La Via Herculia nel Vulture, dall’Ofanto a Melfi e Venosa.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Strada che percorreva i crinali appenninici dell’intera penisola Italica, dall’Emilia a Reggio Calabria, era nota come Herculia nel tratto sannita-lucano, il nome gli è dato in quanto il tracciato venne ripristinato nella sua ultima fase storica da Massimiano Erculio. È nota soprattutto per la sua valenza economica, dal momento che vi transitavano greggi e branchi di maiali allevati per la capitale Roma, centro da cui si dipartiva la distribuzione della carne agl’indigenti (lo Stato Sociale è invenzione romana).

La Via Herculia entrava in quella che è oggi la Basilicata dal cosiddetto Pons Aufidi (dell’Ofanto) la cui collocazione è tutt’ora oggetto di acceso dibattito tra Ponte Pietra dell’Oglio (Monteverde-Melfi) e Santa Venere (Stazione di Rocchetta S. Antonio). Da aggiungere che il ponte era percorso soprattutto in inverno, quando l’Ofanto s’ingrossa; per il resto dell’anno, essendo di portata idrica modesta veniva spesso guadato dalle greggi che nettavano così il loro vello nelle acque. Le attraversavano in tal modo anche gli armenti di Varrone; lo scrittore faceva trascorrere lungo l’Herculia i suoi capi, oltre 700, da Rieti alle nostre pianure di S. Nicola. La zona specifica tra Candela e Melfi è detta nell’Itinerarium Antonini, del III secolo d. C., Honoratianum, molto probabilmente perché l’area di guado rientrava fra le proprietà di una famiglia senatoria con questo gentilizio e la cui origine è anch’essa dibattuta fra le Gallie e l’Africa.

Ed è molto distante dal ponte sull’Ofanto, nella Tabula Peutingeriana (cartina stradale dell’Impero Romano) a XVIII miglia da Venosa e sul fiume. Da qui e nelle odierne località di Vaccareccia e Isca della Ricotta di Sotto, lambito il vallone Caprai al XVII miglio su marne calcaree e argille silitose con brecce, brecciole calcaree e calcari bianchi affioranti, sul bivio per la diramazione di II miglia verso il ponte S.Venere e il raccordo con l’Appia, in parte ripercorso dalla Povinciale 48 del “Basso Melfese” tra i km 20 e 24, la via svolge la funzione di asse di riferimento e di attrazione anche per l’antica consolare sino alla villa di Masseria Leonessa, al XVI miglio (da qui diverticula per le ville prossime di località Tesoro attive tra IV e VII secolo d.C.

Rare deviazioni in corrispondenza del XV miglio, in gran parte l’Herculia e successivo tratturo pavimentato con l’abbondante ciottolame ricavato da Ofanto e Carapelle e i loro terrazzi pleistocenici (antichi letti dei fiumi e di ben 15 metri d’altezza!). La via romana prosegue di fianco all’attuale strada asfaltata entro la fascia di 100 m da Camarda Vecchia, tra il XIII e il XIV miglio, per il Vallone di Catapane al XII e il bivio con la Venusia-Herdonia per il passaggio sui Ponti Rotti sull’Ofanto e rimesso in piedi dal vescovo di Melfi nel 1224, siamo all’XI da Venosa.

L’intera area di S. Nicola di Melfi ha visto le sue masserie collegate dalla rete dei tratturi antichi diverticoli, afferenti all’Herculia, la cui importanza come tracciato non venne meno nel corso dei secoli anche dopo l’età romana. Nel XVIII secolo si indicava nelle proprietà di Palorotondo come via pubblica per Lavello e Venosa, ed era utilizzata onde evitare il passaggio sul tratturo regio, dove si pagava la dogana; come si fa oggi per le statali o provinciali: per non salire in autostrada e pagare il ticket e però allungando. Va detto anche che esattamente a come procede oggi, anche all’epoca il tratturo regio non “raccoglieva” le vie secondarie delle masserizie dislocate sul territorio, soprattutto da quand’ebbe inizio la transumanza dei bovini, in età aragonese.

