Il Canto dei Padri.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Scrisse Manzoni, in “Marzo 1821”, che la Patria si sostanzia quando si verificano sei prerequisiti, per cui è: una d’arme, di lingua, d’altare; di memorie, di sangue e di cor. Non ritenendo necessaria la parafrasi di queste rime, poiché è ben chiaro il loro significato, trasponiamo i concetti espressi dal poeta romantico nell’epoca in cui gli stessi sussistevano ammantanti di luce crisoelefantina. Traduco, per evitare fughe dall’articolo, che nel X secolo le aree del meridione italiano rivolte ad Oriente erano comprese nel Catepanato romeo; soggette dunque al dominio diretto Costantinopolitano. Giacomo Racioppi, di una generazione successiva al Manzoni e fra i realizzatori del Risorgimento, sosteneva che il nome Basilicata derivasse dal più famoso dei Catepani (i generali bizantini d’Italia), Basilio Bojohannes. Costui è stato il fondatore di Melfi (1018) e realizzatore del cosiddetto confine strategico che separò il Sud Italia aggregando Langobardia Minor (Puglia e Vulture), Lucania e Calabria, nei domini imperiali. Mentre Campania, Sannio e Cilento rimasero ai longobardi.

Anche per i meridionali dell’epoca i cuori e le memorie erano in comune, ma col Basileus, perché fedeli a un impero radicato nei cesari. Le armi che seguivano erano invece ombreggiate dall’aquila bicipite mentre l’altare era quello greco-ortodosso. Dalla “silloge manzoniana” restava però fuori il sangue, laddove il Mezzogiorno del tempo univa, in un meccanismo tipicamente universalistico: latini, greci, germani e financo saraceni. E allora, fu proprio l’alleanza trono-altare il principale strumento a disposizione del potere per unire una popolazione eterogenea. Fino al X secolo, tuttavia, questo risultò relativamente facile; gli elementi latini, soprattutto nella presenza dei benedettini, e il monachesimo italo-greco convivevano armoniosamente insieme: lo dimostrò l’immenso complesso badiale di S. Ippolito a Monticchio Laghi (fra i comuni di Atella e Rionero in Vulture).

La Nazione moderna, che annichilisce le minoranze e della quale menavan vanto Manzoni e i vari esponenti giacobino-risorgimentali cantandone le magnifiche sorti e progressive, completa l’esperienza umana al livello terreno; nella lotta per preservarla e ingrandirla, senza nessuna ascesi metafisica: eppure Manzoni era cattolico. L’impero antico, al contrario, univa i popoli ed era guidato dal suo pastore, il Basileus, intonando carmi in nome di Cristo. Summa straordinaria di politica e Fede era l’inno, che potremmo definire dell’impero bizantino e che era conosciuto come Akathistos. Si tratta di una composizione in cui si loda un santo, un evento liturgico o una persona della Santissima Trinità. Ma soprattutto, indica l’omonimo poema dedicato alla Vergine Maria e che, nella liturgia bizantina, si recita il quinto sabato della Quaresima; Akathistos vuol dire in effetti “non seduto” perché si canta in piedi.

Attribuito spesso a Romano il Melode, poeta del tempo di Giustiniano, ha subito, come accade sempre, delle modifiche nel corso dei secoli. Sicché nel VII venne aggiunto il proomion: introduzione. Sarebbero due paragrafi, dei quali il secondo fa riferimento al tempo in cui l’imperatore Eraclio dovette affrontare le invasioni dei persiani e degli avari. Questi eterni nemici avevano cinto d’assedio, congiuntamente, il Corno d’Oro (la penisola su cui Costantino aveva fondato la sua capitale) nell’anno 626. Con sforzo sovrumano, l’impero che sembrava sul punto di crollare si risollevò, scacciando gli assedianti e addirittura compiendo il miracolo di costringerli alla resa totale. Il grande trionfo venne celebrato con tale suddetto “paragrafo” proemiale. Sostanzialmente è un inno alla Santissima Theotokos (Madre di Dio) e detto “Ti Ipermaho”; celebra la Sempre Vergine come condottiera degli eserciti imperiali. Da quegli eventi lontani viene cantato come ringraziamento e conforto nella sofferenza.

La Quaresima è l’equivalente spirituale dell’assedio fisico a Costantinopoli, la lotta per superare noi stessi e sconfiggere il nemico, da cui per l’appunto ipermaho: il grande combattimento. È stato scritto da Giorgio Piside, scriba dell’epoca, il quale avrà senz’altro rimodulato l’intero Akathistos onde poter inserire i due paragrafi introduttivi. «Nel complesso l’Akathistos è formato da ventiquattro stanze (sezioni), alternativamente lunghe e brevi, che cominciano con una lettera dell’alfabeto secondo la formula dell’acrostico. L’idea centrale è l’incarnazione: le dodici prime stanze riguardano l’infanzia di Cristo, le dodici successive sono salutazioni al Cristo e alla Vergine. Il paragrafo “Ti Ipermaho” sarebbe stato aggiunto come ringraziamento dal patriarca Sergio, che sostituiva l’imperatore Eraclio» (Treccani). Il quale era impegnato, ovviamente, a respingere l’invasore.

Queste le parole recitate nell’inno: «A Te, o Theotokos, invincibile Campione, la Tua Città, in ringraziamento attribuisce la vittoria per la liberazione dalle sofferenze. E avendo la Tua potenza inattaccabile, liberami da tutti i pericoli, così che io possa gridare a Te: “Ave! O sposa Sempre Vergine”».

La lotta fisica e psichica dei nostri padri era così cantata da una parte e l’altra dello Ionio. Sotto le insegne della comune Madre di Dio e degli uomini, per la Patria terrena, l’impero romeo, anticipazione di quella Celeste. Buon cammino Quaresimale.   

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina e interna create dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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