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Una dolce tradizione.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Spesso, trovandomi a dialogare con amici stranieri, mi parlano di come sia per loro inconcepibile alzarsi la mattina ed appiopparsi nello stomaco della roba zuccherata. A questo stupore manifesto rispondo che per me, e gli altri miei connazionali, è l’esatto opposto: assurdo ingerire il fritto di una pancetta, unitamente alle uova poi, quando si brancola nella penombra delle palpebre ancora non del tutto dischiuse! Il cervello, e lo dicono anche i medici, abbisogna di zuccheri per “avviarsi” dopo il risveglio.

A chi serba un po’ di curiosità in più, aggiungo che vi è una ragione a questa differenza abissale, che però è ben difficile da far comprendere. Trattandosi dell’origine dei cosiddetti usi e costumi dei popoli, laddove oggi ci si impegna a mischiare e rimestare tutto il pianeta in quel calderone detto Occidente, il “lavoraccio” deve essere indirizzato sull’elemento basilare, da cui tutto nacque. Innanzitutto a far capire, a stranieri e anche agli italiani che oramai sono ignari delle cose più elementari, che le genti del mondo antico, suddivise tra città e campagna, erano molto distanti tra loro, pur se non in lotta, come oggi (e lo vediamo con le proteste degli agricoltori).

Che un medesimo regno, come il nostro Napoletano, vedeva interessi divergenti fra popolazioni dell’interno della Lucania, o Basilicata, e le città delle coste, dove si andava formando la borghesia che, “illuminata” dalle logge franco-inglesi avrebbe decretato la fine del mondo antico e regalatoci quest’epoca tecno-finanziaria. E allora, per risalire alle cosiddette origini di qualsiasi cosa, ci tocca tirare in ballo situazioni di cui s’è perso il ricordo, siamo perciò costretti all’antecedente. Quindi, ricapitolando, allo straniero interessato a quelle che i greci chiamavano “etnica”, racconto che la colazione dolce nasce in ambito pastorale. È figlia del regime delle transumanze, quando di primo mattino le genti appenniniche si svegliavano e la prima cosa che ingerivano era proprio il latte di capra.

Che a questo veniva unito il miele che abbondava, selvatico, nelle aree che gli antichi pastori ben conoscevano; e allora ci davano dentro ad affumicare i favi per ricavare lo squisito oro colato dalle api. Ne parla il poeta Orazio di come amasse, proprio di primo mattino, addentare le focacce latte e miele; “appostandosi” cogli amici nei pressi dei forni (i pistrina) per poter gustarle ancora calde. Se dunque oggi sulle tavole degli italiani persiste il “rito” della colazione dolce lo dobbiamo ai fiumi di latte che scorrevano dagli Appennini, dalle mammelle rigonfie degli ovini in antico e dei bovini in seguito, che inondarono le città in cui i cuochi e fornai si specializzarono a produrre biscotti e briosce da accompagno a un elemento, il latte, già di suo dolciastro. Questa unione città-campagna è all’origine della civiltà italiana; la colazione dolce ricorda il tempo in cui le due dimensioni altitudinali dialogavano tra loro: ricordatelo, quando la mattina inzuppate il cornetto nel cappuccino.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Si ringrazia l’autore per la cortese concessione. Immagine di copertina tratta da Web fornita dall’autore.

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