Un episodio che rende bene l’idea di come l’itinerario romano continuasse ad essere il più pratico, e dunque naturale, risale al 1803; anno in cui proprio il principe Giovanni Andrea Doria Landi Pamphili (IX), per dimostrare di non aver mai fruito del tratturo regio, fece scegliere ai suoi animali il percorso più agevole (per spostarsi tra le sue proprietà dello Stato di Melfi). E loro percorsero e senza guida alcuna, la “via pubblica che va alla Camarda” (detta anche Carrara maestra per Napoli) per poi proseguire per la via della Rendina e da là “alli prati del Principe”, evitando il tratturo e facendo risparmiare al principe molti denari.

Nei pressi della Camarda v’è la collina di Serra dei Canonici dove venne rinvenuta una residenza di prima e media età imperiale. Intorno al IV secolo sulla medesima struttura si erige un’altra sempre a carattere residenziale ma con diversa funzione. Con ampia aula absidata pavimentata a mosaico con evidenze locali e importazioni africane, spicca anche un capitello bizantino. Siamo esattamente in quella località che veniva detta nell’Itinerario Antonino come Beleianum (XII miglia da Venosa in direzione Equo Tutico).

Tale sito, al tempo di Massimiano Erculio (il suddetto rifacitore della via Herculia), secondo un’agiografia altomedievale, accoglie l’inviato imperiale Valeriano (Veleianum advenit, ecco cosa significa Beleianum, con ovvia e tipicamente meridionale inversione della V in B). Costui ordina, dopo pranzo, l’esecuzione degli ultimi martiri di Adrumeto (odierna Sousse, Tunisia). Sono tre e portano i nomi di Satore, Reposito e Vitale; è il 29 agosto a quanto risulta dal De SS. Duodecim fratribus.

Dopo aver lasciato a sinistra e sempre diretti a Venosa la Masseria Menolecchia (X miglio) che tradisce di essere stato il tratturo (Herculia, ramo della successiva Pescasseroli Candela) dell’Amendolecchia, si giunge all’VIII miglio da cui fu, in base agli studi di Del Lungo Stefano (C.N.R.), proviene il miliare dioclezianeo recante questa cifra (VIII) e i nomi dei Tetrarchi. Successivamente il miliare venne spostato alla Taverna Rendina, prossima al VII miglio dove è situata la località Taverna Rendina. In fine, forse sempre a seguito di lavori e rettifiche lineari della via, il miliare finì dove è stato rinvenuto in età moderna, ossia in località S. Francesco verso Lavello presso l’area delle terme di Casa del Diavolo e all’incrocio col tratturo Aquilonia-Melfi-Castellaneta cui l’Herculia si sovrappone fin quasi al VI miglio (dove adesso è l’alveo della diga del Rendina e dove si conserva ancora traccia della glareata).

Da questo punto, dove si immette la fiumara di Venosa nella diga, e il km 62,300 della S.S. n. 93 “Appulo Lucana”, dov’è il passaggio a livello siamo a VI miglia dalla colonia oraziana. Si tratta di una carrareccia che segue la ferrovia per un tratto poi diverge mantenendosi però parallela a questa, come uso nel meridione (riscontrato dal Bertoux). Alla collina del Ceraso si nota anche una tagliata delle pendici in cui s’incassa la via; successivamente arriva ad un guado, che poteva tranquillamente essere colmato con tavolati di spessa quercia, sulla fiumana venosina. Siamo in località Fontana Pisciolo Napoletano poco prima del V miglio; si prosegue poi sulle colline delle Nesole fino ad incontrare al IV miglio il Passo di S. Donato, controllato dall’abitato protostorico di Castelluccio. È la località la Pellosa, con chiaro riferimento al latino lapillosa, intendendo con ciò i lapilli, i ciottoli della pavimentazione stradale. Le restanti 3 miglia sono percorse tra il Vallone Spada e il Piano Regio, fino all’innesto nel tracciato dell’Appia, ripercorsa dalla S.S. n. 168 (km 9,500).

Un utile itinerario da ripercorrere, rigorosamente a piedi, con l’ovvio ausilio della mappatura satellitare che abbiamo nei nostri telefonini. Decisamente piacevole, nelle giornate dai meriggi sempre più lunghi della primavera incombente, ai piedi del Vulture indorato dai raggi di Febo Apollo.        

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina e interna create dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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