Proteste Senza Progetto: Un’Analisi Contemporanea.

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena

Il ’68 nasceva dentro un contesto preciso: c’erano grandi narrazioni, ideologie forti, un’idea (condivisibile o meno) di futuro collettivo da conquistare. La gioventù non era solo “contro”, ma per qualcosa, e soprattutto aveva interlocutori riconoscibili: Stato, università, fabbrica, partiti, cultura.
Oggi il déjà-vu è più estetico che politico. I gesti sembrano simili, ma il terreno è completamente diverso. Manca un progetto organico, manca una visione di lungo periodo, e soprattutto manca un “noi” stabile. La protesta spesso diventa performance, reazione immediata, eco sui social. Non costruzione. Da qui quella sensazione di imitazione svuotata, di rituale che replica forme del passato senza averne la sostanza.
C’è anche un altro elemento: nel ’68 il mondo stava cambiando e quei movimenti, nel bene e nel male, erano parte del motore. Oggi il cambiamento è continuo, accelerato, spesso opaco. È più difficile individuare un bersaglio, ancora più difficile formulare un’alternativa credibile. E quando non si riesce a nominare il problema, si finisce per ripetere simboli già noti, sperando che funzionino ancora.
Forse non è che “non ci siano più programmi” in senso assoluto, ma che fatichino a emergere perché il presente consuma tutto troppo in fretta: idee, rabbia, entusiasmo. Senza tempo di sedimentare, senza strutture che le trasformino in qualcosa di duraturo.
Il paradosso è che oggi ci sarebbe un bisogno enorme di pensiero collettivo, ma pochissimi spazi reali in cui farlo crescere. E senza quei luoghi, la storia non si ripete: si svuota.

Sì, è proprio lì il nodo. In un mondo “a testa in giù” — dove le cause sembrano effetti, i mezzi diventano fini e tutto corre senza direzione — il confronto con il passato diventa quasi impossibile. Non perché manchino i riferimenti storici, ma perché è saltato l’orientamento.
Nel ’68, giusto o sbagliato che fosse, il mondo aveva ancora un asse: progresso, emancipazione, conflitto leggibile. Oggi viviamo in una realtà capovolta, dove si protesta senza progetto, si comunica senza capire, si prende posizione senza approfondire. Il contrario della fatica del pensiero. E in questo ribaltamento, il gesto simbolico conta più del contenuto, l’indignazione più dell’analisi.
Quando tutto è rovesciato, anche il linguaggio perde peso. Le parole che un tempo costruivano orizzonti oggi rimbalzano, diventano slogan usa-e-getta. È per questo che il paragone storico scricchiola: non è la stessa materia, non è lo stesso tempo, non è la stessa coscienza collettiva.
Forse il punto non è più chiedersi “dov’è il nuovo ’68?”, ma domandarsi se siamo ancora capaci di rimettere il mondo in posizione eretta: ridare senso alle parole, profondità alle idee, responsabilità all’azione. Senza quello, ogni confronto resta inevitabilmente storto — come il mondo che lo ospita.

Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena

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