Lontani dalla Terra, Lontani dalla Civiltà.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

L’azione della coltivazione è propedeutica all’instaurazione di regole dettate dal comune vivere civile. Fin dalle origini è stata la divisione dei terreni l’inizio della proprietà, non solo quella privata ma anche pubblica. La civitas è lo spazio ritagliato ed edificato, in mezzo a terreni messi a coltura. Si creava così una serie di tre livelli spaziali, a partire dal centro cittadino, alla cui sommità stava il templio maggiore, dedicato alla divinità patrona, la cintura di campi coltivati intorno alle mura cittadine; ancor più remote le selve e le paludi della natura primigenia. Tante sono le suggestioni riguardo all’interazione di questi tre “mondi”, e le troviamo nei miti arcaici mediterranei, non solo greci. Se guardiamo alla genealogia dei re di Roma vediamo come il più primitivo sia proprio Silvio, il Dio-Re che abita nei boschi dei quali ne è personificazione. La seconda serie è già più prossima perché tratta dei Re pastori di Alba Longa, dunque un mondo che fa da cerniera tra selvaticume e contado.

E allora il mito ci tramanda i divini gemelli fondatori dell’Urbe. Ma Remo, che vuol restare allo stato brado, è destinato alla morte; con lui cessa il rapporto dionisiaco di fuga perenne per i boschi, di lotta senza regole e quartiere, dove il pascolo è conquistato manu militari. Romolo è destinato a compiere il passaggio ultimo, quello della Civitas. Lui delimita, apollineo, i confini che spettano agli uomini e agli dei. E misura i terreni intorno alla cerchia di mura capitoline. La razionalizzazione è dunque figlia dei contadini, di chi diventa stanziale. Ora, a questa divisione spaziale fa eco quella temporale, infatti una volta che ci si è fermati bisogna calendarizzare i riti legati alle stagioni legate al ciclo delle coltivazioni.

Così il mito ci regala un altro esempio sia pur terribile, nell’evirazione di Urano, in Dio-Cielo che impediva lo scorrere del tempo, simboleggiato dalla prigionia dei suoi figli. Ed è proprio una dea agricola, Gaia, personificazione della Terra per l’appunto, a fornire il falcetto a Crono, col quale è evirato Urano. Il macabro gesto ci dice questo, dall’infinito spaziotemporale si origina lo spazio-tempo. Dal momento in cui l’uomo coltiva la terra, la falce ne è il simbolo, inizia il tempo degli uomini stanziali. Coloro che fondano la città che raccoglie e custodisce i frutti del contado. E infatti, sempre nel caso principe, la fondazione di Roma, abbiamo Romolo che non solo organizza i suoi intorno ai quartieri, le curie, con ager publicus e privato; ma anche il tempo poiché con lui ha inizio il conteggio degli anni.

Si può senz’altro sostenere che tale schema si sia ripetuto nei secoli e un po’ dappertutto, nelle aree dove si procedette alla coltivazione dei cereali. Per dire: Gli scrittori greci, da Erodoto a Senofonte, indicavano i popoli civilizzati in mangiatori di pane, che sottintende a genti con regole scritte e non soggette all’arbitrio del più forte. Diciamo che l’origine dello Stato di diritto sia proprio originato da questo; dal popolo mite, agricolo, l’Abele biblico, contrapposto al feroce cacciatore delle origini e alla sua variante semi-barbara pastorale. La divisione tra le popolazioni è poi dettata anche, ed è ovvio, dalle condizioni climatiche.

Le grandi città-Stato nascono nella Mesopotamia, sul Nilo, lungo il fiume Giallo, l’Indo; tutte zone facilmente prestabili a intense coltivazioni agricole. Se a queste paragoniamo il meridione italiano, scoviamo le ovvie analogie ma anche una più variegata situazione sociale e politica. Registriamo una divisione dei compiti dettati, per dirla con Ratzel ed il suo determinismo geografico, dal clima. Per cui a pianure e colline assolate, dell’Apulia, della Sicilia e della Basilicata orientale, corrisponde la fascia tirrenica ben irrorata della Campania. E dunque, in quest’ultima, dove i campi sono più floridi, si predilige la coltivazione di ortaggi e frutta. Nelle prime, secche e sul versante adriatico apulo-lucano anche fredde d’inverno, si trovò più comodo stendere le coltivazioni di cereali; pianta ben più resistente.

Nel mezzo, sugl’accidentati Appennini, persistette l’area semibarbara di cui sopra, la rete delle transumanze, gestita dai “feroci” uomini dietro alle greggi. La conseguenza sono state le città sui due versanti, nel mezzo borghi fortificati, li chiamavano oppida, per rinchiudere, ma solo momentaneamente, gli armenti. Ed erano così distanti e inaccessibili, tali monti interni della penisola italiana, che nel tempo in cui nel napoletano si registrò la rivoluzione della pasta (parliamo del XVII secolo, perché fino ad allora i partenopei erano noti come mangia foglie proprio perché, come detto, in Campania era molto più facile coltivare gli ortaggi), si trovò più comodo e rapido far percorrere il cereale pugliese intorno alla Calabria, a bordo di velieri che sbarcavano nel golfo di Napoli il loro prezioso carico, pronto per i pastifici di Gragnano e dei dintorni. Storie di ieri, di oggi, di sempre, nonostante globalizzazione e intelligenza artificiale, il mondo è questo: primum vivere…    

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Si ringrazia l’autore per la cortese concessione. Si ringrazia Sergio Giovanni Lorusso per la sua collaborazione fotografica, altre immagini tratte da Web.

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