Sunt Lacrimae Rerum et Mentem Mortalia Tangunt.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Ci sono lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente”. Con questa frase, il Grande Virgilio ci dice che l’uomo è essere senziente perché conosce la tragedia dell’esistenza: è consapevole della sua morte e questo gli animali non lo sanno. È il verso 462 dell’Eneide, dove il poeta immagina che sia il capostipite dei romani, Enea, a pronunciare queste parole nel mentre osserva le immagini scolpite nel tempio di Giunone a Cartagine: raffigurano le battaglie e soprattutto i caduti della guerra di Troia. La sua commozione per i ricordi di quel cimento cui ebbe parte è amplificata, e fors’anche superata, dall’empatia mostrata dalla capitale punica per quella tragedia; primo esempio mondiale di grande “evento mediatico” che ha accomunato le genti dell’intero Mediterraneo nella riflessione escatologica.

La domanda delle domande, la fine e gli inizi, il ciclo della vita, è materia di riflessione per i poeti che narrano la storia tramandandone le tragedie ai posteri, ma anche per le sterminate e anonime plebi. Le quali non restano indifferenti al dolore universale del mondo; sebbene prive d’aulica o prosa forbita, piangono ugualmente la tristezza intrinseca delle cose. Le lacrime motivate dallo smarrimento entro lo spazio-tempo sono un dono di Dio all’uomo. Augusto Rostagni dice: «La storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente».    

In tal guisa, ritengo non peregrina l’ipotesi che la visione poetica di Enea, al tempio cartaginese, sia balenata nella mente di Virgilio dal ricordo delle lacrime, storiche, di Scipione Emiliano dinanzi alla distruzione della stessa Cartagine nel 146 a. C. Lo spietato condottiero romano venne preso da forte commozione al vedere l’acerrima nemica in fiamme e allora volle stringere la mano al suo maestro Polibio. Così, nel mentre i volti dei due s’arrossavano per i riverberi delle fiamme, il romano profferì il suo lamento al greco; meditando sulla caducità della storia e sulla fine degli imperi. Lui, di certo uomo maturo, aveva 39 anni e soprattutto al culmine del successo, in quel momento non pensava di certo al trionfo che l’attendeva a Roma, bensì pianse le lacrime dell’universo! Vittorioso, compativa il nemico sconfitto, nel quale vedeva la fine anche del suo mondo: è solo questione di tempo. Disse a Polibio che anche Roma, la sua Patria, un giorno più o meno lontano dalla sua generazione, avrebbe fatto la stessa fine. È evidente la visione palingenetica che il suo stoico maestro gli aveva inculcato; anche se, come in tutto, il seme prende dove il terreno è fertile.

Altro esempio di lacrime delle cose viene da Giulio Cesare, ma questa volta sono del tutto personali, vengono dall’ambizione. Soprattutto dalla frustrazione, in quanto vedendo una statua di Alessandro Magno a Cadice, quando vi esercitava la carica di questore, la più bassa del cursus honorum, e aveva trent’anni, si sentì un uomo da nulla. È la tipica sensazione di colui che sa di avere grandi potenzialità ma non ancora espresse. Nel mentre, vive meglio chi sa di essere per natura non portato alle vette; non si affanna a cercare il successo pubblico quando non è attrezzato intellettualmente o fisicamente. Cesare era più giovane di un decennio rispetto all’Emiliano, ma lungi dall’essersi realizzato, e intanto il tempo scorreva. Tuttavia, non è crudele perché passa, siamo noi a rammaricarcene quando non riusciamo negli intenti che ci prefiggiamo. Cesare sognava di emulare il re macedone, che a quell’età aveva già conquistato l’Asia, mentre lui non era ancora nulla. Certamente, altri si sono accontentati dello “stipendio da impiegato”. Lui non poteva, e alfine l’ambizione l’ha premiato portandolo sul tetto della Repubblica, successivamente del mondo conosciuto.

Terzo tema del pianto esistenziale ci viene, e forse è quello che induce maggior compassione, financo tenerezza, è quello di un altro grande romano: Marco Ulpio Traiano. Anche lui emulo di Alessandro il Macedone, era sulla giusta via per ripeterne le imprese quand’ecco che, sconfitti finalmente i parti, al punto di estinguerne lo Stato, venne preso dall’angoscia portata dal più grande e invincibile nemico: il tempo. Seduto sulla spiaggia di Spasinu Charax, dove il Tigri e l’Eufrate terminavano il loro viaggio nel Golfo Persico, ivi si concludeva l’avanzata dell’imperatore, nonché la sua vita. La fatica accumulata da decenni di guerre combattute dappertutto, gli avevano portato il conto in quelle salmastre acque, come le lacrime che presero a scendergli osservando una nave che veleggiava diretta all’India. Fu allora che, rivolto ai truci soldati del suo Pretorio (lo Stato Maggiore), disse di essere troppo vecchio per poter seguirla; di poter andare come il macedone a conquistare la Battria dalle pietre azzurre, il maestoso Indo traversato dagl’immensi elefanti. E poi le perle, la cannella, il pepe, i chiodi di garofano e tutte le spezie che aveva assaggiate e che i mercanti portavano a Roma, dagli empori che l’impero dei Cesari aveva già da un secolo ricavato dai vari regni indiani. Anche Traiano, al pari di Scipione Emiliano, era un uomo vittorioso, aveva come il precedente distrutto un’acerrima nemica d’Italia. Ma sentì che le forze gli venivano meno, e più non poteva fare: morirà sulla via del ritorno.

E, dal momento che la sua figura aleggia su questo articolo, vediamo anche le sue di lacrime; di Alessandro il Grande. Dei quattro è colui che è vissuto di meno, anch’egli vittorioso e parimenti agli altri pianse le cose della natura. Una leggenda narra che ad angosciarlo sia stato il filosofo Anassarco il quale (come sosterrà Giordano Bruno secoli dopo), gli parlò di infiniti mondi. Mentre lui, pur cavalcando i deserti iranici e scalato le montagne dell’Hindu Kush; traversato le giungle del Punjab e poi sceso sulle acque dell’Indo fino alla sua foce: fino a navigare sull’Oceano Indiano, per poi scoprire di non essere stato in grado nemmeno di conquistarlo tutto, quel suo mondo!

Riassumendo, le lacrime delle cose, le lacrime sul mondo mostrano diversi aspetti di questi grandi. Enea piange per la Patria perduta, mentre Emiliano perché presagisce per la sua l’identica fine della nemica. Cesare e Traiano motivano il pianto per il tempo che trascorre: il primo perché conscio delle sue potenzialità, ma non ancora espresse e intanto aveva raggiunto la stessa età di Alessandro; il secondo perché la sua clessidra non aveva più sabbia da far scorrere. E in ultimo proprio lui, il sovrano macedone, che del tempo credeva di averne ancora, l’anagrafe glielo consentiva e tuttavia, pianse perché gli spazi sterminati, pur divorati dalle sue falangi, non finivano mai!

Questi uomini illustri, e non è retorica definirli tali, pur nella loro completezza di potere e capacità intellettive non comuni; cullarono la propria ambizione e l’amore di Patria, rigando volti già aspersi del sangue delle loro vittime con lacrime che ricordavano, a loro e anche a noi, di essere mortali. Purtuttavia, sperando di lasciare qualcosa in vita e dopo di noi: «usque dum vivam et ultra».       

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Si ringrazia l’autore per la cortese concessione.

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