Alcuni accenni su un popolo eroico (terza parte)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda

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Non credo che le ambizioni dei successori di Ivan il terribile si sarebbero concretizzate in una espansione simile, e sorprendentemente rapida, senza l’ausilio della forza mistica del cesaropapismo che già all’epoca veniva irriso dalle monarchie e popolazioni dell’Europa occidentale; basta vedere come ridussero Dante ed il “suo” Imperadore Arrigo VII. La dinastia zarista di stampo bizantino, ignorata ai più in occidente, continuava ad affermarsi all’interno dello Stato russo e coi vicini, senza interrompere l’espansione iniziata con Ivan III e proseguita col “Terribile” nipote il quale, sposando Anastasija Romanovna Zachar’ina, consegnava in l’impero moscovita alla dinastia che regnerà fino all’eccidio di Ekaterinburg. Con l’unico dettato utile da tramandare ai posteri del popolo russo (e che sarebbe meglio se fosse seguito da tutte le altre genti del globo) consistente in nient’altro che nella stabilità. Perché tutto deve, per ragioni superiori, essere quanto più prossimo vicino all’immutabile, all’eterno tempo di Dio. Come l’oro che abbonda nel Cremlino, epigono di quello che riveste la cupola interna di Aghia Sophia a Costantinopoli. Il simbolo della stabilità è lo Zar in persona, capo religioso e politico al quale è sottoposto anche il Patriarca di Mosca, come lo era il suo corrispettivo a Costantinopoli nei confronti del Basileus. Niente può permettersi di deviare da questa concezione autarchica, perché le forze del disordine, della divisione (il diavolo è colui che divide, e a quel tempo ci credevano per davvero) sono sempre in agguato. Come i nemici esterni che mirano a privare gli umili e pii mugiki del loro pur minimo sostentamento. In buona sostanza lo Zar moltiplica smisuratamente territorio e credo, spirituale e politico, della Roma d’Oriente, rivendicando l’eredità giuridica dei Cesari e fregiare Mosca del titolo di terza Roma. Nel corso del secolo successivo alla morte di Ivan IV (avvenuta nel 1585) l’espansione ad Est, come detto, proseguì fino a giungere sulle coste del Pacifico, l’estremo oriente, e per la via più difficile, se non addirittura impensabile, quella terrestre, eguagliando le imprese di Gengis Khan e al contempo esautorando la Cina dal suo proverbiale controllo della via della seta. Mentre l’espansione russa proseguiva verso meridione rendendo più acceso lo scontro con i regni mussulmani del centro Asia, i quali tuttavia non risultavano in grado di opporre un adeguata resistenza alla superiorità militare tecnologica degli slavi, sempre più schiacciante, le cose per i cesari d’oriente non erano altrettanto facili nei riguardi delle sovranità occidentali, e tra esse possono figurare tranquillamente anche l’impero ottomano. Quest’ultimo era infatti del tutto europeo, come concezione politica e in buon grado etica, dato che utilizzava molto del sistema giuridico, sociale e culturale degli europei cristiani, nonché le stesse armi ed un fitto commercio, nonostante le fedi “nemiche”. Unito a questo problema turco, che impediva ancora nel XVII secolo l’affaccio russo in Crimea, era essenziale stabilizzare il resto della frontiera occidentale, che mutava come le stagioni in un anno. Le ambizioni dei lituani erano state assorbite dall’emergere della potenza polacca che, unita a quella svedese, operavano ripetuti attacchi alla sovranità degli Zar sui territori che sono oggi parte della repubblica della Russia Bianca (Bielorussia, alla quale auguro il ritorno nella casa madre della Federazione Russa). Era evidente che l’Impero della terza Roma non poteva fronteggiare le potenze occidentali con le armi, e non mi riferisco esclusivamente a quelle da fuoco, che avevano avuto successo in Oriente. La Russia necessitava di una evoluzione culturale in grado di renderla, a tutti gli effetti, un tutt’uno con l’Europa attraverso un grande piano di modernizzazione che conobbe il suo principio fin dalla giovinezza dello Czar Pietro. Costui infatti era cresciuto nel quartiere degli immigrati provenienti dall’Europa occidentale, detto Slobòda, all’interno del quale venne in contatto con mercanti e artigiani tedeschi, italiani e scandinavi. Questa presenza straniera ci fa capire come, dopotutto, si vivesse relativamente bene anche in Russia, almeno nelle grandi città dove vi era l’opportunità di accrescere la propria ricchezza, per stranieri e russi, inoltre, fu determinante per la formazione dei piani futuri di colui che sarà detto Pietro il Grande. Se è vero quanto disse De Gasperi: “lo statista guarda oltre l’orizzonte” questo si attaglia perfettamente allo Czar di cui parliamo. Fin da subito, appena liberatosi di una delle tante questioni turche, dopo aver costruito la prima flotta da guerra russa, nel 1696 conquistò agli ottomani la fortezza di Azov, sul Mar Nero, l’anno appresso si unì, in incognito, ad una delegazione russa che aveva inviato in missione diplomatica in Europa. In tale occasione non si risparmiò di lavorare, da semplice operaio, nei cantieri navali olandesi e inglesi, pur di carpire a codesti i segreti delle loro marine: un uomo davvero eccezionale! Tuttavia l’opera di spionaggio e acquisizione delle competenze, anche giuridiche e amministrative occidentali, subì un arresto per l’ennesima rivolta dei principi boiardi, in questo caso uniti al Patriarcato di Mosca. Represse tali discordanze col Cremlino, diremmo in modo pragmatico, per sottintendere di epurazioni violente, Pietro riprese la collaborazione, fitta, con i maestri della modernità europei. Da essi trasse i migliori ufficiali ai quali diede il compito di addestrare alla nuova guerra di linea (le fanterie che sparano all’unisono, schierate lungo centinaia di metri in lunghe file parallele) le fanterie russe. Si spinse con queste alla conquista del Caucaso, strappando la provincia di Azerbaijan alla Persia, che la deteneva fin dal tempo del trattato di Gioviano (imperatore romano) che sanciva la definitiva separazione del Caucaso tra romani e persiani, (versante del Mar Nero a Roma, Caspio alla Persia). Ancora, lo Czar Pietro favorì la colonizzazione della Siberia con l’invio di migliaia di famiglie mugike slave, nonché l’inizio di relazioni stabili e permanenti con la Cina. (continua)

Tratto da:Onda Lucana by Ivan Larotonda