nell’Antigone, alla rappresentazione del tragico: «La figlia di Tantalo morì di morte infelicissima sulla cima del fiume Sipilo; un germoglio di pietra, come edera tenace, si impadronì di lei; e si strugge di lacrime e da sotto le ciglia con pianto perpetuo irrora i fianchi del monte». E nella fantasia popolare, tramandata nei secoli, la roccia, in cui la regina di Lidia venne trasformata, esiste ancora.

Siamo nei pressi dell’odierna Smirne, precisamente nella cittadina di Manisa, la vecchia Magnesia. Partendo da qui e seguendo le indicazioni si sale si raggiunge la “Roccia Piangente”. Niobe è qui a perpetuare dolore, che si fa fiume di lacrime, nella sorgente che sgorga dalla roccia e che si ingrossa lungo il corso. Ma è proprio in questi fiumi di dolore che prospera l’unica pianta. Ombreggiata dal macigno delle lacrime vi cresce un melograno. La montagna sovrastante è tutta una macchia di pini, che d’estate è assordata dal cicaleccio. Fonte e melograno simboleggiano il ritorno alla vita che si materializza in acqua, fiori e frutti dopo la tragedia della morte.

Sempre di morte e resurrezione, nel pieno rispetto della mitologia indoeuropea, parla il melograno quando lo si inserisce in un altro mito: quello di Persefone, figlia di Demetra, dea dei Misteri Eleusini. Ade è il vecchio dio, che cerca l’eterna giovinezza profittando di fanciulle dalle gote rosee, per cui rapisce la giovane e bella dea, la fa sua e la porta nel suo regno degli Inferi. La madre Demetra, dea delle messi e della fecondità, si vendica e rende la terra infeconda fino a quando non le sarà restituita la figlia. Zeus è costretto a correre ai ripari ed invia Ermes da Ade imponendogli la restituzione della fanciulla.

Il re degli Inferi acconsente, però fa mangiare a Persefone un dolce chicco di melograno. Così facendo Persefone segna il suo destino per sempre, passerà due terzi di ogni anno con la madre sulla terra ed un terzo con il marito nell’Ade. È la chiara allegoria dei frutti della terra, in specie del grano che trascorre sei mesi sotto terra e altrettanti alla luce. Il melograno dunque si conferma simbolo di fecondità; sacro ad Afrodite, pianta che fa morire, ma anche rinascere. Ricorda agli uomini la durezza del vivere, la dolcezza degli amori e la necessità di combattere. Tutto è infatti racchiuso nel gusto variegato del melograno.

Ed ha riscosso così tanto successo nelle società agricole dell’antico mediterraneo da essere piantato da tutte le civiltà. Per il suo colore rubro venne detto punico, e per ben due motivi. Il primo consistette nell’essere del colore della pelle dei punici allorquando ebbero a che fare con loro i romani, i quali poi al tempo dell’incontro-scontro coi cartaginesi erano ancora invariabilmente “nordici”. Sorprendentemente, il medesimo aggettivo di “pelle rossa” venne affibbiato dagli anglosassoni nella loro conquista del West nei confronti dei nativi: in buona sostanza in entrambi i casi ci si confrontava con gente dalla pelle “bruciata” dal sole.

Il secondo motivo risiede nel fatto che gli stessi nemici della sponda meridionale del Mediterraneo furono gli esportatori della pianta; infatti il melograno è originario delle coste del Nord Africa. E tanto successo ebbe che uscì da quelle isole, come la Sardegna e alcune zone della Sicilia, colonizzate dai cartaginesi, per diffondersi poi nel resto dell’Italia meridionale. Tale esplosione venne favorita proprio dai distruttori della potenza cartaginese e fin dall’indomani dell’impresa delle imprese: La vittoria di Scipione Africano a Zama.

Di ritorno dall’Africa, i legionari romani si cinsero oltre che dell’alloro, di queste pianticelle di melograno che poi piantarono nei poderi che ricevettero come premio per aver sconfitto Annibale, a perpetuo ricordo del loro trionfo d’oltremare. Così tutt’oggi, soffermando lo sguardo sulla statua della Madonna del Granato di Capaccio (già Hera, la dea Madre dei greci) possiamo udire quegli echi antichi del mito, che continuano a sussurrarci storie di dei, di eroi e di comuni mortali.

E ancora oggi, chi si reca alla foce del Sele, potrà unirsi ai fedeli locali nel venerare la Madonna del Granato; assisa sul Monte Calpazio, che sovrasta l’ampia valle di Paestum.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina e interna create dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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